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Quinto Stato

Cinema: «Mai chiesto di pagare per lavorare». Parla il regista di «Mechanismo»

mechanismo film

Lavoro a pagamento travestito da stage formativo o workshop da 500 euro? Per Louis Nero il web ha distorto la notizia sul suo cortometraggio. «Per me è una grande lezione: la rete non vuole andare a fondo alla verità». Il direttore della fotografia: «Sono estraneo a questa operazione, ma sono un professionista e porterò a termine gli impegni». Il caso ha provocato un’interpellanza  di Marco Grimaldi (Sel) al Consiglio regionale del Piemonte.

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Lavoro a pagamento travestito da stage formativo o workshop dal costo di 500 euro come formazione professionale finalizzata alla realizzazione di un cortometraggio? Questa confusione tra stage e lavoro è presente nel lancio promozionale del 17 marzo di «Mechanismo» (pubblicato su L’altrofilm.it), diretto e prodotto da Louis Nero, vincitore del bando Short Film Fund 2014 della Film Commission Torino Piemonte. Tanto è bastato per creare sul web un cortocircuito dove «è caduta una pietrolina e, a forza di comunicazione, è arrivata una valanga» afferma il regista Louis Nero.

Rilanciato dal sito taxidrivers.it, il progetto, che sarà realizzato tra aprile e maggio a Torino e dintorni, ha indurito una sensibilità sociale già ferita dal lavoro gratuito e sottopagato. Sulla vicenda Marco Grimaldi (Sel) ha presentato un’interpellanza al consiglio regionale del Piemonte. «In questo mondo c’è un’opacità tra il confine tra stage e lavoro e tra l’essere assistente e essere inseriti in un percorso di formazione – ribadisce Grimaldi – A forza dei legittimare il lavoro gratuito, gli stage spesso truffaldini, e il volontariato tutto fare, siamo arrivati a questa nuova frontiera. Pagare per lavorare? Fermiamo tutto fino a che sia troppo tardi». In un comunicato riportato da Il manifesto del 21 aprile, la Film Commission ha definito l’intreccio tra produzione audiovisiva e formazione «un tema complesso dai confini poco definiti».

Per il regista Louis Nero è avvenuta una «distorsione del comunicato». «Come lavoratore dello spettacolo – spiega – sono contento che ci sia attenzione nel proteggere il lavoro, ma per fare una battaglia non bisogna sacrificare qualcuno, bisogna cooperare». «Ho imparato una grande lezione – aggiunge – La rete non vuole andare a fondo alla verità, vuole discutere solo sull’ultimo post, ho provato a intervenire sulle discussioni. Ma non è servito».

Rivolgendosi ai professionisti coinvolti nella lavorazione, la produzione del film definisce l’accaduto uno «spiacevole malinteso»: «Si sono trovati accusati ingiustamente a causa di qualche commento tendente a screditare chiunque abbia un minimo d’intraprendenza nel mondo dell’arte». Vengono ricostruiti i passaggi della vicenda. «La nostra richiesta (alla Film Commission) è stata del 40% del budget, ma purtroppo per mancanza di fondi, abbiamo ottenuto il 14%». Da qui la necessità di reperire i fondi anche realizzando un «corso o workshop o seminario». E si precisa: «Si è sempre parlato di stage di formazione, di workshop e mai di far lavorare la gente pagando». I partecipanti hanno come «unico diritto» quello di fare domande sulle scelte artistiche e avere un confronto con il regista.

«Sono totalmente estraneo a questa operazione – afferma Davide Borsa, il direttore della fotografia del corto – È sbagliato chiedere soldi per lavorare come assistente. Non ne ero a conoscenza e, come me, gli altri professionisti coinvolti. Personalmente mi sono trovato in una diffamazione pubblica senza c’entrarci nulla. Questo comportamento è sbagliato solo deontologicamente, ma non faccio parte della produzione. Sono un professionista e porterò a termine gli impegni presi. Il problema del mondo del cinema è che ci sono “shark-infested waters”: acque infestate da squali».