closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
L'urto del pensiero

Casaleggio: o della democrazia narcisista

Casaleggio

di PAOLO ERCOLANI

 

 

Le idee più geniali e grandiose, soprattutto in ambito politico, sono condannate a un destino già segnato: l’umana incapacità ad applicarle, con conseguente velleitarismo e irrilevanza che conducono la stessa idea a una più o meno pacifica morte per estinzione.

Oppure un successo iniziale, spesso dovuto alla contingenza (per esempio il fallimento clamoroso delle idee alternative, magari fino a quel momento dominanti), che spinge i portatori della nuova idea a convincersi della sua assoluta «verità», fino ad auto-nominarsi sacerdoti del dogma, apostoli di una nuova religione in nome della quale vengono bollati come infedeli e nemici del verbo tutti coloro che a quella religione non aderiscono (o peggio ancora la criticano).

Utopie

Si tratta di due esiti spesso non in contrasto, nel senso che possono accadere entrambi in forme e con tempistiche differenti.

Questo fatto rende non del tutto separabili (ma quindi solo distinguibili) l’idea grandiosa ma velleitaria e quella rivoluzionaria.

Un esempio della prima, storicamente, è dato dalle utopie cinque-seicentesche di Thomas More e Tommaso Campanella (che a loro volta possono essere fatte risalire a Platone): si tentava di prefigurare una felice comunità di uguali, dove ogni forma di conflitto era debellata, le regole valevano rigorosamente per tutti allo stesso modo e gli individui si trovavano in un contesto di perfetta uguaglianza sociale ed esistenziale.

Un esempio di idea rivoluzionaria, capace quindi di incidere sulla realtà storico-sociale ma con esiti comunque auto-distruttivi è data dalla rivoluzione francese e dai grandi moti sociali che da essa hanno preso il là (moti ottocenteschi, socialismo, comunismo).

Con la fine del Novecento ci è stato scorrettamente (e furbescamente) raccontato che era finita l’epoca delle idee grandiose, delle grandi narrazioni o utopie in grado di prefigurare un mondo completamente diverso da quello in cui stiamo vivendo.

La cosiddetta «fine delle ideologie», in realtà, ha rappresentato al tempo stesso il capolavoro e l’affermazione completa dell’ideologia unica del sistema tecno-finanziario: per cui a dominare e a imporre i propri dogmi indiscutibili è la teologia economica (in alleanza stretta con le nuove tecnologie mediatiche) il cui dato sostanziale prevede la subordinazione e strumentalizzazione dell’essere umano in vista di scopi che sono esclusivamente quelli del progresso e del profitto infiniti.

Che le ideologie, le grandi narrazioni e utopie, insomma le idee grandiose di un mondo diverso, non fossero per nulla finite (e probabilmente non avranno mai fine se non con l’estinzione dell’uomo), ce lo ha dimostrato fra gli altri Gianroberto Casaleggio.

Certo, mutatis mutandis, in contesti profondamente cambiati, con una caratura e uno spessore ovviamente diversi, ma il fondatore del Movimento 5 stelle ha rappresentato una sorta di incrocio contemporaneo fra Tommaso Moro e Jean-Jacques Rousseau.

Lo stesso Movimento nato dalla sua inventiva e iniziativa, contiene tanto dell’ideale grandioso ma irrealizzabile espresso dalle utopie egualitarie del Cinque-seicento (la comunità dei pari priva di conflitti), quanto della foga rivoluzionaria e messianica di cui si è vestita la rivoluzione francese (la democrazia di uguali in cui si pretende di abolire la distinzione di classe).

La Rete

Se lo strumento di Tommaso Moro era la penna (e quella carta stampata nata pochi decenni prima), se lo strumento della rivoluzione francese era la lotta ideologico-politica, il grande attrezzo con cui Casaleggio voleva scardinare il mondo vecchio e parassitario di una casta politica corrotta, incompetente e auto-referenziale avrebbe dovuto essere, nelle sue intenzioni, la rete di Internet.

Se si potesse stilare una graduatoria, dovremmo senz’altro annoverare quella di Casaleggio fra le utopie perfette. Nel senso che non gli manca alcun ingrediente atto a costituire un’idea grandiosa condannata al velleitarismo e/o alla tragedia.

Ci sono le caratteristiche classiche: il perfettismo (siamo in grado di creare il mondo perfetto, completamente emendato rispetto al disastro in cui ci troviamo); la demagogia (il potere sarà solo e soltanto dei cittadini, senza alcuna gerarchia); il fanatismo (ogni critica o dissenso è degna di essere ricoperta di insulti e maledizioni in quanto proveniente da un nemico oggettivo della causa comune).

