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Quinto Stato

Censis: dopo Monti c’è voglia di “restanza”

La finzione suprema che lascia al mondo il governo Monti è quella di avere messo le cose a posto. A sancirlo è il 46° rapporto Censis 2012 secondo il quale, grazie ai professori al governo, in poco più di 365 giorni il paese descritto nel 2011 come una “mucillagine” in preda ad un “disagio antropologico”, oggi avrebbe accettato di “obbedire all’esigenza di rimettere ordine”. Ordine nei conti, nelle pulsioni, nell’idea del futuro.

Montiani, per sempre?

Il paese è riuscito a “riposizionarsi”. L’affermazione è desunta dalla credibilità che questo governo ha conquistato al tavolo delle istituzioni europee mentre era mantenuto in vita dall’opportunismo di una “strana” maggioranza che gli ha appena negato la fiducia per motivi elettoralistici (e giudiziari) di Silvio Berlusconi. La formula chiave che spiega l’epoca è stata proposta dal presidente del Censis Giuseppe De Rita:”il riposizionamento della società non significa tirare a campare. Chi è riuscito a riposizionarsi è probabilmente sopravvissuto”.

E’ in quel “probabilmente sopravvissuto”, formula inquietante, che si nasconde l’incertezza di un’analisi sugli effettivi risultati di un governo la cui semplice esistenza avrebbe risolto i problemi del paese. Da questa sopravvivenza in vita, il Censis deduce che la salvezza è a portata di mano. La “credibilità” conquistata sulla scena internazionale grazie al “rigore istituzionale” si rispecchierebbe nella “popolare voglia di sopravvivenza”. Questi due fattori, insieme, sarebbero “un ulteriore e significativo passo di crescita della nostra unità nazionale”. 

La finzione, morale ancor prima che parlamentare, sulla quale è stato costruito e poi tenuto artificialmente in vita il governo Monti dovrebbe spingere i fautori del “rigore istituzionale” ad un più sobrio esercizio delle valutazioni politiche sul mondo. E’ però, riconosciamolo, un’impresa disperata quella di gettare una luce, o anche un pizzico di umorismo, sull’opportunismo scambiato per apollinea sincerità che abbonda in un paese che ha fatto della doppia morale la cifra di un’ontologica ipocrisia. 

Più interessante è la categoria di “popolare voglia di sopravvivenza”, o meglio di “popolo” che nel 46° rapporto Censis viene identificato con il “ceto medio”, l’unico vero referente dell’analisi sociale, oltre che soggetto ideale di riferimento di ogni esperimento politico, non solo del governo tecnico. “Ceto medio” è il passe-partout concettuale della storia del Dopoguerra, la parola valigia che contiene il “popolo” così come il desiderio di universalità degli analisti sociali, come dei titolisti dei quotidiani. Ceto medio è in realtà una categoria sociale inventata (un’insalata concettuale) che serve ad abbreviare il desiderio di infinito, e di giustizia, che in maniera legittima ispira molte persone: governanti, analisti, singoli che riflettono sul destino del mondo a misura di se stessi.

E su questa astrazione che tuttavia vengono costruite analisi che hanno la pretesa di spiegare la vita in Italia al tempo dell’austerità. Ragione sufficiente per spendere del tempo e decostruire i discorsi che vengono costruiti, con l’obiettivo di cogliere – ammesso che esistano – alcuni bagliori di verità in uno specchio oscuro. 

Popolo (italiano) vecchia quercia

In Italia, sostiene il Censis, c’è voglia di restanza. Non può non sfuggire l’uso fantasioso, “postmoderno” del neologismo “restanza” per descrivere questa popolare, docile, mite “voglia di sopravvivenza” che emerge dal ceto medio italiano. Un conflitto non politico, neutralizzato, che emerge dalla quercia millenaria di una tradizione popolare. E’ in questo senso che il Censis parla di “restanza” e non di “resistenza”. Così facendo pensa di avere colto un lato del carattere italico che consiste nella silenziosa – ma non rassegnata – accettazione del destino. In un paese dove manca tutto, o tutto è in crisi, (civiltà, società, economia e istituzioni) ciò che salva è la virtù individualistica della “brava gente” che continua a operare e trova una soluzione nella solitudine in cui l’hanno lasciata i politici e la crisi.

