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Antiviolenza

Caso #Idem: una vergogna che non finisce qui

solo logo non ho paura

Spazzata via, come se nulla fosse stato, in un battibaleno. Basta, fine, cancellata, come si fa quando una cosa ti stufa, diventa insopportabile, da cassare. Tante parole sul femminicidio, trasmissioni televisive in cui si parlava solo di violenza domestica, numeri, ipotesi: quante saranno state quest’anno i femmicidi? 124 o 157? Cascate di articoli sulla ratifica della Convenzione di Istanbul, interviste sulla task force interministariale per contrastare la violenza, giornalisti che si accavallavano all’audit della ministra delle pari opportunità con le associazioni sulla violenza e per i diritti Lgbt, parlamentari mobilitate accanto alla ministra che vuole finalmente fare da tramite tra le istituzioni e la società civile. Mai successo in questo Paese, cosa accade, un miracolo? Certo, un miracolo che dura 50 giorni è pur sempre un miracolo, e dopo? dopo c’è il deserto dei tartari perché fatta fuori la ministra, non c’è più nessuna traccia neanche del ministero. E perché? perché Letta ieri ha fatto tre cose: ha dato delega delle pari oportunità alla viceministra Cecilia Guerra del dicastero del lavoro (che non sederà al CdM) spacchettando l’incarico della dimissionaria Idem, ha salutato per l’ultima volta l’ex ministra con parole piene di sentimento, e ha varato il pacchetto svuota carceri, lasciando per il momento da parte l’insufficiente e a tratti dannoso capitolo IV sulla norme per la “Prevenzione e contrasto di fenomeni di particolare allarme sociale” – che comprende l’ammonimento d’ufficio e ampliamente spiegato su questo blog – e che invece sarà discusso nei prossimi giorni. Velocemente tornate al punto di partenza senza passare da Via, come succede quando esce la carta Imprevisti sul Monopoli, le italiane si ritrovano oggi senza quelle forti gambe e poderose braccia in cui avevano sperato. Ma un governo che ha tolto alle donne la concreta speranza di avere il diritto a vivere una vita libera dalla violenza e che, facendo quello che ha fatto in questi giorni, si prende una responsabilità che è più grave del non fare, si rende conto delle conseguenze? Un gesto, quello di dare delega delle pari opportunità al lavoro senza designare una nuova ministra al posto della dimissionaria Idem, che dimostra apertamente che delle donne, della violenza, del femmicidio – da Stefania Noce a Fabiana Luzzi – a questo governo, non gli interessa un bel niente. Un volta faccia, una virata, un cambiamento totale, che a questo punto fa intravedere la possibilità reale che forse la testa della ministra, che si era esposta troppo in questa azione, fosse in realtà necessaria per bloccare tutto il lavoro che stava portando avanti. Josefa Idem aveva fatto quello che nessuna prima di lei aveva osato: aveva ascoltato le donne per ore, aveva girato l’Italia in cerca di problemi da risolvere, e aveva avuto il coraggio di andare al gay pride nazionale di Palermo senza battere ciglio. Idem era convinta che i soldi per contrastare il femminicidio e la cultura che è alla base della violenza, sarebbero stati trovati, e voleva che la Convenzione di Istanbul non fosse una mossa di facciata ma una roba seria. L’Italia però è un Paese cattolico, profondamente conservatore in fatto di cultura, e qui le donne devono stare in famiglia dove hanno il loro posto, mentre le coppie gay, che mettono in discussione il nucleo fondamentale della società, danno fastidio. Certo la violenza è una brutta cosa, ma mica puoi sovvertire la struttura portante di una società per risolvere la violenza? La famiglia non si tocca, basterà fare un po’ di leggi restrittive e inutili.

