closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
FranciaEuropa

Choc a Libération

Il quotidiano Libération è in crisi. Malgrado una ricapitalizzazione lo scorso luglio da parte dei nuovi azionisti di maggioranza, il finanziere Patrick Drahi e l’affarista Bruno Ledoux, proprietà e direzione hanno fatto una “proposta” bomba alla redazione: soppressione di 93 posti di lavoro (su 250, di cui 180 giornalisti), cioè un taglio di un terzo di chi ha un contratto a tempo indeterminato, riduzione da 11 a 9 settimane di ferie, nuovo contratto per tutti quelli che restano da dicembre (lavoro su carta, web, radio, in futuro tv e anche per gli “avvenimenti” organizzati dalla “marca” Libération) e chi non ci sta “sarà licenziato a gennaio” ha precisato François Moulias, cogestore del gruppo editoriale. Inoltre, nell’inverno ci sarà il trasloco in periferia dalla sede storica a due passi da place de la République. La proprietà spera cosi’ di risparmiare 8 milioni di euro anno per gli stipendi. E non basta: tutti i giornalisti e i tecnici del giornale dovranno firmare una “clausola di non denigrazione” della testata. Questo per evitare che si ripeta la rivolta dello scorso inverno, quando ai progetti di tagli della proprietà la redazione aveva opposto la pubblicazione di articoli e prese di posizione “Noi siamo un giornale”, per contestare l’idea lanciata allora di trasformare la testata in una “marca” commerciale, per poter sfruttare la bella sede a spirale di rue Béranger in un locale, da trasformare in luogo culturale – “il caffé Flore del XXI secolo” aveva detto Moulias – con relativo affitto di spazi per eventi di ogni tipo, anche commerciali.

La redazione è “sotto choc”. Ma, aggiunge un delegato sindacale, “la rivolta non serve a niente”. Il direttore, Laurent Joffrin, giustifica il programma della proprietà: “la crisi della stampa, che colpisce duramente i quotidiani, ci obbliga ad adattare l’organico, come fanno molti giornali in Francia e nel mondo” (del resto anche Le Monde dovrà subire una ristrutturazione). Joffrin intende dividere il nuovo giornale in sei poli: Potere, Pianeta e Mondo, Futuro, Idee, Cultura e Next, il supplemento settimanale. Il web sarà sempre più con parti a pagamento, un paywall con qualche articolo gratis, nella speranza di aumentare gli abbonati sulla rete (ora sono 11mila). Dovrebbe venire potenziata anche la distribuzione a domicilio nelle grandi città (ora 25mila abbonati), mentre alcune attività, come la documentazione e la diffusione, verranno esternalizzate. Per chi accetta entro fine novembre di dare le dimissioni ci sono 12mila euro di buonuscita.  Se non si troveranno 93 persone, ci saranno licenziamenti. In qualunque modo si concluda questa dolorosa fase di ridimensionamento, il nuovo Libération sarà certamente molto diverso. Nel giornale fondato da Jean-Paul Sartre, dove la critica era la materia prima, adesso viene imposta la clausola di non denigrazione.

  • erverin irve

    In Italia abbiamo 137 quotidiani, di cui letto uno, puoi fare a meno di leggere gli altri. In Francia ce ne sono 4 : uno di destra Il Figaro,uno tra il liberal ed il socialdemocratico Le Monde e l’Humanite’ e Liberation di sinistra. In Italia la stampa e’ tutta nelle mani delle destre !!!

  • erverin irve

    E’ solo l’inizio di una crisi che irrimediabilmente si sta abbattendo sulla carta stampata e che non risparmeriera’ nessuno dei 137 quotidiani in circolazione in Italia.
    In Francia nonostante ve ne siano solo 4,troviamo uno in crisi profonda come Liberation e il glorioso Humanite’ che esce uno giorno si’ e due no.

  • O. Raspanti

    Laurent Joffrin resta per me un mistero. Dov’è andato ha fatto danni (da Libé al Nouvel Obs a Libé). È un mistero il fatto che sia ancora in circolazione e che qualcuno lo prenda in considerazione (deve avere degli appoggi di un certo livello).
    Per quanto riguarda poi le sue analisi politiche sono insignificanti, acqua tiepida.
    Eppure è onnipresente, sistematicamente invitato in televisione o alla radio, ad esprimere le sue opinioni.
    Povero Libé!