Alle caratteristiche classiche si aggiunge lo strumento assolutamente nuovo: la Rete.

Sì, perché al contrario di quello che si dice, Casaleggio non aveva portato la politica in Rete, ma la Rete (con tutto il suo carico di in distinzione, quindi anche di incompetenza, ignoranza, superficialità, volgarità, rozzezza) in politica.

Grazie a questo strumento straordinario e pervasivo ci si è illusi di poter realizzare un obiettivo sempre ricercato a partire dalla modernità ma mai raggiunto: la democrazia diretta. Grazie ai potenti (e immediati, e diretti, e pervasivi) mezzi della Rete saranno direttamente i cittadini a prendere le decisioni, mentre i parlamentari da loro eletti si limiteranno a svolgere la funzione di «portavoce» della volontà popolare.

E qui arriviamo all’altro elemento nuovo dell’utopia di Casaleggio, perfettamente in linea coi tempi che viviamo: il narcisismo.

È la politica, manco a dirlo: utopistica, fondata sull’assunto «il protagonista sei tu!». Le decisioni sono le tue, il tuo parere conta, il tuo click è fondamentale.

La democrazia del narcisismo

Quel narcisismo così ben esplicitato dai social network (attraverso la possibilità di potersi esprimere su ogni campo dello scibile umano e godere di una platea) lo si è voluto tradurre nel campo ben più importante dell’agire politico (quello che dovrebbe essere volto al bene della comunità): chiunque, purché supportato dai pochi click o gradimenti raccolti solo e soltanto attraverso il blog di Grillo può diventare consigliere, assessore, ministro e persino capo del governo.

È la logica grezza e perversa propria dell’indistinzione della Rete. Quella per cui, nella vita reale, ci preoccupiamo che il medico che deve curarci sia bravo, il meccanico a cui affidiamo la nostra automobile competente, l’insegnante di nostro figlio preparato. Mentre chi deve andare a governare il nostro comune o il nostro paese può e deve essere chiunque, in base soltanto a quella logica stolta e demagogica propria dei visionari messianici e invasati.

L’unica dote richiesta a tutti, il vero sigillo del militante del Movimento 5 stelle è l’«onestà».

Gli onesti incompetenti

Un concetto in grado di solleticare gli animi, di scaldare il cuore, perfino di commuovere e rappresentare un collante empatico fra i sacerdoti della comune «Verità».

Sennonché essa non va bene nella vita, figuriamoci in politica. Qualunque persona minimamente dotata di senno sa bene che a fare l’onestà (o la disonestà) di una persona sono le circostanze, il momento, le possibilità. Da un amministratore della cosa pubblica bisogna aspettarsi piuttosto competenza, preparazione e impegno. E punirne l’eventuale disonestà, certo. Ma misurarne il valore in base all’onestà sarebbe come voler decidere chi mandare alle olimpiadi di atletica in base a quante docce si fa alla settimana.

Con questo giungiamo alla conclusione, a quello che non si vuole (e forse non si può) dire della vicenda Casaleggio.

Nulla, sia chiaro, sulla sua persona. Specie ora che non c’è più. Non spetta a noi perdere il sonno per la sua dipartita, ma neppure accanirsi su quello che è anche un caso umano, ove ci sono affetti e famigliari che stanno patendo un dolore degno del massimo rispetto.

Ma molto si può concludere sulla sua figura pubblica. Ben lungi dall’essere un genio (per quanto gli vanno riconosciute notevoli capacità che sono e sono state sotto gli occhi di tutti) egli, con il suo movimento, ha rappresentato piuttosto il risultato sterile di un’epoca infausta e miserevole.

Ossia quell’epoca in cui come unica e credibile alternativa a un sistema politico mediamente corrotto, succube della finanza e incompetente, si innalza grandiosa, invasata e fanatica l’utopia perfetta. La democrazia narcisistica fondata sul nulla chiassoso dei social network.

Quindi perfettamente sterile (bene che vada) o al più foriera di conflitti e disastri che abbiamo già visto. E di cui siamo responsabili.

  • Armando Pitocco

    L’articolo è interessante e scritto bene, ma le conclusioni le trovo un po’ frettolose e non ben argomentate… Poi definire Casaleggio un “caso umano” non è affatto opportuno, soprattutto a poco tempo dalla sua morte…

  • mario

    Siamo tutti casi umani, signore.