Certe cose qui non si dicono ma soprattutto non si fanno, e il potere di cambiare le carte in tavola che lei aveva, ha fatto paura perché stava per essere usato per il bene di comune. Perché dico questo? Perché sono convinta che con la sua testardaggine e grande forza di volontà, Josefa Idem era diventata scomoda. Perché non si manda a casa una ministra che ha la residenza a casa sua sopra la sua palestra, facendo pensare alla “furbetta” che faceva finta di dormire sulla panca per non pagare le tasse, con 120 metri quadri di casa dove poteva avere giustamente, se voleva, anche la residenza. Non si manda a casa una persona perché in quel “ravvedimento operoso” del pagamento dell’Imu, che chissà cosa s’intende dire, c’è stato un errore di conteggio che non è stato il suo. E non si accettano le dimissioni di una ministra che sta finalmente lavorando 10 ore al giorno per milioni di donne, perché “forse” c’è stato un abuso nella ristrutturazione della palestra (ancora da dimostrare), o perché il marito, che era anche il suo allenatore, l’ha assunta come consulente sportiva (lei che ha vinto più di 30 medaglie) il 25 maggio 2006 nella sua società, quindi prima della nomina di assessora avvenuta nel giugno 2006, da cui l’aspettativa e i giusti contributi versati dal comune all’Inps. Non si va a scorticare pubblicamente una persona dicendo che c’è un fascicolo aperto alla Procura di Ravenna quando si tratta di una indagine senza nessuna ipotesi di reato (modello 45), facendo pensare a chissà quali imputazioni a carico dell’interessata. Infine, anche nel caso vi fossero irregolarità (cosa ancora da accertare definitivamente), non si cancella una persona devastandola mediaticamente ma si attende l’esito delle indagini, e solo nel caso fosse accertato qualcosa di realmente grave le si chiede gentilmente (e in maniera civile) di alzarsi dalla poltrona. Il tutto poi ha il sapore del ridicolo e della totale ipocrisia, se si pensa che questo avviene in un Paese in cui una seria indagine tra quegli scranni manderebbe a casa parecchie persone. Un Paese che ha avuto l’anno scorso una Regione (Lazio) in cui si usavano tranquillamente soldi pubblici per fare feste e tanto altro, un Paese dove per anni un premier ha destinato incarichi e poltrone, come fossero di sua proprietà, a persone a lui care anche se privi di competenza. Un Paese in cui la norma è la raccomandazione, il favore sessuale, la pacca sulla spalla, la stretta sul sedere, e dove se non hai le conoscenze giuste, te ne stai a casa. Questo Paese, terra del bunga bunga e dell’inciucio per eccellenza, si è però rizzato a grande moralizzatore appena una donna, per giunta “straniera”, ha solo pensato di sovvertire alcune chiare regole di un potere intoccabile: un delitto per cui è stata puntita e lanciata in un’arena dove si è consumato il pasto pubblico tra una zannata e un morso, come succede negli stupri di gruppo. Una donna forte e fiera, la cui sconfitta ha il sapore di una doppia vittoria per un potere tutto maschile.

Lasciata quasi del tutto da sola – senza neanche il sostegno da parte di chi, forse, lei pensava di potere essere sostenuta – alla fine la ex ministra ha deciso, lei stessa, di sottrarsi a quel massacro. Sui giornali, che avrebbero dovuto almeno riportare i fatti ancora da accertare con una certa cautela, l’operazione di linciaggio ha avuto diversi livelli: dal dico-non dico (quindi ti faccio passare da persona poco pulita), a “crucca faccia tosta”, “furba come un marmittone di Sturmtruppen”, “Medaglia d’oro, faccia di bronzo”, ma anche “torna a remare”, “gaffe, furbate e spacconate”, e così via: un linguaggio che ha aperto il fronte a orde che si sono accanite chiamandola “ladra”, “put*ana”, “barcarola”, “fuori dai cogl*oni”, “furbetta”. Ho letto calunnie, offese, sputi nell’anima, espressioni di una violenza che ha ribaltato la posizione di questa donna che da ministra che combatte la violenza, si è ritrovata lei stessa bersaglio politico al femminile con forte esposizione alla lapidazione mediale sessista e violenta – come già successo alle sue colleghe Boldrini e Kyenge – in quanto donna/personaggio pubblico.

Ora, dopo tutti i bei discorsi che abbiamo fatto sulla violenza, su ogni tipo di violenza (fisica, sessuale, economica, psicologica anche attraverso il web), accettare il linciaggio fatto a Idem significa accettare e sdoganare il peggio di questo Paese, e significa soprattutto che ognuna di noi è in serio pericolo, perchè chiunque può entrare nella tua vita e usarti tranquillamente violenza. Su Idem, come su Boldrini e Kyenge, come su ogni donna. Ma tutto il male non viene per nuocere e ci sono varie lezioni da imparare da questa vicenda: la prima, è che stavamo sulla strada giusta; la seconda, che la ex ministra è una donna libera da schieramenti e inciuci (e per questo ha pagato); e la terza, che in giro c’è gente pericolosa. Ma c’è una lezione anche per chi ha voluto la testa della ex ministra: che le donne, che hanno nelle vene un secolare dna di resistenza a tutto, quando si impuntano non si fermano davanti a niente, nenache davanti a una prima sconfitta.

Oggi, in una conferenza stampa al senato, è stato presentato il ddl sulla “Commissione parlamentare sul fenomeno dei femminicidi e femminicidi”, redatto su iniziativa della vicepresidente Valeria Fedeli (Pd), che in maniera trasversale sta raccogliendo sostegno tra senatori e senatrici, tra cui Finocchiaro (Pd), Petraglia (Sel), De Pietro (M5S), Lanzillotta (Scelta Civica) e Bonfrisco (Pdl). Una commissione che prevede un approccio «olistico» per scavare nelle cause strutturali di discriminazione delle donne, e che elaborerà una relazione annuale in cui saranno indicate misure in linea con gli standard internazionali. Un ddl che parte da una impostazione corretta nel distinguere femmicidio e femminicidio – un errore che si continu a vedere sui giornali – e in cui vengono citate Diana Russel e Marcel Lagarde, che nel 2003 promosse al senato la “Commissione speciale per le indagini sui casi di uccisioni di donne a Ciudad Juarez”, e poi alla camera, la “Commissione speciale sul femminicidio”. Una lavoro su cui Valeria Fedeli aveva già detto una settimana fa che “Se è vero che la violenza sulle donne ha cause strutturali, la prima cosa è verificare l’applicazione delle leggi esistenti, i vuoti e le inefficienze, e tutto l’apparato culturale che c’è sotto”.

Ebbene le donne, che non si arrendono così facilmente, ripartiranno da qui.