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Antiviolenza

Caso Loris: sbatti la mostra in prima pagina

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bettirossa.com

“Il vero padre scoperto a 14 anni, un rapporto burrascoso con una madre che mette al mondo cinque figli con tre uomini diversi, la voglia di morire che spunta prepotente per ben due volte nella mente ancora adolescente, un figlio arrivato forse troppo presto, quando le ragazze della sua età vanno ancora a scuola e pensano solo a come divertirsi il giorno dopo: c’è stato molto dolore nella vita di Veronica Panarello. E se questa madre ragazzina, che 26 anni l’ha compiuti solo un mese fa, c’entra davvero qualcosa con la morte del piccolo Loris, forse qualche risposta bisognerà andarla a cercare nel suo passato”. Sembra l’incipit di un romanzo d’appendice e invece è l’inizio di un lungo articolo dell’Ansa che va a scavare nel passato della mamma del piccolo Loris, il bambino ucciso il 29 novembre a Santa Croce Camerina, vicino Ragusa. La donna, sottoposta a lunghi interrogatori in cui si è contraddetta riportando versioni distanti da quanto emerso dai video e dalle intercettazioni, è ora la principale sospettata dell’omicidio del figlio e due giorni fa è stata sottoposta a fermo in una cella di isolamento della sezione femminile del carcere di Catania. Un’accusa grave, qualora fosse confermata dagli inquirenti che devono ancora mettere insieme tutti i pezzi di quella mattina in cui il bambino è morto, che vedrebbe la mamma coinvolta in prima persona in questo omicidio. Un fatto terribile, se fosse così, che però ha immediatamente stimolato la molla della morbosità dei media e dell’informazione che ha subito affilato i coltelli del banchetto per speculare sulla vita e sul passato della madre “cattiva”, che viene demonizzata e condannata due volte per la sua malvagità grazie alla enorme esposizione pubblica che si mette in moto in casi come questi. Un circolo mediatico che specula su un atto criminale così grave e dove la gara al linciaggio con un processo pubblico – che poco ha a che fare con l’informazione – scatena bassi istinti, non rende giustizia e coinvolge persone vicine e familiari, usati a questo scopo per emettere sentenze ancora da concludere (v. la madre di Veronica, la sorella e soprattutto il marito di Veronica che in tv, come se fosse quasi l’espressione di un ripensamento “in diretta”, si esprime sulla colpevolezza della moglie neanche si stesse girando una fiction). Un battage martellante e quotidiano che sposta completamente la focalizzazione dell’opinione pubblica come se la gente fosse davanti a un film in fieri proiettato a puntate su scala nazionale. Una modalità il cui sicuro effetto è ampliato dal fatto che a uccidere sia stata una madre.

Ma perché lo stereotipo della “mamma buona” è così forte mentre quella del “padre buono” è così e così? perché una madre che uccide un figlio è una deprecabile strega mentre un padre che uccide i propri figli è comunque un uomo con problemi o preda di un raptus momentaneo?

