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Street Politics

«Siamo alla distruzione reciproca»

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Abbiamo raggiunto al telefono a Los Angeles James Gelvin, docente di storia del Medio oriente all’Università della California. Gelvin è autore di numerosi saggi sui movimenti politici alternativi in Siria, citiamo «Divided loyalties: nationalism and mass politics in Syria at the close of empire».

Professor Gelvin qual è la funzione dei comitati popolari nel conflitto siriano?

I comitati popolari permettono di intaccare l’ordine locale e di costruirne uno alternativo in cui la giustizia sociale ed economica siano fondamentali. Agiscono quindi contro il governo. Ma ci sono varie distinzioni tra comitati in aree rurali ed urbane. I ribelli hanno preso il controllo di alcune regioni nelle campagne, come nel caso di Raqqah, sono più stabilmente presenti nelle zone periferiche. Ci sono tre tipi di comitati popolari: i comitati coordinati su base locale, i gruppi jihadisti di autodifesa e i comitati attivi nelle province kurde. I primi si sono sciolti,ma all’inizio delle rivolte coordinavano la base, gestivano la rabbia e organizzavano manifestazioni di massa. I comitati gestiti dai jihadisti invece hanno spesso fornito servizi e infrastrutture per dimostrare che non sono né contro il regime né contro il popolo. Si tratta di gruppi spesso armati. Infine nelle aree kurde si combatte per l’autonomia e l’autodifesa. I comitati popolari qui sono coordinati a livello locale e agiscono pacificamente.

Cosa avviene tra i kurdi?

La comunità kurda siriana è divisa su obiettivi e alleanze. Alcuni guardano al Partito dei lavoratori kurdi (Pkk), altri al modello iracheno. Poiché il regime degli Assad ha dovuto fronteggiare due significative ribellioni kurde, il governo ha cercato di annullare il pericolo kurdo per non aprire un nuovo fronte. E così ha offerto delle concessioni, chi tra i kurdi, si era spostato in Siria e non aveva ancora la cittadinanza, ha ottenuto un passaporto. Il governo ha poi stabilito per i kurdi un giorno di festa nazionale. In questo modo ha tentato di tenerli calmi. Poi nelle province kurde esiste una chiara aspirazione dei nazionalisti arabi che ha indebolito l’omogeneità kurda. Non solo, in quella regione c’è petrolio. Se il regime vince, non darà autonomia ai kurdi e neppure se vincerà l’opposizione.

Esiste una questione delle minoranze in Siria?

La crisi favorisce lo sviluppo del settarismo. Anche se le rivolte non sono cominciate come un movimento settario, per alcuni gruppi di opposizione il nemico è diventato non solo il regime ma la comunità da cui proviene: gli alawiti. Secondo un report sullo sviluppo umano nei Paesi arabi delle Nazioni unite, dove ci sono minoranze c’è una «legittimità per ricatto». Se le minoranze non sostengono il regime vengono minacciate di distruzione, è avvenuto in Iraq, in Bahrain, etc. E così le minoranze fanno parte dei cerchi che sostengono il regime. Sanno cosa accade se la maggioranza prende il potere. Anche ora c’è una chiara tendenza a sostenere il regime e ad osteggiare le opposizioni. Non solo ci sono elementi nelle opposizioni che fanno paura alle minoranze. Le atrocità che vengono raccontate come perpetrate dai jihadisti contro le minoranze radicalizzano le divisioni nella popolazione, innescano paura negli alawiti e trasformano il conflitto in una lotta settaria.

A chi arrivano denaro e armi che vengono da Europa e Usa?

Gli Stati uniti sono più riluttanti di quanto appaia nell’intervenire nel conflitto siriano. Hanno sbagliato molto durante queste primavere arabe, hanno sostenuto governi contro le volontà dei popoli. In Egitto hanno voluto che il regime rimanesse intatto anche senza Mubarak. Gli Stati uniti hanno apprezzato il modo in cui il regime siriano ha tenuto insieme il Paese in questi anni, come ha controllato le frontiere con Israele. Per questo non spingono affinché il regime sparisca. Gli Stati uniti sanno che l’assenza di Stato lascerebbe territorio ai jihadisti, temono la settarizzazione del conflitto. Gli americani sono entrati nella crisi perché vogliono scegliere chi tra le opposizioni deve andare avanti. Per gli interessi di Washington la questione è tenere sotto controllo Qatar e Arabia saudita che sostengono i gruppi salafiti e capire l’ideologia politica dei Fratelli musulmani siriani che sono meno noti all’amministrazione americana di quelli egiziani. Evidentemente questo approccio sta cementando le opposizioni.

John Kerry nella riunione di Roma ha designato al-Khatib come leader dell’opposizione siriana?

Quello non è un governo transitorio per gli Stati uniti ma un canale. Così Washington vorrebbe che anche Gran Bretagna, Francia e Qatar rifornissero un solo gruppo. Questa tecnica dovrebbe dare un segnale ai ribelli frammentati che chi vuole ottenere risorse deve raggiungere questo gruppo e obbedire. Ma il sistema non funziona, gli inglesi, i sauditi, il Qatar e altre parti possono emergere in modo difficile da controllare.

C’è una via di uscita?

Il regime mente e le opposizioni altrettanto. Non ci sono alternative alla distruzione reciproca. Non è possibile una sorta di colpo di Stato militare sul modello egiziano e neppure gli scenari dei regimi frammentati di Libia e Yemen. Il regime siriano non si frammenta, non si sgretola e combatterà fino alla fine. Questo vuol dire che una soluzione politica non è praticabile.

Quale ruolo hanno i jihadisti?

Ci sono due tipi di jihadisti: domestici e provenienti da altri Paesi. Gli stranieri operano seguendo la direzione qaedista, conquistano piccole aree liberate per attaccare. Sono arrivate ingenti quantità di armi in Siria dalla Libia e dalla Croazia. Molti di loro per liberarsi del regime commettono atrocità. Al-Qaeda non ha intenzione di combattere regime per regime, definisce un governo «marionetta dei sionisti» e lo combatte. I gruppi jihadisti interni sono impegnati ad imporre la sharia nelle aree liberate non cercano l’unione del mondo musulmano. Mentre i qaedisti sì, vorrebbero un Paese dalla Spagna alla Cina, e l’assurdità del loro auspicio ha tolto credibilità al loro messaggio politico.

Articolo pubblicato sul Manifesto il 09/03/2013

  • alvise

    Solo le guerre di religione hanno una potenza devastante e inarrestabile come quella descritta nell’intervista.
    Mi auguro che anche nella sinistra italiana si arrivi a capire che le questioni religiose ci riguardano; specie quando si vuol definire un rapporto con gli immigrati che provengono da quella cultura e fede.
    Se qualcuno pensa che “regalando” loro diritti politici e di cittadinanza quegli aspetti scompaiano, si disilluda.
    Non mi risulta sia mai accaduto in nessun luogo del mondo e nella Storia dove l’islam è presente in maniera significativa.

  • giuseppe.acconcia

    Di sicuro alcuni partiti sono piu’ capaci di altri a maneggiare la questione religiosa inserendola nella loro ideologia politica e questo e’ successo anche in Italia

  • alvise

    Concordo con il sig. Acconcia.
    Aggiungo che l’aver trascurato il fattore religioso ha sempre fatto perdere – ai partiti che non sapevano maneggiare la questione – il governo dell’Italia o comunque non lo hanno mai conservato per un lungo periodo.
    L’ateismo di Stato non ha funzionato nel paesi “socialisti” e quello “pratico” che c’è in occidente, non mi pare abbia altrettanto successo al di fuori dell’Europa.