Il Censis spiega “restanza” in questi termini:

  • – è lo scheletro contadino del modo di pensare e vivere (nella sobrietà e pa- zienza); 
  • –  è il valore dell’impegno personale (dell’io posso) spesso al confine del protagonismo aziendale e familiare (con la ricerca di tante e diverse so- luzioni, anche temporanee); 
  • –  è la funzione suppletiva delle famiglie rispetto ai buchi della copertura del welfare pubblico, in particolare per i bisogni dei membri della famiglia disabili o non autosufficienti;
  • –  è la solidarietà diffusa e l’associazionismo, come anche la socialità ricrea- tiva (feste, manifestazioni popolari, sagre); 
  • –  è la valorizzazione del territorio come dimensione strategica di competitività del sistema, fondata non solo sull’intraprendenza della singola impresa, ma anche sulla capacità delle realtà locali di promuovere l’eccellenza dei tanti fattori che le compongono. 

In questa “restanza” non c’è solo l’eredità del “nostro” tradizionale modello di sviluppo; c’è anche qualche complesso di colpa per quello che non ab- biamo fatto e che quindi “resta da fare”.  Insomma, l’agenda Monti consegnata ai prossimi vincitori delle elezioni politiche: forse la coalizione “Italia bene comune” (Pd-Sel-socialisti e qualche “moderato”)?

Resistenza/reattanza

Il concetto di “restanza” non ha nulla a che vedere con questa piattaforma. “Restanza” è un concetto estrapolato dal Censis dal libro di Jacques Derrida “Résistances de la psychanalyse” dove il filosofo francese commenta il problema affrontato da Freud in “Al di là del principio del piacere”. Freud analizza il caso di una paziente, Irma, che rifiuta i risultati (o meglio la “risoluzione” [Losung]) della sua (psico)analisi. Provocando così una reazione dell’analista il quale, davanti al rifiuto del suo lavoro, della sua creazione, identifica Irma ad altre due donne che hanno ugualmente rifiutato l’analisi, ma di cui Freud apprezza l’intelligenza. Per la precisione, una di queste donne, è sua moglie.

L’analista, lo scienziato, è sempre maschio, mentre i piazienti che resistono alle sue analisi, alla sua lezione, sono donne. Questo rapporto di forza, e la psicoanalisi come qualsiasi altra interpretazione lo è per Derrida, mette in scena un gioco delle parti evidente: chi fa l’analisi è sempre maschio, ed è indubbiamente uno scienziato, vale a dire un soggetto attivo che si pone in una posizione trasformativa rispetto al mondo. Chi invece si fa interpretare, rimandando così ad una figura passiva dell’essere al mondo è sempre una donna, la quale non offre spiegazioni se non quelle che l’analista dà a se stesso, mentre sogna. La traslazione da Irma alle altre donne che hanno rifiutato l’analisi avviene sempre durante il sogno… dell’analista.

Se al posto di Freud mettiamo il Censis (e con esso il governo, non solo quello Monti, ma qualsiasi governo che non sia quello di Berlusconi) e, al posto delle pazienti donne, il “paese”, la metafora analitica diventa più comprensibile. Gli analisti sovra-interpretano il paese e il paese si sottrae alla loro interpretazioni. Ma nonostante questo gli analisti continuano e ne traggono una rappresentazione che dichiarano vera, anche se l’interpretato l’ha rifiutata e non si riconosce in essa. Proprio come è accaduto nell’anno primo dell’agenda Monti e come accadrà nella prossima legislatura.

