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Nuvoletta rossa

Graphic novel fra barocco e Baricco

È fra le etichette più abusate del momento, perché ha compiuto il miracolo: elevare il fumetto da subcultura usa e getta a genere letterario. E pazienza se prima che la definizione di  Graphic Novel facesse irruzione sulla scena mediatica erano già sugli scaffali L’Eternauta di Oesterheld & Solano López, Il Garage Ermetico di Moebius, e poi Corto Maltese e Gli Scorpioni del deserto di Pratt, Den di Corben e ancora Pazienza, Tamburini Liberatore e compagnia: quelli erano (solo) fumetti. Questi, invece, fumetti dichiaratamente colti. Comics da meditazione. Da leggere con rispetto parlando. Da sistemare in bella vista sul tavolino del salotto. O da utilizzare come conversation piece. Magari, partendo proprio dal sesso, visto che fra pubblico e critica non c’è unanimità neanche su quello: c’è chi, partendo dal termine inglese, ne parla al femminile. E chi invece, puntando sulla traduzione italiana, al maschile. Per capirci: “Il” Graphic Novel, non “La” Graphic Novel.

Se ci si arzigogola addosso sul piano sintattico, figurarsi cosa può succedere quando la disputa sconfina sugli scaffali delle librerie. Perché la scelta è vasta. Ma i titoli degni di attenzione si limitano a qualche manciata, Caposaldi del genere come Contratto con Dio di Will Eisner, fra i primi esemplari di Graphic Novel mai apparsi sugli scaffali. Destrutturazioni superomistiche ormai datate ma di inossidabile potenza visionaria come Watchmen o V per vendetta. Bildungsroman antiretorici sul genere di  Re in incognitoBlankets.  E interessanti esercizi di stile come il recentissimo Senza Sangue (Edizioni BD, 92 pagine, € 18,00). Un romanzo disegnato nato dal romanzo scritto di Alessandro Baricco sulle liaisons molto dangereuses fra un uomo e una donna in un angolo immaginario di America latina.

Per lo sceneggiatore Tito Faraci è un ritorno ai fasti di La vera storia di Novecento, rilettura disneyana del monologo teatrale pubblicato nel ‘94 da Feltrinelli votata a suo tempo dai lettori di “Topolino” come “più bella storia di sempre” (mica cotiche). Bando ai paragoni fra la dramedy di un Pippo mai così sballato e questa nuova scommessa editoriale. I temi ricorrenti tipici dei testi di Baricco ci sono tutti: la solitudine come vocazione/maledizione, il passato che non passa, un linguaggio a metà fra immediatezza e barocchismi. Ma se il “Novecento” secondo Faraci puntava sul sentimento, Senza Sangue è 100% dramma. La prima nota genuinamente grave di uno sceneggiatore che finora ha dimostrato di saper giocare con voci e spartiti diversi – la Banda Disney, Magico Vento, Tex, Brad Barron, Spider-Man, Capitan America… ma sempre nell’ambito consolatorio del fumetto destinato a finire in gloria per contratto.

Qui, lo sceneggiatore di Gallarate si rimette in gioco con umiltà, lavorando in levare. Seguendo passo passo l’originale nel primo atto della vicenda, il più crudo, facile e “grafico”. Ma reinterpretando il secondo con una calibratissima alternanza di flashback e sequenze di puro body language. Una prosa asciutta, sommessa, altra rispetto alle pippette sul sesso degli angeli o ai riccioli sgualdrini di Baricco. Tradotta in matite scarne ed essenziali dal pittore prestato al fumetto Francesco Ripoli (Ilaria Alpi, 1890), vicinissimo per tratto, atmosfere e uso della grafite al David Lloyd di Kickback, solo senza ritocchi in Photoshop. Il risultato è un fumetto capace di reggere tranquillamente il confronto con l’originale, oltre che con molte produzioni altisonanti. Non un “must” imprescindibile, che non è più o non è ancora epoca. Ma una lettura agile, lucida, curiosa, che sottolinea la vitalità della scena italiana, esplorando la terra di nessuno fra produzione seriale e sperimentazione, e stabilendo un precedente di cui sarebbe bello tener conto.

Peccato quello strillo Graphic Novel in copertina: ma è il mercato, bellezza, e tocca abbozzare.