closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Quinto Stato

Cgil: il Jobs Act per le partite Iva è parziale e confuso

essere-freelance

Il Jobs Act delle partite Iva “rischia di deludere le molte attese che lo avevano accompagnato”. Il documento diventa l’occasione per un confronto a tutto campo tra il sindacato e i movimenti dei freelance in Italia

***

Sui tempi di pagamento, il prolungamento dell’indennità per la malattia oncologica e, in parte, sulla deduzione dei costi per la formazione, Corso Italia riconosce gli avanzamenti nelle “tutele rispetto alla situazione attuale dei titolari di Partita Iva”. Negli altri articoli – 21 in tutto – il sindacato rileva “norme confuse sul contrasto agli abusi, ad esempio non viene introdotto l’obbligo di comunicazione al centro per l’impiego dell’inizio dell’attività, né è chiara la disposizione circa la durata della committenza, né l’obbligo della forma scritta del contratto”.

La confusione deriva dall’incertezza dei soggetti a cui il Ddl si rivolge. Nei primi articoli si parla di tutti i lavoratori autonomi che in Italia sono 5,4 milioni. Sono persone fisiche, non imprese: autonomi, freelance, liberi professionisti. Negli altri articoli si comprende che la platea selezionata è più ristretta: le partite Iva e i freelance iscritti alla Gestione Separata Inps. Per la Cgia di Mestre sarebbero 220 mila a cui bisogna aggiungere oltre 1,5 milioni di lavoratori “parasubordinati” iscritti nella stessa cassa previdenziale.

Anche la Cgil sostiene che la sfera di applicazione delle norme coinvolge entrambi i soggetti che sono in realtà molto diversi sia per situazione contrattuale che per diritti.

freelance maternità

Maternità

L’articolo 8 del Ddl stabilisce l’abolizione dell’obbligo di astensione dal lavoro al fine dell’esigibilità dell’indennità di maternità per le partite Iva. La lettera del testo, tuttavia, parla genericamente di iscritti all’Inps senza ulteriori precisazioni. Questo significa che si rivolge sia ai parasubordinati che ai freelance. L’applicazione della stessa norma produrebbe effetti diversi – se non opposti – se fosse applicata a chi ha un contratto a termine oppure ha una partita Iva.

Per una lavoratrice parasubordinata, infatti, l’obbligo dell’astensione dal lavoro durante la maternità  è necessario per prevenire abusi da parte dei datori di lavoro. Una freelance, invece, potrebbe gestire in maniera autonoma i periodi di lavoro e di cura del nascituro e del neonato. Non è vincolata a un orario di lavoro, ma ai rapporti con i clienti che può gestire in autonomia. In questo caso, imporre l’obbligo di astenersi dal lavoro significa chiedere alla freelance di rinunciare a un lavoro. Situazioni opposte, create artificialmente dalla gestione separata dell’Inps, un esperimento di laboratorio che ha unito situazioni lavorative molto diverse. Il Ddl governativo non si pone questo problema e, allo stato attuale, rischia di creare un contrasto tra le lavoratrici.

29eco1 partite iva freelance office

Che cos’è il freelancing

Il giudizio della Cgil coglie in parte il problema. “Il Ddl – scrive – sembrerebbe riferirsi anche alle collaborazioni, destrutturando così le attuali tutele”. Dall’altro lato propone alle freelance “pure” della gestione separata una mediazione che non soddisfa la richiesta di libertà avanzata dalle loro associazioni. Il sindacato parla di “un periodo minimo di astensione obbligatoria antecedente e successiva al parto rendendo invece flessibile il periodo complessivo di astensione attraverso il ricorso alla contrattazione collettiva”, considerato “lo strumento più adeguato per conciliare la condizione della lavoratrice con il contesto produttivo e organizzativo”.

