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losangelista

Cartolina da Googleplex


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1 milione di banane, 30000 pasti serviti ogni giorno , 30 mense e bar dislocati strategicamente per favorire l’interazione “casuale” fra i dipendenti – volonta’ espressa dei grandi capi, Lary Page e Sergei Bryn. Dopo un po’ a Google, con tutte le statistiche sciorinate dall’ufficio stampa  si comincia a sospettare una lieve ossessionatio alimentare – tutto cibo gratuito come spiegano ripetutamente i PR che portano in gita i giornalisti convenuti  per il junket di Gli Stagisti (Internship). Il fatto e’ ripreso da una delle gag del film in cui Vince Vaughn  e Owen Wilson sono piazzisiti di mezza eta’ che disoccupati dalla crisi tentanto di reinvenstarsi con un improbabile praticantato a Google. Il primo impatto col paradiso della new economy e’ appunto nel bar gratuito dove per non saper leggere ne scrivere si prodigano in un aggiottaggio preventivo di cibarie da asporto. La gag funziona come in generale  l’idea dei due naufraghi dell’era analogica alla deriva nel mare di genietti ventenni che sperando di millnatarsi un posto sulla scialuppa del futuro digitale – concetto idoneo in particolare per il drappello dei giornalisti piu’ attempati scortati con impeccabile cortesia, e un aria di imperecettibile compassione, dallo staff di ventenni superfefficenti. Quasi una comedy italian style che attorno ai due protagonisti sfigati e imbroglioni impiega bene tutti i cliché’ delle aziende e-conomy, dalle biciclette ad uso gdeli impiegati sul campus ai corsi di yoga e danza moderna, le “massage stations” , gli ubiqui tavoli da ping-pong, i campi di beach volley e le partite do Quiddich  per fomentare lo spirito di corpo – quest’ultimo forse un po’ esagerato se non fosse che i nerd di Mountain View simulano davvero le partite di palla-scopa volante di Harry Potter rimmaginata come una specie di  pallamano con ramazze. In questo eden di smanettatori un po’ new age i nostri eroi si muovono rozzamente come analfabeti rottamati verso l’inevitbile riscatto – non revenge of the nerds quindi ma semmai rivincita dei  blue collar spiazzati nel mondo di cui ormai i tecnologisti sono padroni. E’ l’happy ending a risultare semmai piu’ improbabile per un film che funziona grazie alle scomode  verita’ su cui e’ fondato: il crepuscolo della “vecchia” occupazione e le probabilita’ “impossibili” nel nuovo lavoro. Dei 20000 universitari che ogni anno fanno domanda di praticantato  solo una piccola manciata verra’ premiata con l’offerta di un posto dopo il superamento di una serie di prove diffilissime. “Il sogno americano non c’e’ piu’” come dice uno dei  giovani personaggi  del film. “Voi ci siete cresciuti. Noi abbiamo un incubo”.  E naturalmente sta parlando della realta’ occidentale  – una disfatta sia delle vecchie che delle nuove generazioni. Una commedia “neorealista” – rarita’  hollywoodiana – che ci ricorda ad esempio Gung Ho, il film di Ron Howard che nel 1986 fotografava la deindustrializzazione della Detriot automobilistica attraverso le peripezie di Michael Keaton, metalmeccanico smarrito in una fabbrica comprata dai giapponesi. Detto questo il film si guarda bene dall’approfondire la pratica Google oltre il colore aneddotico, Vaughn, coautore e produttore, non scalfisce cioe’ le tematiche di privacy o le velleita’ oligopoliche sempre piu’ problematiche di Silicon Valley. Internship e’ in buona sostanza uno spottone  per la societa’ simbolo di Mountain View che non ha coprodotto il film ma poco ci manca, mettendo a disposizione il campus per molte riprese, chiaramente approvando il copione e calcolando il vantaggio inerente nella diffusione via multisala di un immagine atta a rafforzare la statura “mitica” della societa’. Una visione da temperare insomma con le sempre piu’ numerose e luicide critiche al nuovo capitale digitale di cui ci occupiamo su questo blog. Ultimo ad aggiungere la propria voce critica,  Julian Assange nel suo caustico corsivo per il New York Times sul libro di Eric Schmidt, amminsitrtatore delegato Google,  un’opera che delinea il futuro globale secondo l’azienda  – un mondo saturo di tecnologia benevola controllata dall’azienda di Mountain View e per estensione dagli USA. Un “manifesto geopolitico” geopllitico secondo Assange che segna l’evoluzione della “california graduate student culture” che ha prodotto la rivoluzione digtale, in imperialismo tecnocratico.