Oggi è stato scoperto chi ha ucciso Gilberta Palleschi, insegnante d’inglese di 57 anni il cui corpo era stato ritrovato in un burrone a Campoli Appennino: un uomo, Antonio Palleschi, che ha confessato il femmicidio perché respinto in un tentativo di violenza sessuale sulla donna, e che è anche tornato sul posto per oltraggiare il corpo della donna e su cui ora l’avvocato chiede l’infermità mentale. Qualche giorno fa una donna è stata uccisa dal marito a bastonate in testa nei pressi di Pesaro, e ad Ancona Daniele Antognoni, 38 anni, ha ucciso la moglie da cui si stava separando e il figlio di 5 anni, entrando in casa armato malgrado la donna avesse avvertito le forze dell’ordine in quanto temeva per la sua incolumità, mentre ieri a Rapallo Alessio Loddo ha ucciso a coltellate la moglie per poi gettarsi dal balcone con il bambino di un anno, uccidendolo insieme a lui. Quattro femmicidi con due infanticidi che dimostrano l’inquietante percentuale di un certo tipo di crimini nel nostro Paese, compresa l’uccisione dei figli da parte dei padri all’interno del femminicidio (vittime collaterali che in Spagna stanno per essere inclusi nei casi di femminicidio con una correzione alla stessa legge sulla violenza contro le donne del 2004 in quanto dettati sempre da un movente di genere e quindi dalla voglia di vendetta verso la donna che rifiuta il controllo maschile). Ebbene per questi uomi, come per tutti gli altri che si sono macchiati di questo crimine spesso per vendicarsi della moglie, i giornali hanno immediatamente usato la parola raptus di follia di uomini devastati per la separazione dalla moglie, mentre per quanto riguarda Veronica Panarello, è stato già escluso il raptus, che improvvisamente è diventato “estremamente raro” – secondo l’intervista che si sono sbrigati a fare in questo caso – e anche la malattia mentale, altra attenuante che di solito viene messa in ballo per gli uomini autori di femmicidi e infanticidi: ma è solo “grazie” a questa accusa che veniamo a sapere dall’Ansa che “L’equazione è un fatto troppo grave, dev’essere matta, non va mentre invece spesso si vedono perizie fatte in modo furbo, ma per esserci una malattia mentale ci deve essere una storia dietro, con segnali molto forti” – ha detto all’Ansa Emilio Sacchetti, presidente della Società Italiana di Psichiatria. Interviste e approfondimenti che quando è un uomo a uccidere un figlio o più figli, i giornalisti non si sentono in dovere di fare (dando quasi per scontato che si tratti di un momento di follia). Per quanto riguarda poi il profilo ce n’è per tutti i gusti: se da una parte l’uomo-padre omicida viene descritto appunto, come un uomo con problemi o psicologici o economici, e comunque sempre in quanto uomo sull’orlo di una tale disperazione da compiere un crimine così atroce, per quanto riguarda la donna che uccide o è sospettata di aver ucciso un figlio – con un copione già visto per esempio sul caso di Cogne – il profilo che viene tracciato è sempre di donna-mostra per la quale non solo non ci sono attenuanti, come per il maschio, ma su cui non interessa nemmeno capire il perché di un crimine così atroce. Per questo si va a scavare nel passato senza ritegno e senza attenzione di analisi e contesti, ed è per questo che la narrazione del passato viene condita con descrizioni come “volto da Madonna senza più speranza”, oppure “mamma dal passato difficile”, oppure donna che da piccola viene descritta “come una bambina violenta e cattiva”: speculazioni che poco hanno a che fare con la notizia ma che servono a costruire il caso su cui molte trasmissioni televisive e moltissima stampa investono fiumi d’inchiostro prendendo alla pancia milioni di fruitori e fruitrici di questa informazione. Giornali che sono già pronti, per quanto riguarda l’accusa della signora Panarello, per la ricostruzione del “fenomeno medea” e sfregano le mani in vista di un bel plastico che ricostruisca la dinamica dei “fatti”, come è avvenuto da Cogne a oggi. Una spettacolarizzazione travestita da approfondimento ma basata invece su una serie di stereotipi quasi medioevali come quello della donna-strega da stigmatizzare (senza nulla togliere alla gravità del fatto), soprattutto perché una cosa del genere mette in seria discussione il fulcro di questa cultura maschile e patriarcale che vuole la donna prima di tutto madre accudente e moglie devota, un simbolo qui ancora più acuito da una intrusiva presenza della simbologia cattolica, e che non permette deviazioni di nessun tipo: rotture che, nel caso siano presenti, vanno immediatamente esorcizzate socialmente e raddrizzate pubblicamente per non intaccare lo schema della ruolizzazione femminile che è uno dei perni della struttura sociale e che quindi va controllata costantemente. Una condanna morale e culturale specifica e ferrea che per l’uomo, anche se infanticida, non è prevista, quasi come se per il maschile fosse concesso un giudizio meno severo, anche in casi così terribili come l’uccisione di un figlio: è come se fosse scontato che un padre possa anche uccidere la prole, se disperato o in una situazione difficile magari con la moglie (che alla fine è sempre la vera responsabile), in quanto anche i figli, come le donne, sono storicamente e culturalmente di sua proprietà. Ed è un meccanismo culturale sotto gli occhi di tutti, ma così difficile da vedere proprio perché così integrato negli stereotipi e nelle ruolizzazioni del maschile e femminile, da essere presentato come un dato scontato.