In queste considerazioni emerge una distanza dal mondo dei freelance e del lavoro indipendente. Una distanza dovuta, probabilmente, a una sottovalutazione della trasformazione del lavoro postfordista. Il freelancing non è infatti riducibile all’idea di un “contesto produttivo e organizzativo” omogeneo. Questa immagine rimanda all’idea della filiera produttiva costituito da un’azienda centrale che alimenta un indotto attraverso appalti e subappalti. Lo strumento della contrattazione può intervenire in questa organizzazione d’impresa e rimanda all’idea del lavoro autonomo economicamente dipendente ed eterodiretto. Praticamente, un sinonimo della parasubordinazione. Le partite Iva sono “false” e vanno ricondotte al lavoro dipendente.

Questo non vale per le lavoratrici iscritte alla gestione separata Inps, come ad altre casse dove in molte sono “emigrate” per sfuggire alle sue condizioni proibitive. L’approccio non coglie nemmeno un dato costitutivo del lavoro indipendente: il passaggio da una condizione di parasubordinazione a un’altra di indipendenza, e viceversa. Questa mobilità è ormai acquisita dai lavoratori, ma è ignorata da sindacati e legislatore.

Ciò che non viene riconosciuta è l’intermittenza tra lavoro e non lavoro, oppure tra condizioni contrattuali diverse e opposte. Questo è un elemento acquisito dalla cultura degli autonomi che contrattano personalmente le attività e i compensi. La richiesta sulla maternità è inserita in un ventaglio di diritti a sostegno di una condizione di indipendenza mai fino ad oggi riconosciuto come tale. Se il governo Renzi ha un merito è di averla riconosciuta, almeno a parole.

Non chiarire, alla base, la differenza tra la parasubordinazione e il freelancing rischia di generare nuove discriminazioni tra una tutela nel contratto e la tutela dei diritti fondamentali.

Malattia

Il Ddl governativo risponde a un’altra rivendicazione dei movimenti dei freelance in Italia, ispirata dalla battaglia della freelance grossetana Daniela Fregosi per l’estensione delle tutele sanitarie per i lavoratori autonomi che hanno contratto un tumore. Chi ha redatto il testo ha tuttavia preso alla lettera questa richiesta, creando una potenziale discriminazione tra le malattie delle partite Iva.

Si arriva così al paradosso di tutelare – mediante la sospensione del pagamento degli oneri previdenziali, ma non di quelli fiscali – solo i malati di tumore e non quelli affetti da altre patologie ugualmente gravi. La Cgil rimarca  l’insufficienza dell’indennità prevista dal governo e chiede di estendere la tutela a tutti “gli eventi morbosi che determinano una impossibilità oggettiva e prolungata a svolgere l’attività lavorativa”.

19desk lavoro autonomo

Congedi parentali

Ulteriore confusione, non rilevata dalla Cgil, è rappresentata dall’articolo 9 sui congedi parentali. In questo caso il governo li riserva a tutti i lavoratori autonomi (quindi gli iscritti alla gestione separata e i liberi professionisti), e non ai parasubordinati che potrebbero anche essere titolari di questi diritti, in maniera occasionale.

Ai liberi professionisti il Ddl riserva alcune norme, come l’accesso ai fondi Ue, ma non i diritti sociali su maternità o malattia. La giustificazione “ufficiale”  è che gli ordini pensano a loro in questi casi. Sempre ammesso che prevedano norme di questo tipo, resta il fatto che i problemi di questi lavoratori non sono stati compresi a fondo. La questione riguarda il reddito. L’imposizione di esosi minimi previdenziali fino a 4 mila euro annui, indipendentemente dal reddito percepito che in molti casi non supera i 10 mila euro annui, penalizza gravemente l’accesso ai diritto fondamentali garantiti dalle categorie, fino al punto di negare il beneficio delle prestazioni sanitarie o delle tutele.

