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losangelista

Carrie Fisher – l’anti Leia torna a guidare la resistenza

Carrie

Ora che George Lucas si è ufficialmente risentito, eppoi – probabilmente richiamato da qualcuno ai piani alti della Disney Studios che gli ha ricordato l’esatto numero di miliardi che gli sono stati versati per acquisire la Lucasfilm e i diritti di sfruttamento del franchise Star Wars ($4.000.000.000,00) – ha anche chiesto scusa per aver definito “non originale” il nuovo film e “schiavisti bianchi” il nuovi padroni Disney, la saga stellare ha anche il suo risvolto polemico. Era forse inevitabile vista la stazza degli ego coinvolti.

Ma nel polverone – e anche nel precedente tifo per i record di botteghino – si è perso il dato più singolare della rianimazione di Guerre Stellari, ovvero la partecipazione al film della persona che in questa faccenda è il soggetto più anomalo: Carrie Fisher.

La figlia di Debbie Reynolds e di Eddie Fisher, mediocre crooner anni 50 (poi amante e marito di Liz Taylor), già compagna di Paul Simon, era assurta a fama planetaria nei panni della principessa Leia nella serie originale – un ruolo che a sua detta aveva avuto quasi per caso. Di certo il percorso di Fisher alla super-celebrità non corrispose al tragitto tipo della starlet. Figlia d’arte e ben vaccinata contro le illusioni hollywoodiane sin dall’infanzia, Fisher non è nulla se non scafata – di certo non fece mai parte della schiera delle attricette di buone speranze.

Semmai è una sceneggiatrice, risucchiata per caso nel tritacarne celebrity che ha rigurgitato uno sguardo ilare e agro-amaro sulla personale Hollywood Babylon. La sua bibliografia semiautobiografica e graffiante – 4 romanzi, una mezza dozzina di sceneggiature, compresa Postcards from the Edge per Mike Nichols – è un compendio satirico di narcisismi e parossismi hollywoodiani.

Qualche anno fa Fisher ha coagulato la propria introspezione nel one-woman show teatrale Wishful Drinking in cui da un palco arredato coi detriti della propria carriera, ripercorre le tappe di una vita ai margini della Hollywood tabloid. Anche in questo testo Leia ha un ruolo di rilievo. Come nei libri, la principessa è il leitmotif dello spettacolo: l’alter ego sempre presente la cui celebrità perseguita Fisher ovunque, cooptata dall’immaginario erotico nerd e oggetto di un merchandising spietato (vedasi la sex-doll esibita sul palco).

Insomma uno sguardo smaliziato e acido sulla macchina spietata della fama che è stata cifra costante e devastante di Fisher sin dalla nascita – una tragicommedia sagace su ingiustizie e soprusi quotidiani, spietati sfruttamenti e assortiti

maschilismi dello star system.

Nello spettacolo racconta del provino in cui un impassibile George Lucas le chiede di togliersi le mutande da sotto la tunica reale “perché nello spazio non esiste biancheria”, del bikini di metallo che non voleva ma è stata costretta ad indossare, la ridicola acconciatura che è perenne umiliazione, la solita immancabile richiesta di perdere peso… Wishful Drinking ripercorre la paradossale infanzia di Fisher, fra Hollywood parties e fiumi di alcol, del rapporto fallito con Paul Simon, e quello ancora più disfunzionale col padre e soprattutto la madre stella della MGM. Fisher filosofeggia e si improvvisa e stand-up comic: impiega una lavagna per diagrammare il groviglio di rapporti “incestuosi” fra celebrità di Beverly Hills e gli effetti sui figli; parla della terapia ad elettroshock cui ricorre come trattamento del proprio bipolarismo….

Con una voce lucida e sovversiva, Fisher insomma ha dedicato la vita e il lavoro a squarciare l’illusione patinata degli uffici stampa …e a sfottere le guerre stellari di Lucas. Per questo è stato almeno un pò sorpeendente vederla rivestire i panni della sua “croce”, Leia.