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Ceci n'est pas un blog

Cento colpi di spugna (tra Roma e Milano)

Ieri mattina guardando le immagini dello sgombero della baraccopoli dei rifugiati nel quartiere di Ponte Mammolo (Roma) ci tornavano in mente quelle immagini dei rifugiati siriani abbandonati in strada a Milano da chi avrebbe dovuto accoglierli. Tutto questo si inserisce a pochi giorni dalla manifestazione #NessunoTocchiMilano quando, all’indomani della May Day milanese, il PD invitava la cittadinanza a ripulire le scritte sui muri fatte durante la manifestazione del primo maggio. Migliaia di persone scese con Pisapia e tutta la giunta milanese perché Milano era stata devastata dai Black Bloc così come qualche mese fa gli ultras olandesi del Feyenoord “devastarono” Roma con conseguente accanimento nei confronti della Barcaccia di Piazza di Spagna. Se l’enfasi, la retorica e l’estremizzazione degli eventi per toccare il “cuore” del cittadino sono strumenti per vincere le elezioni, lo stesso avviene provando ad articolare in discorso, ormai sempre più vincente, quello della lotta al degrado per la salvaguardia del decoro.

Ma facciamo un passo indietro: quello della lotta al degrado, del decoro, il proliferare di blog pronti a denunciare qualsiasi disservizio e ad istigare alla delazione, la creazione di gruppi di cittadini dediti alla pulizia degli spazi privati tanto di quelli comuni, sono un fenomeno piuttosto recente ma molto diffuso. Non si può non tenerne conto, visto che sono parte importante del tessuto cittadino, virtuale e non. Il fatto che migliaia di persone si sia attivata dopo la manifestazione di Milano è un fatto del tutto inedito, e forse è proprio su questo passaggio che potrebbe valere la pena spendere qualche parola e una riflessione a bocce ferme.

A Roma, in seguito ai violenti scontri del 15 ottobre 2011, non scese in piazza nessun esercito di spugnette. Ma sono passati quasi 4 anni da quell’ottobre, quasi un’eternità. 10 giorni fa gli scontri al corteo di Milano (anche se di “scontri” in senso stretto non si è trattato, non essendoci stato nessun contatto diretto con le FdO) hanno prodotto una lunga serie di considerazioni a margine, soprattutto tra gli ambienti della sinistra di movimento che quel corteo lo aveva promosso, investendoci gran parte del consenso accumulato in questi anni intorno alla campagna contro Expo e le sue principali nefandezze. Non abbiamo la pretesa di passare al vaglio editoriali e prese di posizione uscite, non è questo l’obiettivo della nostra riflessione. Crediamo però che se dovessimo scegliere di segnare un punto a sfavore delle ragioni dei NoExpo, bene – sarebbe quello della “reazione termidoriana” del giorno dopo. Nel giro di 24 ore un numero non proprio indifferente di cittadini (poco meno di quelli presenti al corteo) si è mobilitato per ripulire quella vetrina che era Milano. E a scendere in piazza non sono stati i proprietari dei SUV milanesi, non è scesa in piazza la Milano delle macchine di lusso e dei Rolex. Quanto meno non solo loro. L’elemento che dovrebbe farci riflettere è che questo virus reazionario, modellato su un’idea di società e politica che ruota intorno al binomio degrado-decoro, ha espresso un contagio interclassista, forgiando un popolo di Mastrolindo che per primo, ogni giorno, vive delle briciole e della precarietà che il sistema Expo ha messo in moto a Milano e in tutta Italia da decenni. E queste persone esistono davvero, non sono ologrammi e comparse che a seconda dell’esito dei nostri cortei plaudono dalla finestra al passaggio del serpentone umano o ne chiedono la testa con isterica ferocia. Non possiamo dire in modo sbrigativo che a ripulire Milano c’era solo una fetta di società con cui non è necessario dialogare. Semmai, possiamo confrontarci su quanto sia difficoltoso farlo, ma questo è un altro tema e meriterebbe un’altra riflessione. Magari collettiva.