Il caso dei giornalisti

Prendiamo i giornalisti. Il regolamenti dell’Inpgi2 – la cassa previdenziale di riferimento per i non dipendenti – prevede alcune tutele solo per i parasubordinati con un contratto di collaborazione. Ma ignora completamente la situazione dei freelance – che sono la maggioranza. In questo caso specifico la non estensione delle tutele previste dal Ddl governativo sul lavoro autonomo creerebbe una discriminazione tra i freelance della gestione separata Inps e quelli iscritti alla gestione separata dei giornalisti. Lo stesso problema si pone per tutte le casse separate dei professionisti. In altre parole, il Jobs Act delle partite Iva andrebbe ad allargare la distanza già esistente tra professionisti ordinisti e precari ordinisti, opponendo i parasubordinati ai freelance della stessa categoria, senza contare le discriminazioni tra i freelance dell’Inps e quelli delle casse private.

Queste sono le possibili conseguenze di un Ddl che non ha una chiara visione della condizione del lavoro indipendente in Italia ed  evita di affrontare i suoi problemi fiscali e previdenziali. Un vero “Statuto del lavoro autonomo” – quello di Renzi non lo è, si parla solo di “misure” – dovrebbe essere accompagnato da un ripensamento globale della spinosa questione degli ordini, in grande difficoltà rispetto alla crisi sociali in cui versano i loro associati, e una riforma della previdenza pubblica e privata. Un atto politico vero, complessivo e ambizioso che al momento manca.

giornalismo freelance

Geometrie variabili

Il Ddl è a geometria variabile. Si rivolge a segmenti specifici del lavoro indipendente, senza una prospettiva generale né universalistica, seguendo un’idea di diritto à la carte, modellata sulle esigenze del consenso immediato, non su una reale comprensione della complessa realtà del lavoro indipendente, oggi.

La stessa osservazione viene avanzata dalla Cgil per la quale “risalta il limite generale di procedere per regolazioni frazionate per singoli spezzoni del mondo del lavoro: il cosiddetto Jobs Act per il lavoro subordinato privato, i prossimi decreti attuativi della ‘Riforma Madia’ per il lavoro pubblico, le disposizioni sul lavoro autonomo”.

Contratto

In questo dispositivo giuridico Corso Italia non sembra cogliere appieno un altro problema, di portata generale: il lavoro indipendente non rientra pienamente nella contrattazione collettiva. Caso diverso per le lavoratrici parasubordinate. Il sindacato però non distingue i due soggetti e sovrappone i diritti degli uni agli altri.

Una confusione indotta da un testo governativo, scritto con i piedi, risultato della stessa cultura che non ha compreso la novità del lavoro indipendente.

Per il sindacato il contratto nazionale di lavoro è la sfera dove i diritti del lavoro sono realmente esigibili. Quando la segreteria Camusso parla di “contrattazione inclusiva” afferma la centralità dei diritti del lavoro nella società e cerca di ricondurre tutti i diritti della persona operosa in questa sfera.

L’approccio è confermato nella Carta dei diritti universali del lavoro presentata dalla Cgil. L’organizzazione dovrebbe tuttavia metterlo alla prova con un mondo – quello del lavoro indipendente-in cui si mescolano le forme di lavoro autonomo, parasubordinato, impresa e cooperazione. Questa complessità è difficilmente riducibile a una contrattazione centrata sulla subordinazione e andrebbe affrontata prestando una nuova enfasi sui diritti fondamentali, a partire da quelli sociali, insieme a un ripensamento di fisco, previdenza e welfare.

Questi diritti non sono ostili a quelli del lavoro, ma sono fondati sulla persona e non sul contratto del lavoro. Le rivendicazioni dei freelance rimandano a questa dimensione, non a quella del contratto. Una differenza riscontrabile nella “Carta dei diritti del lavoro autonomo e indipendente” presentata dalle ventuno associazioni che compongono la coalizione 27 febbraio. Un confronto tra i due approcci potrebbe essere utile.