Ma come scrive il Ricciocornoschiattoso “Se non c’è nulla nel DNA delle donne che le rende meno inclini alla violenza degli uomini (e infatti esistono donne violente) di fatto le statistiche ci dicono che l’87% degli omicidi sono commessi da uomini, il 98% delle aggressioni sessuali sono commesse da uomini, l’83% delle aggressioni non sessuali sono commesse da uomini, il 90% delle rapine sono commesse da uomini, il 92% dei sequestri di persona sono commessi da uomini. E questo non perché gli uomini sono malvagi per natura e le donne sono buone perché è la biologia che lo impone ma perché viviamo immersi in un contesto patriarcale che educa i maschi a dare libero sfogo alla violenza e non solo non offre alle donne tante occasioni di esercitare potere e controllo su un uomo, ma le educa a non trovare gratificante quel genere di esercizio del potere”. Una riflessione che suggerisce quando sia fondamentale riparare, e quindi condannare con accanimento, quella donna che devia da questo schema che è invece possibile e praticabile dal maschio fino alla sua espressione più estrema come l’uccisione di un figlio. Quanti “speciali tv” abbiamo visto sul papà del piccolo Claudio che buttò il figlio di tre anni da Ponte Mazzini a Roma in una fredda mattina di febbraio dopo averlo rapito da casa della suocera mentre a madre era in ospedale per le percosse del compagno violento? Di lui non ci ricordiamo neanche la faccia a causa dei pochi passaggi televisivi e l’assenza di foto sugli articoli di giornale, mentre della mamma di Loris, di cui l’accusa è ancora da confermare, sappiamo esattamente di che colore ha gli occhi e qual è la sua fisionomia: un volto che, se tutto va bene, ci ritroveremo per mesi in tutti gli speciali e nelle prime pagine di giornale con ricostruzioni minuziose e con la vivisezione della vita della donna condita dai giudizi di chi aveva intorno. Ma quale differenza ci sarebbe, in questo caso, se non che si parla di un uomo-padre e una donna-madre?

E questo, ovvero lo stereotipo che una madre abbia più doveri di un padre, è una stigmatizzazione che rende e donne sempre più “colpevoli” di un uomo malgrado, in percentuale, siano quelle che sono meno coinvolte in fatti criminosi. Ma se non è un fenomeno, che cosa è? Semplicemente il risultato di quella discriminazione di genere che pone gli uomini e le donne su piani diversi sempre e comunque, e che mette, quindi, la violenza maschile su un piano diverso rispetto a quella femminile, perché meno grave sebbene sia maggiormente diffusa e pervasiva nel mondo e senza ombra di dubbio alcuno. Questo per dire che non siamo uguali per niente e le donne sono sempre un passo indietro rispetto agli uomini: in tutto e per tutto, anche di fronte a un crimine così terribile come l’infanticidio che se commesso da una donna è più grave e fa più effetto.

