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C’era una volta lo Stadio Olimpico

È notizia di ieri pomeriggio che la Corte Sportiva d’Appello ha respinto il ricorso presentato dalla Lazio per la chiusura della Curva Nord e di ambo i Distinti (lato Nord), dopo i noti fatti dello scorso 3 febbraio relativi agli ululati razzisti indirizzati al giocatore del Napoli Kalidou Koulibaly. Più precisamente, per la prossima gara interna i tre settori rimarranno chiusi, mente in occasione del posticipo di lunedì 29 riapriranno i distinti e rimarrà chiusa solo la Curva Nord.


Qualche giorno prima, la sera del 30 gennaio dopo la vittoria per 3-1 contro il Frosinone, il tecnico della Roma Luciano Spalletti commentava i fischi che si erano sentiti all’Olimpico, attribuendone la paternità ai tifosi ciociari e tornando poi sull’argomento quando gli è stato chiesto un commento sugli spalti ancora vuoti. «Il tifoso della Roma è abituato bene, è abituato a grandi squadre e a grandi giocatori: dobbiamo fare meglio per riportarli allo stadio», sono state le parole del mister.

Si tratta di due fatti non collegati fino a un certo punto tra loro, perché visti con più calma aiutano a capire come si sta sviluppando la narrazione sulla vicenda che da quest’estate è nata intorno allo Stadio Olimpico, le sue curve e la divisione di queste. Il paradosso più grande e imbarazzante riguarda la squalifica della Curva Nord laziale, nonostante questa sia notoriamente in sciopero da mesi (nella sua stragrande maggioranza) e nonostante la diserzione domenicale non porti più di qualche centinaio di persone a sedersi nei seggiolini di quel settore. La triste e ignobile vicenda degli ululati a giocatori neri (non di colore, neri) è stata facilmente derubricata ad ennesima vergogna ultrà, identificando automaticamente non già delle persone ma un preciso modo di vivere lo stadio (appunto, il tifo organizzato della curva) come reo a priori. Sia chiaro, la curva laziale ha precedenti in materia che non giocano a suo favore e qui di certo non si vuole approntare una difesa di massima su quanto accaduto. Ma l’automatismo repressivo, azionato di default e che ha portato alla squalifica sommaria di diversi settori, ha messo in evidenza una contraddizione grossolana del nostro sistema di giustizia sportiva. Tanto più se si considera che alcuni dei settori sottoposti a chiusura sono quelli solitamente utilizzati dalla società laziale per campagne promozionali (fino all’anno scorso era l’abbonamento Cucciolone, che a prezzi più che popolari consentiva ai minori di 11 anni di abbonarsi e andare allo stadio con gli adulti) sull’onda emotiva del nuovo comandamento cristiano “riportare le famiglie allo stadio”. Insomma, gli ultrà disertano, le “famiglie” (poche) e la gente (cosiddetta “normale”) vanno allo stadio, si consuma l’ennesimo scempio razzista ma la colpa è del tifo organizzato, al punto da ridurre ad un turno la squalifica dei Distinti ma non quella della Curva.

Sul versante giallorosso le cose non procedono meglio. La protesta contro la divisione della Curva Sud ha presto contagiato anche i frequentatori di altri settori dello stadio, non solo per solidarietà alla protesta ma soprattutto perché “al pacchetto Gabrielli” si è aggiunta la nuova stretta securitaria dopo i fatti parigini dello scorso 13 novembre. Muoversi intorno allo stadio, entrare dopo i filtri e i pre-filtraggi, dopo le perquisizioni in equilibrio precario, togliendosi le scarpe su buste approntate al momento – ecco, tutto questo è diventato insopportabile al punto da ridurre non tanto la voglia di Roma ma la voglia dello spettacolo domenicale all’Olimpico. Il problema però, ed in questo senso si chiamano a testimoniare le parole di Spalletti e le domande che gli vengono poste, è che negli ultimi tempi la diserzione degli spalti viene narrata come un capriccio del tifoso giallorosso, ancora insoddisfatto dei risultati, non invogliato ad andare allo stadio da una squadra che non abita le prime piazze della classifica. Niente di più falso. Si guardi, senza soffermarsi sull’affetto alla squadra nonostante i risultati altalenanti, alle massicce presenze in trasferta, sia in Italia che in Europa; si pensi ai 4mila di Barcellona e allo spettacolo canoro offerto sul 6-0 per i blaugrana, nel tempio del Camp Nou. Esempi a bizzeffe, insomma. Eppure il leit-motiv degli ultimi tempi è che la cura Spalletti e una Roma di nuovo competitiva possono essere la panacea per uno stadio freddo e deserto. Si tratta di un meccanismo subdolo che mira a introiettare nel tifoso una sorta di senso d’unità dovuto alla medesima appartenenza calcistica: la squadra sta andando bene, chiudiamo un occhio e rientriamo per il bene di quei colori. Un espediente che sposta su una direttrice orizzontale (tra i tifosi) il piano della critica e del conflitto (si pensi alla cervellotica questione dei fischi a chi canta da parte di chi è in protesta però è entrato), evitando che la critica di sistema si muova di nuovo su un asse verticale (tifosi-istituzioni, società-istituzioni e a tratti tifosi-società).

Nei fatti, comunque, l’Olimpico è vuoto e le barriere rimarranno al loro posto, così come emerso dall’incontro di ieri pomeriggio che in Prefettura ha visto riuniti i vertici di Roma, Lazio e del Coni, oltre al padrone di casa Gabrielli e al Questore D’Angelo (a cui si deve la perentoria dichiarazione per cui le barriere durante questo anno rimarranno al loro posto). «I controlli nelle vie di accesso allo stadio saranno effettuati in prima battuta dagli steward mentre le Forze dell’Ordine si concentreranno solo nelle aree di pre-filtraggio – recita il comunicato della Prefettura, uscito in serata. «La Questura rispetterà gli spazi delle tifoserie a patto che siano rispettate le norme di sicurezza. Per le iniziative di tifo poi i supporter parleranno con figure di riferimento dei club e non più con la Polizia». Quella che sembra una timida apertura, tutto sommato, è un passaggio che attende ancora la prova della verità a partire dalle prossime domeniche, imponendo una riflessione che esula il piano della contingenza emergenziale e che non deve spedire in secondo piano l’aspetto più generale di questa faccenda. L’architrave di questo lungo processo di gentrificazione da stadio rimane la trasformazione del modello di tifo e del suo adattamento alle regole del mercato dell’entertainment sportivo. È qualcosa che scavalca anche la figura di Gabrielli, complice ma non mandante di un piano delineato da tempo e a cui il Prefetto ha dato semplice attuazione come ennesimo servigio reso allo Stato (dopo la direzione del SISDE, il vice-commissariato nell’Emergenza Abruzzo del 2009 e non ultimo il caso Concordia). Nessuna frase di chiusura, dunque, in calce a questa riflessione. La partita è aperta, mutevole e sotto molti aspetti ancora lunga.

  • https://www.recensione.biz Andrea Casano

    Comunque io trovo allucinante dover subire più stop e perquisizioni per entrare allo stadio con mio figlio di 3 anni sulle spalle (dopo N Km a piedi, pesa), mentre in aeroporto me la cavo in un centesimo del tempo. Questa è pazzia, è l’antilogica applicata alla sicurezza. Ecco, diciamolo: non è questione di sicurezza, è incapacità e non-voglia di gestire bene la questione. Detto questo, è ovvio che non andrò mai più allo stadio. Che si fotta Gabrielli e tutta la burocrazia.