Per la cultura della sinistra, e del suo lavorismo progressista, la sfida è quella del pluralismo: la contrattazione andrebbe intesa come uno dei possibili strumenti, non l’unico, per regolare situazioni lavorative eterogenee e spesso irriducibili ad un’unica misura giuridica prevalente.

La discussione in atto sul Ddl lavoro autonomo rappresenta un’opportunità per ripensare il contratto come uno degli strumenti possibili per garantire i diritti, non l’unico.

Sostegno al reddito

Nel Ddl del governo non sono citati l’equo compenso, i diritti sindacali, associativi e, in generale gli strumenti di azione collettiva per riconoscere la figura del lavoro autonomo e la sua presenza indipendente nella società. Tutti elementi valorizzati dai movimenti dei freelance nell’ultimo decennio, affermati dal comunicato della coalizione 27 febbraio, assenti altrove.

Si riscontra anche un’altra assenza: quella di una tutela per il reddito minimo o per il sussidio universale di disoccupazione. Se si vuole riconoscere gli autonomi come lavoratori, e non come imprese individuali, allora bisogna pensare che possono finire disoccupati o non raggiungere un livello dignitoso di reddito. L’assenza di “uno strumento di sostegno al reddito per i periodi di crisi, una previsione sui compensi minimi” è riscontrata anche dalla Cgil. Questi minimi dovrebbero essere parametrati “ai costi contrattuali previsti dai Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro dei lavoratori subordinati corrispondenti, i diritti sindacali e alla rappresentanza, le norme antidiscriminatorie, l’accesso al welfare contrattuale”. Una posizione affermata anche nella Carta universale dei diritti del lavoro.

<

giornalisti freelance italia

Reddito di base

Una simile prospettiva, che la Cgil vincola a un “sistema assicurativo” e non a uno universale del Welfare, non è presente nel Ddl. Ignorato il legame tra il diritto alla maternità o alla cura e quello di un welfare che tutela la persona in ogni momento della sua vita, a cominciare dai periodi di non lavoro.

Il welfare a cui pensa il sindacato è condizionato dal possesso di un contratto di lavoro, il più ampio possibile. Di nuovo, si pone il problema del lavoro indipendente che non può essere ridotto a questo perimetro. Chi non ha un contratto, ma una partita Iva, non dovrebbe avere accesso al welfare? La prospettiva di un welfare universale riconosce la centralità della persona, prima della sua condizione occupazionale. Su questo punto la carta della Cgil non è propriamente “universale”.

Su questo problema il sindacato fa fatica. Si spiega così la sua neutralità – per non dire opposizione – sulla questione del reddito universale. Una difficoltà simile si avverte in una parte dell’associazionismo dei freelance che parlano solo di tutele nel mercato e non considerano a sufficienza l’universalità del welfare. Questo è un nodo culturale gigantesco: al momento solo la coalizione 27 febbraio sembra avere posto il problema, chiedendo un welfare universale e un reddito di base per tutti i lavoratori. Le partite Iva non hanno bisogno solo di tutele nel mercato del lavoro, ma di garanzie nella società.

Un piano “contro la povertà”

Una discussione che il governo non intende affrontare. Ogni forma di sostegno universale al reddito – anche quella minima – è stata esclusa per questa legislatura. L’approvazione contestuale al Ddl sul lavoro autonomo di una legge delega contro la povertà non è casuale. Questo provvedimento, inadeguato dal punto di vista finanziario e inappropriato rispetto all’emergenza sociale attuale, esclude ogni sostegno al reddito derivante da tutte le forme del lavoro: autonomo o dipendente. E’ rivolto alle famiglie poverissime, e numerose, con un Isee non superiore ai 3 mila euro. La nuova questione sociale che riguarda tanto i lavoratori autonomi, che i precari, è stata cancellata.

*** La posizione delle associazioni del lavoro autonomo: Diritti pochi e non per tutti: il Jobs Act per le partite Iva