Un ragionamento, sebbene con una lettura larga, che pone le donne soggette a essere giudicate più colpevoli in quanto più responsabili, donne che, valendo meno a livello sociale e simbolicamente relegate a un ruolo preciso di madre senza potere decisionale ma poste rigidamente sotto il controllo maschile, non hanno voce in capitolo e vanno condannate: succede per le “madri malevole”, incapaci di crescere i propri figli, manipolatorie, foratrici di false accuse se denunciano un padre violento, valutate come pericolose per la crescita dei figli anche se in casa il violento è l’uomo. E questo non dai giornali e dall’informazione, che non ne parlano malgrado sia diventato un fenomeno preoccupante in Italia, ma da tribunali che si affidano a non sempre coerenti perizie psicologiche sottraendo a queste donne che sfuggono al controllo maschile, una giusta punizione: la sottrazione dei propri figli, anche se la situazione che queste donne denunciano è di violenza domestica maschile. Se messi infatti su un piatto della bilancia la violenza esercitata da un uomo è sempre meno “grave” di una deviazione femminile che cerca di sottrarsi a questo controllo denunciando la violenza di un uomo che è sempre e comunque un marito ma soprattutto un padre. Quante volte abbiamo sentito la frase: picchia la moglie ma è un bravo padre? padri che, come abbiamo visto, ci mettono un attimo ad uccidere anche i figli, crimini che però, tutto sommato, sono più comprensibili e simbolicamente accettabili. Uomini che vengono lasciati dalle stesse istituzioni a piede libero quando attraverso i figli ricattano le mogli che cercano di separarsi per continuare a esercitare il loro controllo fino a ucciderle: come il caso di Cosimo Pagani che ha ucciso la ex moglie, Maria D’Antonio, nel Salernitano, dopo averla tenuta sotto ricatto attraverso la figlia di 8 anni che lo stesso uomo aveva sottratto portandola anche con sé in Germania nel corso della loro storia illegalmente. Donne che se non fossero state uccise sarebbero sicuramente ritenute responsabili della “rottura dell’equilibrio familiare” grazie a un inconscio collettivo che pretende dalle donne quello che sarebbe impensabile per un uomo e che consente a un padre violento di ricattare la moglie che si sta allontanando dando legittimamente nelle loro mani lo strumento più micidiale: i figli. Donne che senza dubbio subiscono una violenza pubblica e istituzionale, oltre che domestica, in quanto non protette perché non credute, dato che la parola di una donna vale ancora molto meno rispetto a quella di un uomo.

Sulla falsariga di questa doppia discriminazione, ancora oggi, la stessa violenza maschile sulle donne viene minimizzata nelle istituzioni e nella società e quindi messa sullo stesso piano di quella femminile malgrado la prima sia un fenomeno strutturale di dimensioni globale, mentre la seconda sia ancora circoscritta e quindi non un fenomeno pervasivo e profondo legato a una cultura patriarcale che si esprime in tutti gli ambiti come quella maschile sulle donne. Scrive Elvira Reale*: “Esiste una filiera clinico-giudiziaria che dalla scienza socio-psicologica attinge giudizi e costrutti che ingabbiano e sterilizzano il campo della violenza riducendola a conflittualità tra soggetti aventi le stesse responsabilità e lo stesso peso. Non sono estranei a questa cultura settori del pensiero femminista che, in ragione dell’autonomia e dell’autodeterminazione della donna, negano valore alla rappresentazione chiave della violenza: il dislivello di potere tra violento e vittima”.

Un atteggiamento che nega il fenomeno della violenza maschile che, come dice ancora Reale, “occultata dietro il richiamo ad un conflitto in cui vi sono due persone che hanno stesso potere e in cui i costrutti scientifici della circolarità delle responsabilità, della collusione, della compartecipazione di tutti a tutto anche alla violenza, del ribaltamento delle responsabilità: quando la vittima diviene colei che manipola il processo stesso di vittimizzazione, quando viene incolpata di propagare false accuse di violenza per prevaricare l’uomo ed impossessarsi dei figli così come ad esempio affermano (e trovano spazio nei nostri tribunali attraverso CTU accreditate) le teorie pseudoscientifiche della PAS di Gardner o della sindrome della madre malevola di Turkat, diventando strumenti forti e spesso inoppugnabili (o meglio inoppugnati) della tolleranza delle nostre istituzioni nei confronti della violenza contro le donne”.

E se, come afferma Reale, “La scienza è sempre stata un’alleata del potere e quindi da un punto di vista di genere del potere maschile contro le donne”, anche i media e parte delle istituzioni come della politica, sono strumenti saldamente attaccati alle mani del potere maschile sotto la cui lente le donne rimangono formiche anche quando pendono dalla parte di quel potere sostenendo che gli uomini sono uguali alle donne.