  • Paolo Ercolani

    Intendevo l’espressione in senso letterale. Non è solo un caso politico, non solo un caso mediatico, ma soprattutto un caso umano, perchè è morta una persona che è venuta a mancare ai suoi cari. Massimo rispetto per il caso umano, considerazioni e critiche per quello mediatico e soprattutto politico.

  • Paolo Ercolani

    Ecco, appunto. Sintesi perfetta!

  • mario

    Quello che ha fatto Casaleggio e’ interessante sotto diversi punti di vista. Mi meraviglio di vedere come le idee che aveva e come quello che ha fatto che il prof. Ercolani ha ben riassunto sopra,siano stati visti dal popolo come vere novità,innovazioni incredibili,quando invece sono “solo” applicazioni di teorie nate in altri contesti sociali. Altri contesti sociali dove hanno avuto fortune alterne,per esempio negli USA hanno permesso a Barack Obama di vincere le elezioni,in Francia e in alcuni paesi scandinavi hanno dato vita a partiti che volevano e vogliono rinnovare la classe politica,innestando nei vari governi delle forze fresche,ma non sapendo dove prenderle,hanno pensato ai cittadini. Dovremmo studiare il fenomeno scindendolo come minimo in due macro aree. La prima è il mero aspetto tecnologico,informatico,ovvero la piattaforma che ha permesso di avvicinare i cittadini al mondo della politica o anche si potrebbe dire al mondo dei ricchi. E’ grazie alla tecnologia rappresentata da Internet,dalle chat,dai forum,etc che Barack Obama ha vinto le elezioni. Ma a lui non interessava e non interessa che i cittadini americani vadano a governare. E’ per questo che ho pensato fosse il caso di parlare da un lato di mera tecnologia e dall’altro di tecnologia collegata con un nuovo modo di partecipare che ha interessato e interessa i cittadini del vecchio continente. Sarebbe interessante chiedersi come mai in Europa c’e’ fermento e si pensa che sia positivo se i cittadini riescano a scardinare un po’ il sistema politico-economico e invece negli USA no. Dopotutto,la crisi e’ iniziata dagli USA. Sono i cittadini americani per primi a dover aver sfiducia nel loro governo e nel sistema bancario-finanziario che ha messo in ginocchio molti di loro,no ? Invece tali paure le respiriamo in Europa…

  • Fede

    Mi sono imbattuta, per caso, in questo articolo e ne condivido le conclusioni. Anche per me, il movimento cinque stelle deve essere inteso come il “risultato sterile di un’epoca infausta e miserevole”,poiché rappresenta l’apoteosi del populismo e della demagogia. Tuttavia, ritengo, al contrario di quanto lei sostiene, che questo movimento sia discutibile, proprio perché privo di ideologie, se si esclude quella del dissenso e del malcontento. Questo “partito”, a mio modesto parere, esattamente come il movimento fascista(dal quale ha mutuato l’uso massiccio dei mezzi di comunicazione di massa – mi riferisco al web, che attualmente rappresenta il mezzo di comunicazione più potente), si fonda esclusivamente sulla sfiducia degli Italiani nei confronti dell’attuale classe politica, ma non propone un’alternativa ideologica seria. Questo si evince facilmente, analizzando il profilo degli elettori del M5S, dal momento che il neonato partito riesce a ottenere consensi tra quanti, in passato, sostenevano con veemenza tanto idee di destra quanto idee di sinistra. L’aspetto peggiore di questo partito resta, come ha fatto notare, la modalità di selezione dei rappresentati, che è quanto più lontano ci possa essere da quell’ideale sofocratico, a cui dovremmo tendere. Per me, è assurdo che la “res publica” sia gestita dal quisque de populo, da cittadini senza esperienza politica e, a volte, senza cultura. Questo è un problema che ha sempre afflitto la politica italiana, ma con il M5S, che permette a qualsiasi cittadino di essere protagonista, abbiamo raggiunto l’apice. Secondo me, è giunto il momento che voi intellettuali facciate qualcosa, che recuperiate il sano confronto dialettico tra destra e sinistra, privandolo di quel trasformismo deleterio che ha sempre caratterizzato la politica italiana, fin dai tempi di De Pretis.

  • Paolo Ercolani

    Sottoscrivo tutto. Quanto agli “intellettuali”, non si tratta di una categoria esente da responsabilità gravissime, in questi tempi sciagurati. Quelli del M5S non hanno tutti i torti a diffidarne.