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Lo scienziato borderline

Cambiare si può, ma le alleanze elettorali sono un’altra cosa

Tornato finalmente in patria, sono andato questa mattina a Torino all’assemblea di “Cambiare si può“. Proprio nela stessa mattina nella quale il magistrato siciliano Antonio Ingroia, primo firmatario del manifesto “Io ci sto”, ha sciolto la riserva per la candidatura in Parlamento e, in conferenza stampa, ha presentato il simbolo della lista “Rivoluzione civile“.

Cambiare si può

Cambiare si può?

“Cambiare si può” è una iniziativa degna di attenzione e che mi ha molto interessato. E’ partita da un appello, di cui riassumo i tioli principali, che è leggibile sul sito: “Il sistema sta andando in pezzi. A fronte di ciò non è più possibile stare a guardare o limitarsi alla critica. I fatti richiedono un’iniziativa politica nuova e intransigente, per non restare muti di fronte a opzioni che non ci corrispondono.” E quindi “è questo il senso della campagna,  con l’obiettivo di presentare alle elezioni politiche del 2013 una lista di cittadinanza politica, radicalmente democratica, alternativa al governo Monti, alle politiche liberiste che lo caratterizzano e alle forze che lo sostengono.” Fra i promotori, persone che stimo, e ne scelgo tre soltanto fra i tanti: Luciano Gallino, Livio Pepino, Marco Revelli.

Ma torniamo alla realtà, cioè al fatto che questa “lista di cittadinanza politica” doveva sostanziarsi, in pratica, in un sostegno, anzi in una inclusione, nel “quarto polo” di Ingroia, in “Rivoluzione Civile”.

I partiti che hanno sostenuto la candidatura di Ingroia sono quattro: Italia dei Valori, Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Partito dei Verdi (di quest’ultimo, sinceramente, pensavo fosse quasi sparita traccia, ma tant’è). Nel suo appello di pochi giorni fa, Ingroia aveva poi chiamato a raccolta “la società civile”, rivolgendosi a potenziali candidati come Maurizio Landini, don Ciotti, Santoro ed altri. E “Cambiare si può” rappresentava una fetta importante del suo appoggio a livello di movimenti di base dei cittadini. Con una forte componente NOTAV che era ben percepibile nelle persone e nelle mozioni. E che bilanciava e completava geograficamente la notevole componente antimafia.

Nel progetto di Ingroia c’era – e c’è – però una forte contraddizione, che è emersa puntualmente fra ieri e oggi: apparentemente,  si affermava  non esserci spazio – a livello di candidature – per gli esponenti noti dei vecchi partiti; ma ovviamente per avere le firme per le liste e per avere i voti degli elettori, proprio ai vecchi partiti Ingroia doveva in realtà rivolgersi e chiedere appoggio.

Riporto la frase di pochi giorni fa di Ingroia stesso,  rivolgendosi ai segretari politici dei partiti che lo appoggiano, cioè Diliberto, Bonelli, Di Pietro e Ferrero: “Siete esempi di una politica pulita e alternativa che ha combattuto in questi anni battaglie contro Berlusconi prima e Monti poi”, ma “per aiutare la società civile a fare un passo avanti, io credo che voi dobbiate fare un passo indietro. Non sono un rappresentante dell’antipolitica e degli antipartiti e so che voi rappresentate la politica per bene. Ma aiutateci a incoraggiare la società civile. Facendo un passo indietro, voi non sparite ma restate con noi in questa battaglia”. Traduzione dal politichese: non candidatevi, lasciate spazio a facce nuove, ai movimenti, alla società civile.

Paolo Ferrero di Rifondazione aveva dato la propria disponibilità a farsi da parte personalmente, come richiesto. Ma per gli altri, come vi era da aspettarsi vista la storia politica precedente di almeno due di essi, non c’è stato nulla da fare. Risultato di ieri: i quattro segretari dei quattro partiti saranno primi candidati alle elezioni per “Rivoluzione Civile”.

Progetto che quindi parte mostrando quella che è la sua vera natura, rispettabilissima: un’alleanza elettorale fra alcuni vecchi partiti, speranzosi così di riuscire a rompere la barriera del quorum, corredando l’alleanza con un progetto – messo insieme giocoforza un po’ in fretta – che includesse nell’alleanza stessa più pezzi possibili dei movimenti di base, dell’italia civica e civile che ha manifestato in questi anni delusione e insofferenza verso i partiti, la politica come questi partiti la fanno, i risultati falimentari e lo sfascio della società civile che ne è conseguito.

Questa mattina, alla notizia di avere i segretari di quattro vecchi partiti come capolista, l’assemblea di “Cambiare si può” ha avuto una – comprensibile – sollevazione. Indignazione in molti. Deluso realismo, in altri. Ora ci sarà – secondo le regole del movimento – una votazione telematica su questa questione delle candidature – che mi pare esiziale – ed il cui esito sarà probabilmente un “no” netto e uno sfilarsi dalla allenza elettorale per febbraio 2013: i resoconti dei tre “garanti” di Cambiare si può, che hanno incontrato Ingroia ieri, apparivano scoraggianti e orinetate in tal senso.

Io credo purtroppo non ci sia nulla da stupirsi. Come si sperava che una operazione che – visti i tempi ristretti – è sostanzialmente elettorale, vedesse i vecchi partiti rinunciare a simbolo e candidati “di spicco” in nome di un volontaristico passo indietro? I partiti ragionano in base a convenienze e in base a equilibri, seggi, potere. Forse è deludente, ma era comprensibile che i “vecchi politici” si facessero avanti e non rinunciassero alla tanto amata cadrega.

Chi sperava nel contrario, purtroppo, ha un’idea bella e alta della politica che è molto distante dalla realtà e – forse – non è adatto a muoversi dentro di essa allo stato attuale.

Meglio forse non concentrarsi solamente sulle dinamiche puramente elettoralistiche, che mal si coniugano con un reale rinnovamento e con le idee nuove, e continuare a costruire con un orizzonte più ampio che non quello di mandare qualche deputato in Parlamento, oltretutto con questa penosa legge elettorale che ancora una volta vedrà un parlamento di nominati e non di eletti.

Niente di nuovo sotto il sole, cari compagni.

Riporto in conclusione sei punti tratti da una delle mozioni approvate da “Cambiare si può” recentemente, e che approvo, e sulle quali mi sento di poter discutere, e costruire. Non su mandare o no in parlamento Di Pietro o Diliberto: questo mi sembra, sinceramente, squalificante e di livello bassissimo.

Costruiamo un percorso basato su:

1) La rimessa in discussione del fiscal compact e la contestazione delle politiche di austerità imposte dall’Europa;

2) Il rifiuto della logica delle grandi opere a cominciare dal TAV;

3) La revisione netta dele politiche del lavoro e dei relativi diritti dei pgoverni attuali;

4) La difesa e rilancio del welfare e la laicità e pubblicità della Scuola e dell’Università;

5) Il taglio della spesa militare, la cancellazione delle missioni militari all’estero e la politica della pace;

6) Politiche di accoglienza e dei diritti dei migranti

Su questo, e non sui cadreghini, possiamo discutere e costruire a livello alto.

Se si vuole invece impegnarsi elettoralmente, quindi a livello necessariamente coincidente con l’attuale basso livello della politica italiana, non si può fare altro che sporcarsi le mani: nulla di male, basta saperlo.