Intervento integrale di Elvira Reale* – Psicologa, esperta di salute della donna in un’ottica di genere, dirige la U.O. di Psicologia Clinica, ASL NA 1 e il Centro Studi di genere dell’Associazione Salute Donne. Collabora con l’OMS e con la Commissione Europea sui temi del genere e della salute. È docente della Scuola di Specializzazione in Medicina del lavoro dell’Università Federico II di Napoli. Autrice di numerosi saggi, per FrancoAngeli ha già pubblicato Prima della depressione (2007), Il genere nel lavoro (con U. Carbone, 2009), Maltrattamento e violenza sulle donne. Vol. I – La risposta dei servizi sanitari (2011).

Seminario Udi Napoli “FEMMINICIDIO: FENOMENOLOGIA E ANALISI POLITICHE”

“La manipolazione del processo attraverso le perizie”

La Convenzione di Istanbul ha incorporato le determinazioni che negli ultimi venti anni sono state fatte a livello internazionale contro la violenza di genere, prima, e poi contro la violenza domestica intesa come violenza di un partner maschile su un partner femminile(1993 , 1994, 1995, 2003, ecc.), ma ha lasciato fuori la riflessione sul ruolo delle scienze umane, delle accademie, dei percorsi di strutturazione di un sapere alto, nelle università e nei corsi di specializzazione, nei master, negli istituti di ricerca.

Il processo di vittimizzazione secondaria, che la Convenzione di Istanbul pone a carico delle istituzioni culturali, sanitarie, sociali e giudiziarie, deve quindi oggi essere declinato più specificamente sul piano delle scienze umane (psicologiche, psichiatriche, sociologiche) che sostengono il processo stesso; e lo sostengono non solo come pregiudizi e stereotipi culturali (determinazioni negativiste di un pensiero oscurantista del singolo sulla violenza contro le donne) ma soprattutto come costrutti scientifici (ovvero determinazioni positive di negazione della violenza contro le donne).

Noi qui al sud ed a Napoli ben conosciamo il costrutto tecnico-scientifico alleato della subordinazione femminile, lo abbiamo combattuto all’epoca dell’apertura dei manicomi, quando i reparti femminili non si aprivano e quelli maschili sì. Ma lo abbiamo combattuto soprattutto quando la scienza medico-psichiatrica attribuiva alle donne una malattia mentale (quale la depressione) legata ad un ciclo biologico-ormonale immutabile e non alle condizioni di vita e di ruolo delle donne (tra cui appunto lo schiacciamento della personalità fino alla depressione ad opera della violenza maschile intra-familiare).

Oggi quella stessa scienza che non è mai stata criticata in modo sostanziale (se non da avanguardie di donne appartenenti al mondo tecnico che hanno potuto guardare dall’interno i processi occultativi e negazionisti delle scienze umane) pone vincoli restrittivi pesanti alla capacità delle istituzioni – e delle persone che danno vita alle istituzioni – di valutare in modo appropriato l’origine della violenza, le sue responsabilità ed i suoi effetti sulla salute di donne e bambini.

Esiste una filiera clinico-giudiziaria che dalla scienza socio-psicologica attinge giudizi e costrutti che ingabbiano e sterilizzano il campo della violenza riducendola a conflittualità tra soggetti aventi le stesse responsabilità e lo stesso pesoNon sono estranei a questa cultura settori del pensiero femminista che, in ragione dell’autonomia e dell’autodeterminazione della donna, negano valore alla rappresentazione chiave della violenza: il dislivello di potere tra violento e vittima.