Ma cosa stride di questa mobilitazione di “bravi e onesti cittadini”? Cosa stona di questo “nessuno tocchi Milano”? Prima di tutto stona che un cittadino si riconosce con lo spazio privato cittadino. Che sia quello della vetrina di una banca o di un negozio. Lo diciamo senza entrare nel merito degli scontri, di cui già tutti hanno detto di tutto e di più. Il ragionamento va oltre: perché sentirsi feriti se viene colpito uno spazio privato? Perché ci si identifica in questa maniera?

«Prendi la spugna e pulisci, invece di parlare».

Un video della manifestazione organizzata da PD e Pisapia mostrava questa contrapposizione tra una attivista NoExpo e un probabile elettore di centrosinistra ai margini della manifestazione, con il secondo che zittiva l’attivista in una maniera al quanto brutale e discutibile. Azzerare qualsiasi criticità, invitando al silenzio e al pulire quelle mura sporcate dagli spray dei manifestanti facinorosi: poco importa che Milano, come del resto le altre città d’Italia e d’Europa, presentino scritte sui muri dalla periferia al centro. Poco importa che Expo sia stata quell’enorme spreco di soldi pubblici, di intrallazzi mafiosi, di cementificazione di ettari ed ettari di campagna milanese, quel che importa ora è PULIRE. Ieri si nascondeva la polvere sotto il tappeto, oggi si fa sfoggio di quella sporcizia, per poi ripulirla. Perché sotto i riflettori non c’è l’immondizia ma le scope, perché è importante chiedersi come ripulire e non perché è sporco. Il dissenso critico viene colpito a colpi di Cif e Amuchina e come d’incanto la città e l’orgoglio dei milanesi feriti, riprende a luccicare. Come luccicano quei parabrezza appena usciti da un autolavaggio che già sai rimarrà immacolato neanche 12 ore. Ma uscendo dalla polemica Expo/NoExpo dov’erano i milanesi indignati mentre decine di giovani profughi scappati dal conflitto siriano venivano abbandonati alla Stazione Centrale o nei parchi cittadini? Da che parte stanno gli indignados del degrado mentre a Ponte Mammolo vengono sgomberati profughi eritrei e non solo, abbandonati da anni e che forse saranno accolti in quel centro Baobab, già assunto alle cronache dall’inchiesta Mafia Capitale?

Quella che abbiamo di fronte è un’ondata pericolosa di moralismo e perbenismo che ha contagiato anche il “cittadino sincero democratico”, quella “società civile” tanto agognata e inseguita. Perché se è vero che civile significa «rispettoso dei diritti e delle esigenze altrui», dov’è questa civiltà quando quelle esigenze e quei diritti vengono scavalcati o asfaltati? L’ideologia del decoro è una ideologia di destra, che divide i cittadini in “perbene” e “permale”; un’ideologia ultraclassista che non tiene conto dei reali bisogni di una comunità urbana, un’ideologia che si nutre delle divisioni interne, orizzontali, tra cittadini e dannati della terra che di azzuffano sulla stessa barca. L’ideologia del decoro è la prosecuzione contemporanea del divide et impera che ha marchiato a fuoco la storia dell’umanità. Il cittadinismo, dal canto suo, non è retaggio di forme di autorganizzazione di cittadini, associazioni o gruppi di persone, che cercano di superare la rappresentanza per rappresentarsi direttamente bensì una moderna forma di organizzazione, in gruppi chiusi, mossi da indignazione (spesso mista a razzismo e/o perbenismo) e soprattutto svuotati di qualsiasi contenuto politico se non quello del decoro e della pulizia delle apparenze.

Nel frattempo, dopo l’indecoroso sgombero di Ponte Mammolo di ieri, speriamo che l’attuale governo di “centro-sinistra” cittadino abbia capito che con il cif ammoniacal difficilmente potrà liberarsi di decine di persone buttate in strada. Ce lo auguriamo perché non ne siamo affatto sicuri.

@perottostile & @zeropregi