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Quinto Stato

Capodanno da partita Iva alla Rai

L’ultimo Natale nelle redazioni Rai è stato più desolante del solito. L’azienda ha obbligato i dipendenti alle ferie forzate per risparmiare sui compensi per le giornate festive. Tra le scrivanie e le consolle audio e video si aggiravano i redattori a partita Iva. I programmi come Ballarò vanno in ferie, i redattori no. Accade 365 giorni all’anno, non solo durante tutte le feste comandate, Capodanno e Ferragosto compresi.

È il deserto dei tartari in cui vive un esercito di duemila registi, consulenti, esperti, autori di testi o conduttori. Hanno sottoscritto un «contratto a scrittura» che può variare da un giorno a nove mesi di fila. I conduttori della vostra trasmissione radio preferita, ad esempio Pagina Tre, Battiti, Alza il volume o Fahrenheit su Radio tre, sono pagati a prestazione quotidiana. L’ufficio del personale calcola il numero dei giorni di impiego e per ogni prestazione stabilisce un compenso che da anni viene ridotto in media da 5 al 10% nel corso di una trattativa che il lavoratore conduce individualmente con l’azienda. Uno dei portavoce di IvaParty, un network di partite iva che si è formato grazie agli scambi avvenuti su una mailing list, sostiene che il compenso medio i «parasubordinati» si aggira sui 1200 euro mensili, ma senza tradicesima, nessuna forma di Welfare, maggiorazione per i festivi come accade per gli 11.550 dipendenti o tutele in caso di malattia.

Il «falso» autonomo in Rai non ha diritto all’esenzione del ticket sanitario, mentre le donne per anni sono state soggette alla «clausola di gravidanza». Errori di Stampa, il combattivo collettivo dei giornalisti precari romani, ha denunciato una serie di casi in cui la gravidanza è stata equiparata a una malattia. Alcune lavoratrici incinte sono decadute dal loro incarico. «Organizzarci nella forma di una rete virtuale – sostiene il portavoce di IvaParty – è stata una forma di mutuo soccorso perchè nessuno dei sindacati, pur davanti alla consistenza numerica delle partite Iva in Rai, ha sentito l’urgenza di fare qualcosa».

La partita Iva che si aggira nel deserto dei tartari non ha diritto al «foglio di viaggio» dei dipendenti. Se ha fame, e può capitare in un lavoro che impone la presenza in redazione per molte ore al giorno, deve pagare il pranzo poco più di sette euro, mentre i dipendenti spendono poco più di un euro. Se l’atipico deve fare un viaggio di lavoro, anticipa il treno o l’aereo e riceve dopo mesi il rimborso che viene trattato come un introito dal punto di vista fiscale. Gli «scritturati» che lavorano dietro le quinte degli show del pomeriggio o negli approfondimenti giornalistici come «Porta a Porta» ricevono un ingaggio a gettone. Capita spesso che il contratto venga firmato dopo la fine del ciclo delle trasmissioni, a causa di un balletto di firme che i dirigenti devono apporre sul contratto. Raramente i compensi sono corrisposti entro 60 giorni, come impone la legge. Per evitare di stare mesi senza reddito, questi lavoratori chiedono uno o più acconti che l’azienda concede come se fosse un favore o una concessione.

Gli atipici in Rai*

Ballarò – 15 dipendenti, 12 partite Iva

Porta a Porta – 18 dipendenti, 27 partite Iva

Chi l’ha visto? – 16 dipendenti, 22 partite Iva

Linea Blu – 9 dipendenti, 9 partite Iva

Sei Uno Zero – 2 dipendenti, 4 partite Iva

Caterpillar – 0 dipendenti, 7 partite Iva

Radio3 Scienza – 2 dipendenti, 3 partite Iva

TOTALE: 62 dipendenti, 84 partite Iva

* Campione rappresentativo raccolto da IvaParty

Ancora più complicata per i non dipendenti a tempo indeterminato è la gestione dei contributi. Sui giornalisti che conducono programmi, e sono autori delle trasmissioni, la burocrazia previdenziale conduce una vera battaglia. In qualità di «presentatori», cioé di «lavoratori dello spettacolo», per loro è prevista una trattenuta di circa il 9% a favore dell’Enpals, la parte mancante del 37% è a carico della Rai. Visto che però sono anche «giornalisti», c’è l’obbligo del versamento dei contributi alla gestione separata dell’Inps che ha un’altra aliquota. Nel 2013 salirà al 28%, ma la riforma Fornero la spingerà fino al 33% entro il 2018, un vero record che dissanguerà i guadagni non certo floridi di circa 1,5 milioni lavoratori autonomi. Visto che per la Rai l’Enpals è molto dispendiosa, l’azienda cerca di spostare gli atipici sull’Inps che invece è molto più caro per il lavoratore. «L’abuso della partita Iva in Rai – sostiene IvaParty – è il classico strumento usato dalle aziende per abbassare il costo del lavoro».

