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Antiviolenza

Ciao Roberto

E’ con un nodo in gola e le lacrime che rigano le guance, che mi metto a scrivere ora, appena tornata da San Lorenzo dove tutti insieme abbiamo dato l’ultimo saluto a un caro amico e a uno splendido uomo: Roberto Rossetti. Lo so che non c’entra niente con le donne e con questo blog, ma Roberto era Roberto, ed era uno di quegli uomini che poche volte ci è data la fortuna di incontrare e che per questo può entrare a pieno titolo in questo spazio: diciamo un modello d’uomo, quello che tante donne vorrebbero vicino, e che ha avuto a sua volta una donna eccezionale accanto a sé, Daniela Amato, che ha dedicato, e dedica, la sua vita al sostegno di altre donne, quelle che che vivono situazioni di violenza, accogliendole e ascoltandole al “Centro donne Lisa”.

Io loro li ho conosciuti a vent’anni, il periodo più bello della mia vita, e se sono quello che sono oggi, lo devo anche a Roberto, che ora non c’è più, portato via da una malattia che non perdona, ma che rimane vivo nei cuori di tutti e tutte noi. Come hanno ricordato oggi tutt* quell* che hanno avuto il coraggio di salire sul palchetto della scuola Saffi di San Lorenzo, Roberto era un uomo dai modi gentili, sempre con il sorriso, che sapeva confrontarsi con tutti e tutte senza mai un urlo, senza una parola di troppo e sempre con il sorriso suo, bellissimo, anche quando era molto serio. Io me lo ricordo bene Roberto, perché per me era un punto di riferimento assoluto e ogni volta che c’era un problema tutti dicevano: “parlane con Roberto”, perché si sapeva che lui l’avrebbe risolta la cosa, che lui ci sapeva fare. Roberto era più grande di me, ed era il 1985 quando lo conobbi a una festa di Natale “rivoluzionario” dove c’erano tutt* quell* che oggi considero non amici o amiche, ma la mia famiglia. Erano gli anni Ottanta, quelli che Fabione, nel suo discorso di oggi, ha ricordato come gli orribili anni del riflusso, di Craxi e della Milano da bere, delle bustarelle e dell’edonismo reganiano, erano gli anni in cui imperversava Mediaset e c’era ancora il muro di Berlino, anni in cui  avevamo a che fare con i figgicciotti e dove i collettivi erano ancora degni di questo nome. Bei tempi, dico oggi. Erano gli anni dell’università, del movimento studentesco, e della Pantera, e noi ci credevamo tutti e tutte che la rivoluzione era possibile, ci credevamo fermamente, e militavamo tutto il giorno e anche la notte. E mi ricordo quella sede, al Pigneto, quelle due stanzette al piano terra, dove stai sicura che Roberto c’era sempre: pronto ad ascoltare, a dirti cosa bisognava fare, a darti in mano qualche libro da leggere e anche a regalarti parole di conforto se stavi giù. Questo era Roberto, era una sicurezza, lui c’era sempre. Ed è stato grazie a Roberto che, insieme a Mauretto, è stato possibile quel miracolo che fu l’Ogr. Sì, l’Organizzazione giovanile rivoluzionaria, che adesso sembra una cosa retrò ma che avrebbe ancora tantissimo da insegnare a tutti quelli che vogliono coinvolgere i giovani nella politica ma che non sanno da dove incominciare.

Chi l’ha vissuta, lo sa: l’Ogr era quel miracolo di relazioni umani forti e strette, che hanno segnato tutti e tutte noi in rapporti profondissimi, e perché la nostra non era la politica come s’intende oggi ma era pratica di condivisione vera, eravamo un gruppo dove chiunque di noi faceva i salti mortali per l’altro o l’altra. Eravamo un modello di vita in comune. Roberto era il nostro giovane padre, saggio e meno istintivo di Mauretto che era più passionale. Lui, Roberto, sapeva dosare, riflettere, capire, e non sbagliava mai un colpo. Roberto era pronto a chiedere scusa, se sbagliava. Roberto ci guidava con mano sicura. Ed è stato con Roberto e con questa fiducia che avevamo in lui, che tutti i giovani si sono poi buttati in quella nuova avventura che fu entrare in Democrazia proletaria, e dopo in Rifondazione comunista (dove io non ho resistito). Però, quegli anni mi sono serviti tutti, e me li porto addosso come un imprinting indelebile. Ecco perché Roberto io me lo porto sempre nel cuore, ecco perché per me Roberto non morirà mai: le sue parole, le sue riflessioni, l’essere sempre giovani malgrado il passare degli anni, è stato lui a insegnarmele, col suo esempio. Quella forza e quella vita che supera la vecchiaia e anche la morte. E a quelli che oggi, sapendo che vengo da lì, mi dicono: “ah, ma tu eri troskista, figurati!”, rispondo oggi con fierezza che sì, è vero, e ne sono orgogliosa, perché lì ho incontrato le persone migliori, le più sincere, le più intelligenti, le più pulite, le più coerenti, le più belle, quelle che ancora oggi, quando sto una chiavica, alzo il telefono per farmi consolare. Ed è stato Roberto (insieme a Fabione, Cristina, Roberta, Alberto, Francesco, Bruno, Salvatore, Mauretto, Nando, Patrizia, Silvione, Maria, Luana, Spillo, Francesca, Daniela, e tantissimi altri e altre), a trasmettermi la malattia: quella convinzione ferma e assoluta che il mondo può cambiare, deve cambiare, è che noi siamo qui per questo.

Grazie Roberto, un bacio che duri un’eternità

Luisa