closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Lo scienziato borderline

Da “cegghevàra” a Che Guevara

Il nove ottobre 1967 moriva Ernesto Che Guevara.

Credo che sia facile e difficile dire qualcosa, nel quarantacinquesimo anniversario della sua uccisione in Bolivia. Facile perché molti ne hanno parlato, ne scrivono, ci sono anche iniziative recenti in queste settimane per celebrarlo e ricordarlo, come quella a Roma dello scorso 6 ottobre di CSP – Partito Comunista, o quella nella mia vicina Collegno (Torino), il prossimo 13 ottobre. Difficile perché può sembrare che ormai sul Che sia stato detto tutto il dicibile: è il bello ed il brutto di essere una figura universale, nota in tutto il mondo. Chiunque si senta, anche per po’, anche part-time, rivoluzionario, conosce il Che Guevara e ne apprezza in toto o in parte l’opera, l’immagine, il pensiero, l’esempio.

Che Guevara resta attuale, non passa di moda, e suon di man con elle. Sempre i soliti discorsi.

Bueno, entonces, qué vas a decir de nuevo, profesòr, quiero ver…

Che Guevara all'ONU, dicembre 1964

Che Guevara all’ONU, dicembre 1964   http://pregonando.com/discurso-de-ernesto-che-guevara-ante-la-onu-1964/

Allora ho chiesto di provare, ad amici, amiche, o semplici conoscenti informatici, compagni e non, a scrivermi un loro piccolo ricordo personale legato al Che, possibilmente collegato alla giovinezza, un ricordo della prima volta che ne hanno sentito parlare. Come abbiamo “conosciuto” o “incontrato” il Che, e anche come ha cambiato, poco o molto, il nostro modo di pensare se non la nostra vita? Non ho ritenuto opportuno mettere i nomi e cognomi di tutti coloro che ho scelto, per mantenere un tocco delicato.

Cominciamo da Marco. Marco che è di Torino, ma ora è un politico noto, vive a Roma  ed è Comunista. Mi dice: il mio primo ricordo del Che risale al mio primo corteo da studente delle superiori. Era il 1973, ad ottobre, a Torino. Per me, allora, che avevo 14 anni, il Che era uno slogan: “Hasta la victoria, SIEMPRE! Hasta la victoria SIEMPRE! Che Che Guevara, Cile rosso sarà!”. Da lì la curiosità di sapere ed apprezzare chi era Guevara.

Daniela è di Milano e di politica non si occupa per nulla, invece. Il suo ricordo risale all’infanzia: suo padre, per arrotondare, faceva come secondo lavoro il fotografo, e per diversi anni – nei 70 – ha “coperto” le Feste dell’Unità, quando ancora a quelle feste ci si poteva dire comunisti e parlare di Che Guevara. Il Che era sui manifesti, dai manifesti passava nelle foto, e i negativi e gli sviluppi di quelle foto, con la faccia del Che, invadevano la sua casa di bambina per una settimana. Poi, anni dopo, gliene hanno parlato a scuola, addirittura: si vede, proprio tempi differenti dagli attuali.

Sabrina è della Valle di Susa ed è, quando chiaccheriamo, vicina al movimento anarchico. Il Che Guevara l’ha incontrato al mare, un’estate. Dice testuale: “Ero al mare. Rincoglionita, e psichedelica come sempre. Poi su una bancarella ho comprato un libro sulla sua vita. Ed ha cambiato la mia”. Ho scelto di citare questa storia perché è quella che più riassume la storia di molti di noi: almeno nella seconda parte.

Stefano vive a Chiomonte, in Val Susa, ma è nato a Genova: nel 93 aveva 13 anni, e comprava il “Manifesto”, vergognandosi di dire che non ci capiva molto…. Allora, “un giorno presi coraggio e chiesi a mia mamma chi diavolo fosse questo “keguevara” di cui si parlava tanto… Mamma me lo spiegò bene! Successivamente, da grande, mi sono sempre chiesto dove, e per quanto tempo, la sua immagine continuerà ad essere sinonimo di ribellione, generosità, studio unito alla pratica rivoluzionaria, bellezza eterna…quasi mistica. Per chi si diletta di comunicazione, l’immagine scattata da Alberto Korda rimane una delle immagini più potenti di sempre. Uno di quei casi in cui si può dire: avete ucciso un uomo regalando le ali alle sue meravigliose speranze.”

Rosa vive in Basilicata e racconta di un innamoramento virtuale precoce: “Avevo 16 anni, e ho visto un suo poster in casa di un ragazzo più grande, che frequentavo di nascosto. Sono rimasta soprattutto folgorata dal suo viso, dalla sua bellezza così diretta e calda. Ho chiesto chi era, e poi mi sono fatta dare un libro su di lui e questo ha molto contribuito al mio divenire comunista.” Un libro. Sono importanti i libri, mi pare ritornino in molte storie.