Effetto comico

Ma questo non è l’unico incidente in cui si può incorrere quando si usano in maniera involontariamente comica i concetti di Derrida. Nel rifiuto della paziente-donna emerge in realtà un desiderio di opposizione alle evoluzioni dell’analisi che per Derrida è un condensato di polemos, eros e politica. Esso è la manifestazione della resistenza alle seduzioni dell’analisi talmente radicata nel paziente (qui si parla di “denegazione”) al punto da far dubitare che esso sia meramente passivo. Davanti al rifiuto, che supera la stessa volontà del soggetto nel farsi spiegare da un altro (il rifiuto di Irma di aprire la bocca quasi volesse nascondere una dentiera che non ha) Derrida vede la “restanza”. 

Che non è semplicemente una “resistenza” all’analisi, cioè all’intromissione della volontà dell’analista a spiegare i segreti della vita di un altro, come crede Freud (e il Censis). In questa ipotetica “passività” , nella sua ostinata forza di “denegare” che non riconoscere la realtà dell’atto analitico e della sua “assiomatica”, emerge un atto virtuoso. 

La “restanza” non è una resistenza psicoanalitica, non è un residuo ontologico del passato che il soggetto s’impegna a mantenere volontariamente rispetto all’atto di espropriazione dei suoi “segreti” tentato dall’analista, né come scrive il Censis il desiderio di resistere “nei pericoli e difendere, riprendere, valorizzare ciò che resta di funzionante dei precedenti processi di sviluppo”. 

Essere giusti con la “restanza”

Jacques Derrida precisa  che, come altri atti della “decostruzione”, la “restanza” non può essere ridotta ad un’immagine (del futuro o del passato), quindi nemmeno ad una categoria del lavoro o della civiltà (il passato immemoriale del mondo contadino che resistente alla violenza del mondo moderno e della crisi finanziaria). Senza contare che la “restanza” non è in nessun modo una funzione di “supplenza” economica esercitata dalle famiglie (del ceto medio) rispetto ai propri figli. Il reddito elargito dai genitori, o dai nonni, ai figli per sopravvivere alla disoccupazione di lunga durata non può essere confuso con un atto di restanza, perché quest’ultima è un atto di creazione di una vita nuova. E’, con le parole di Derrida, l’inizio di una differenza rispetto al passato, al luogo dove si vive, rispetto a se stessi e all’Altro. La differenza non ha immagine, né rappresentazione che non sia quella creata nell’atto stesso della sua creazione. 

C’è da sgombrare il tavolo anche da un altro equivoco che almeno in questo contesto è stato risparmiato a quelle vecchie querce degli italiani. La “restanza” non è nemmeno un invito al Padre, o alla sua ombra, a tornare a farsi vedere in un mondo di figli che hanno perso l’ordine e il senso dell’autorità. Lo scrive Derrida nella seconda conferenza contenuta nel libro citato dal Censis. Nel seminario sulla lettera rubata di Jacques Lacan, a suo avviso c’è una lettera che non arriva mai a destinazione. Con l’abituale, e ripida, maestria Derrida sostiene che oggi, al mondo, non si torna più al padre, ma gli uomini e le donne si espongono al suo oblìo radicale, al suo essere “traccia senza traccia, segreto inviolabile senza profondità”.

Agli italiani che sono “restanti”, cioè non credono alla fuga dei cervelli, al populismo, ai tecnici e al neocentrismo italico, e restano in piedi davanti alla paura della povertà, alla solitudine molto popolata di chi condivide o inventa forme e stili di vita alternativi, agli studenti e ai docenti che in autunno hanno riempito le piazze, la restanza dice: di vivere in un mondo senza misure e senza destinazione, senza luoghi del passato e senza nomi. In un mondo aperto in cui non c’è ritorno al passato né all’ordine, in cui si resiste in una maniera incommensurabile all’orrore e alle sue finzioni, c’è tempo e spazio per inventare, per creare una nuova vita.

Restanti nella vita a noi comune.

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Tratto da “La Furia dei cervelli”

Leggi anche: Il 45° rapporto Censis 2011