Quando il 18 luglio scorso è stata approvata la riforma Fornero del lavoro, in Rai si è diffuso un atteggiamento paranoico. Centinaia, migliaia sono le cause in cui l’azienda è ancora impelagata con gli «esternalizzati». Dalla lettura di questo provvedimento confuso, emergeva la volontà del governo tecnico di colpire l’abuso delle «false partite Iva», cioè lavoratori parasubordinati trattati come «liberi professionisti» per scaricare sulle loro spalle i costi aziendali. I vertici Rai temevano una nuova alluvione di cause che avrebbero sbancato il bilancio. Un panico ingiustificato perchè la maggior parte dei 2 mila «atipici» non rientrano nella riforma che esclude le «elevate competenze» e coloro che percepiscono redditi superiori ai 18 mila euro lordi, all’incirca 800 euro al mese. È il solito paradosso in cui incorre il legislatore che cerca regolare la precarietà, ma non riesce a distinguerla dal lavoro autonomo. Se un «atipico» percepisce un reddito superiore ai 18 mila euro lordi per due anni consecutivi è un «ricco» e non può lamentarsi. Mentre, in realtà, è un working poor trattato solo formalmente da grande professionista.

Una circolare del 28 dicembre emessa dal ministero del Welfare ha rimandato l’applicazione della riforma Fornero sulle partite Iva al 2014, più probabilmente 2015, ed esclude quelle iscritte agli ordini professionali. Nel frattempo in Rai non cambierà nulla, mentre la bomba degli atipici. Se questi lavoratori sono «pericolosi» oggi, lo saranno ancora di più tra un anno. E in Rai, qual è il clima? «Di diffidenza, la gente esita, è terrorizzata, non dice nulla per non farsi riconoscere» afferma la curatrice di un programma. «È la situazione del lavoro culturale in Italia – conclude il portavoce di IvaParty – è stato precarizzato all’inverosimile, in cambio della concessione del diritto di firma. dell’autorialità, della visibilità, insomma di uno status».
Partite Iva: Il prossimo disastro, dopo gli esodati

L’ex ministro del Welfare Elsa Fornero aveva puntato una buona parte delle sue fiches sulla roulette dei «giovani» professionisti, partite Iva monocommitenti, che lavorano a titolo esclusivo per un solo datore di lavoro. Sulla carta sono «liberi professionisti», in realtà sono dipendenti mascherati che fanno orari di ufficio – e spesso lavorano molto di più dei loro «capi» – come se fossero regolarmente assunti, retribuiti e con i contributi in regola.

Una realtà così diffusa negli studi degli avvocati, o degli architetti, ma anche nella pubblica amministrazione che da tempo costringe i precari ad aprire le partite Iva e a lavorare per conto terzi, da avere spinto il governo Monti ad una stretta. Per mesi si è parlato della distinzione tra «false» e «vere» partite Iva. La riforma del lavoro avrebbe dovuto obbligare i datori di lavoro ad assumere le «false» partite Iva come lavoratori dipendenti. Inizialmente aveva individuato un reddito minimo di riferimento per queste figure del lavoro autonomo tra 17 e 18 mila euro, una soglia decisamente bassa visto che queste persone guadagnano talvolta di più.
Il governo ha confermato gli altri parametri: se la «falsa» partita Iva percepisce più dell’80% del reddito da un solo committente, oppure ha un contratto superiore a otto mesi nei due anni precedenti, deve essere assunta.
Alla fine dell’anno è giunta la sorpresa che conferma l’irrealizzabilità della riforma Fornero. Un decreto ministeriale del 28 dicembre, con circolare annessa, stabilisce che sarà applicata solo a partire dal 18 luglio 2014, un anno dopo rispetto a quanto stabilito. La riforma non riguarderà gli iscritti agli ordini e coloro che hanno una laurea o un diploma. I titolari dei grandi studi, come la Rai, tirano un sospiro di sollievo. Tra due anni la riforma non si abbatterà sul lavoro cognitivo, ma sul lavoro autonomo tradizionale.

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Il dossier: il lavoro autonomo alla Rai

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