Che Guevara, ONU, dicembre 1964

Che Guevara all’ONU, ricostruito dal suo doppio, l’attore Benicio del Toro nel film sul “Che”

Mario lo incontro spesso alle manifestazioni, e una volta mi ha commosso, mettendomi di nascosto in mano un distintivo “No-Nuke”, quando ha capito che anche io ero, nonostante la mia formazione o forse proprio per quella, dalla loro parte. Mi racconta che nel 1980 comprava Lotta Continua, e successe come spesso capitava: “un compagno più grande di Lotta Continua, a scuola, ci portò delle foto del Che e ci raccontò la storia…”

Lino vive a Torino e lavora nel mio stesso posto, ed ha la storia più simile alla mia. Mi scrive che “nel 1968, gli albi a fumetti, in edicola, con lo stesso formato di Tex, raccontavano la saga della rivoluzione, con tutti i personaggi, a partire da Fidel e Camìlo Cienfuegos. Poi, a Torino, nel 1973, vidi la sorella del Che, che viveva a Milano, insieme alla figlia di Allende, alla grandissima manifestazione torinese, nazionale, contro il golpe in Cile… e i suoi libri, certo”. La stessa manifestazione di Marco, e alla quale assistetti senza partecipare, esile quasi-dodicenne appena iscritto in seconda media, pure io. E probabilmente sentii gridare Lino e Marco, che avevano solo pochi anni più di me, ma in quell’età nella quale due-tre anni in più sono molti.

Andrea mi lascia una riflessione: “le icone cambiano, ma non cambia l’aspirazione di giustizia che personaggi come il Che hanno incarnato. Ed in momenti storici apparentemente “piatti” come questo, sono certo che ci sono tanti Che (tanti Sankara, tanti Gandhi, …) pronti a risvegliarsi appena le condizioni lo richiederanno”.

Stefano porta l’esempio del Che come una sorta di disciplina interiore di vita: “In questi anni di militanza ho sempre cercato di essere coerente con me stesso, disabituandomi a tutti quei prodotti commerciali che sforna questa società capitalistica e consumista. Forse non sarà molto, ma il fatto di stare lontano da questi schemi consumisti mi rende più coerente con quello che faccio.” E mi manda fraterni saluti. Che io ricambio, mi è piaciuto molto quanto mi ha scritto.

Ed io? Non posso che concludere gettando la mia maschera. Io ero molto piccolo, nell’ottobre 1967: avevo sei anni e la mia famiglia non era certo di rivoluzionari. E poi avevo (un po’ è rimasta..) l’abitudine di ascoltare molto, raccogliere impressioni e informazioni, ma anche capire un pò fischi per fiaschi. Comunque tutti ne parlavano, di questo terribile fatto, e io non ne sapevo nulla, avevo iniziato ad andare a scuola, in prima elementare, giusto una settimana prima.  Che Guevara era un nome, e diventava quasi un suono. Pensai – e quel suono lo ricordo come fosse oggi – che non capivo come questa persona che era morta potesse chiamarsi in modo così strano. “E’ morto cegghevàra, è morto cegghevàra”, dicevano tutti: al telegiornale del “Canale Nazionale” (la parola TG1 arrivò molti anni dopo), i miei genitori, gli amici dei miei. E Massimo, quel bimbo così distante dal Che, ma che per sei anni ha condiviso con lui la stessa epoca, pensava: “che strano nome, povero signore, ma mi spiace che è morto”. Forse potrà essere una sensazione ricostruita, come accade talvolta, ma mi ricordo che pensai la sua morte potesse avere qualcosa a che fare con il fatto che avesse la barba.  Passarono un po’ di anni, e “cegghevàra” diventò Che Guevara, più o meno verso il 1973. Allora capii che cosa avevamo perso quel giorno, e il suo grande sacrificio.

Basta. Vivi sempre dentro di noi Che Guevara, dentro milioni di persone. Hasta la Victoria Siempre. Massimo

PS – Carlo F.  è un incontro su un social network, non lo conosco. Ma mi ha lasciato una poesia, che riassume molto bene come si sentono molti di noi, dell’età di mezzo, diciamo, in questo giorno, ricordando quel giorno. La pubblico, qui, sperando di non fargli cosa sgradita. E’ in spagnolo e in italiano, lascio qui la seconda versione.

¡Tú estás ahora aquí, Comandante!

Quando moristi, Che, ero bambino
e piansi, lacrime amare di sale rappreso,
poi da adolescente, feci il tuo ritratto
e lo appesi alla parete
della mia stanza;
lo guardavo ogni volta
che tornavo dalle piazze, dalle strade
intrise di rabbia e di violenza,
che percorrevo
in cerca di una speranza nuova.
Da adulto,
decisi di ricominciare,
da dove tu eri partito
per sempre,
da una scuola.
Perché la lotta più dura e più vera
si fa nelle coscienze
dagli albori,
da quando sbocciano alla luce.
Così ora coltivo paziente,
il giardino prezioso dei tuoi sogni,
Comandante,
sono ancora qui
a combattere la tua battaglia,
al tuo fianco.
E non ho paura della vecchiaia
né della morte.
Perché so che anche tu sei con me,
fiore dell’eternità,
coraggio del nostro sospiro,
fino alla vittoria, sempre!

(C.F.)