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Quinto Stato

Chiamatela “Mister Wolf”: la spending review risolve problemi

Nuovo colpo di scena sulle tasse universitarie. Fino a poche ore prima dall’approvazione del maxiemendamento alla spending review, il patto siglato tra i falchi governativi e le colombe del Pd sembrava tenere.

L’aumento delle rette era stato scaricato sulle spalle dei fuori-corso, quelli che il ministro Profumo considera “costi sociali”, e poi diluito in tre fasce di reddito delle famiglie di appartenenza. Rincaro del 25 per cento fino a 90 mila euro di reddito Isee (l’indicatore che assomma reddito, patrimonio e numerosità del nucleo familiare); 50 per cento fino a 150 mila e 100 per cento in più per chi percepisce un reddito superiore ai 150 mila euro. Una misura poco più che simbolica visto che i contribuenti che denunciano simili cifre sono solo 30 mila, mentre la maggioranza si attesta ben al di sotto dei 30 mila euro annui. Un palliativo che avrebbe permesso al governo di continuare la sua guerra ideologica contro i fuori-corso “sfigati”, assicurando allo stesso tempo il rispetto della norma costituzionale sulla tassazione progressiva.

Il colpo di mano è avvenuto nella notte dell’altro ieri, irritando non poco il Pd che si era speso per una soluzione di compromesso. Da oggi le tasse possono aumentare per tutti, molto dipenderà dalla scelta degli atenei, ma ad una condizione: per i tre anni successivi al 2013, l’aumento per gli studenti in corso (con reddito Isee inferiore ai 40 mila euro lordi), non potrà superare l’inflazione. Poi si vedrà. Per tutti gli altri studenti in corso l’aumento è molto probabile. E’ invece certo per 600 mila fuori-corso, quasi il 40 per cento degli iscritti.

La versione della norma concordata in precedenza, che già aveva sollevato una serie di polemiche tali da far sbandare il governo, non deve essere sembrata sufficiente alla Ragioneria dello Stato per affrontare il vero problema: il taglio di 1,3 miliardi di euro al Fondo ordinario di finanziamento (dal 2008 al 2012 passerà da 7,4 miliardi di euro a 6,1) imporrà, tra l’altro, agli atenei di aumentare le tasse studentesche che già oggi contribuiscono con il 13 per cento al loro bilancio. Non solo. Si è scoperto che i soli fuori-corso, pur numerosi e stigmatizzati come il male morale che incarna l’inefficienza dell’università, non possono finanziare da soli il rilancio delle loro casse esangui. Sia pur gradualmente, è necessario aumentarle a tutti, anche perché bisogna correre al riparo su un altro fronte: impedire il ricorso al Tar degli studenti contro l’aumento delle tasse strisciante, ma ormai visibile. È già accaduto a Pavia, dove l’ateneo è stato condannato dal Tar a restituire le tasse agli studenti per avere sforato il famigerato tetto dell’1,33 per cento. E sembra che altri ricorsi otterranno lo stesso risultato, visto che gli atenei che hanno sforato il tetto sono 33 (su 62). Una tendenza che già nel 2010 aveva portato le tasse a 1125 euro in media a testa, con un aumento del 38,2 per cento rispetto a cinque anni prima.

Quella sulle tasse non è però l’unica decisione “politica” presa dal governo nella spending review. Ce n’è una che interessa una ventina di rettori in scadenza (o già “scaduti” nel 2011) ai quali viene prorogato il mandato in attesa di completare la transizione degli atenei al nuovo assetto previsto dalla riforma Gelmini. Anche in questo caso ci sono diversi ricorsi al Tar. La spending review ha blindato anche loro. Nelle giravolte delle ultime ore, questo decreto si è trasformato da strumento “tecnico” a tappabuchi della riforma universitaria, oltre che dei guai provocati dai tagli.

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