Un portato di questo costrutto psico-sociologico o socio psicologico è proprio l’attacco al concetto di vittima, necessario termine di una rappresentazione della violenza in cui vi è un solo colpevole, e lo scivolamento in un termine asettico e sterilizzato che è “la persona/donna in difficoltà” che fa da contraltare alla negazione del fenomeno violenza occultata dietro il richiamo ad un conflitto in cui vi sono due persone che hanno stesso potere. I costrutti scientifici della circolarità delle responsabilità, della collusione, della compartecipazione di tutti a tutto anche alla violenza, del ribaltamento delle responsabilità – quando la vittima diviene colei che manipola il processo stesso di vittimizzazione, quando viene incolpata di propagare false accuse di violenza per prevaricare l’uomo ed impossessarsi dei figli così come ad esempio affermano (e trovano spazio nei nostri tribunali attraverso CTU accreditate) le teorie pseudoscientifiche della “PAS” di Gardner o della sindrome della madre malevola di Turkat – divengono strumenti forti e spesso inoppugnabili (o meglio inoppugnati) della tolleranza delle nostre istituzioni nei confronti della violenza contro le donne.

La scienza è sempre stata un’alleata del potere e quindi da un punto di vista di genere del potere maschile contro le donne. Non è difficile quindi vedere il doppio uso della stessa a favore degli uomini e contro le donne.

La scienza è contro la donna in tutte quelle consulenze tecniche che negano valore alle sue parole, attaccano la sua attendibilità nei processi, utilizzando strumenti (quali ad esempio i test di personalità che non andrebbero usati in quelle circostanze perché inevitabilmente mostrano un profilo psicologico “sporco” di una donna maltrattata e quindi per ciò stesso depotenziata, isolata, timorosa e persecutoria) che la squalificano come teste/persona offesa e come madre protettiva per i figli. Le conseguenze distorte sono sotto gli occhi di tutti: procedimenti civili avversi alle donne che le mettono sul banco degli accusati e negano loro diritti fondamentali come quello della protezione insieme ai figli. Gli effetti sono anche i tanti, troppi femminicidi (ed anche “come danni collaterali” i tanti figlicidi) sui quali non ci si interroga veramente e non si riflette sulle responsabilità di tanti e di tante anche fra noi.

Da un altro verso abbiamo i colpevoli di femminicidio come Pietro Valboa, l’omicida di Fiorinda di Marino, che da una scienza di parte (travestita, nella consulenza tecnica di ufficio, da scienza super partes) viene definito incapace di intendere e volere nonostante, si apprenda, dalle sue stesse dichiarazioni, che la violenza è un suo modo abituale di vita (e non la ‘follia’ di un momento) e che l’omicidio è visto e concettualizzato come risolutore del conflitto in ogni occasione, nonostante emerga dagli atti del processo che non vi sia stato alcun raptus e che invece vi siano chiari ed inconfutabili segni di premeditazione. Ebbene il ragionamento giudiziario, in questo caso, si arrende al ragionamento scientifico che la fa da padrone. Là dove un tecnico sentenzia (interpretando le parole del colpevole secondo una linea decolpevolizzante e utilizzando strumenti tecnici non attendibili per quella situazione e per di più visibilmente male interpretati) che si è trattato della perdita della ragione e del controllo anche di un solo momento (il momento appunto necessario per effettuare l’omicidio), la legge si piega di fronte alle ragioni della “scienza” e rinuncia anche al suo ragionamento più legato alla dinamica dei fatti, alle testimonianze, alla filiera delle prove, che non all’analisi dei profili di personalità.

Per questo oggi torna importante il tema dell’attraversamento e della critica delle scienze umane che sono chiamate a spiegare le ragioni dei processi di vittimizzazione delle donne che subiscono violenza: esse hanno oggi il potere negativo di cancellare una volta per tutte lo scandalo della violenza di genere con la sua disparità conclamata, azzerando la partita tra vittima e carnefice.

  • alex1

    Ma come nell’articolo precedente si dice “se e’ criminale non e’ amore”, adesso che si scopre che il criminale e’ donna, e cosa ancora piu’ grave, madre della vittima, dobbiamo “angelizzarla? Tirare fuori che se l’uomo e’ chi uccide, e’ criminale punto e basta, e’ mostro senza se e senza ma (anche se si suicida), se e’ donna allora bisogna per forza dare la colpa a qualcun altro, la famiglia, la societa’ “maschilista”? Un po’ di equilibrio non guasta, ma e’ dura (non dico coerenza, che oggi e’ merce veramente rara).