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Clint Eastwood: Callagahan ai tempi del PTSD

Clint, ieri a Los Angeles

Clint, ieri a Los Angeles

Con American Sniper Clint Eastwood torna alle grandi storie americane con un film feroce e complicato che farà discutere e ancora di più, farà sicuramente anche incazzare parecchia gente. È la storia di Chris Kyle cecchino dei Navy Seals, campione di kills, a lui in quattro turni di servizio in Iraq vengono attribuiti 160 nemici uccisi accertati (255 “probabili”) che, data la definizione assai elastica di “enemy combatants” nella guerra “asimmetrica”, comprendono civili, donne e bambini. Lui Texano tutto d’un pezzo, redneck e cowboy da rodeo, dopo gli attentati all’ambasciata USA in Kenya e Tanzania parcheggia il pick up d’ordinanza davanti all’ufficio di reclutamento e si arruola nei Navy Seals. Di recente le special forces della marina hanno preso il posto di marines e green berets nell’immaginario filmico nazionale, quello d’autore come Zero Dark Thirty, quello ambiguamente destrorso come Captain Phillips e quello autenticamente fascista come Act of Valor e il più pornografico Lone Survivor. Di ben altra levatura Sniper, un film sull’ossessione e sul suo prezzo, in cui Clint spedisce un Callaghan/Achille al fronte da cui torna traumatizzato nel profondo – non la catarsi del ripensamento morale ma la patologica frattura interiore dei reduci. Nessun film mai aveva retstutuito una rappresentazione talmente efficace del PTSD. Grazie soprattutto all’incredibile interpretazione di Bradley Cooper, il film fotografa la sindrome traumatica che devasta decine di migliaia di reduci e a cui, nelle guarra perpetua, sono destinate genreazioni di veterans. Il realismo di Clint però significa che i personaggi ed il film nasce e vive in quell luogo enigmatico e in gran parte incomprensibile per gli stranieri: il mondo dell’attrazione erotica per la bandiera e quella fatale per le armi da fuoco che è una incomprensibile realtà dell’ethos americano. Soprattutto quel luogo oscuro e misterioso che è il patriottismo e il militarismo americano . Per i non americani è inevitabilmente difficile, forse impossibile, comprendere quanto intrinseco sia il love of country– e non solo per repubblicani e fanatici. La storia traumatica di questo eroe imperfetto, invasore convinto in terra straniera, carnefice di donne e bambini, ci chiede comunque di prescindere dalla politica e onorare il “drama umano” – laddove però non prescindere non è possibile. Non può esserci scissione far “l’onorare le truppe” e intonare gli inni patriottici come viene fatto alle partite di baseball, e l a tacita acquiescenza al militarismo che vi è così intimamente connesso.

Detto questo Clint ha fatto un film importante, terrificante e a tratti infuriante. Un opera che nasce dal suo fascino ricorrente per la guerra. Lui, regolarmente tacciato di sciovinismo è anche l’unico ad aver mostrato Iwo Jima attraverso gli occhi giapponesi. Il regista americano deriso come repubblicano che ha firmato il più commovente manifesto multiculturale nel suo fantastico Gran Torino. L’uomo che ieri ci ha detto questo:

“Sapete, io sono cresciuto negli anni ‘30 e ‘40. Quando è scoppiata la seconda Guerra mondiale avevo 11 anni e nella mia vita ho assistito a molti mutamenti di opinione riguardo al patriottismo. Durante la seconda guerra non si discuteva nemmeno; tutti erano patriottici, a favore della Guerra “giusta” per assistere le nazioni europee. Si andava al cinema a vedere i cinegiornali sul Pacifico e l’invasione di Iwo Jima – tutte cose che mi sono ricordato quando ho fatto i film. Quindi provengo da una generazione in cui il patriottismo era articolo di fede. Però già quattro anni dopo eravamo di nuovo in azione in Corea. Ricordo di aver pensato come fosse ironico che ci avevano appena finito di dire che non ci sarebbero state più guerre e di colpo eccomi reclutato. Era il 1951 e ci chiedevamo cosa diavolo ci stessimo a fare laggiù. Col Vietnam se lo chiese ancora molta più gente: perchè continuavamo a farlo e quando sarebbe finita una volta per tutte? Credo che sia nel DNA. Oggi vogliamo esportare la democrazia in altri paesi che non la vogliono nemmeno. Alla fine ti domandi se l’umanità abbia adavvero la capaicità di vivere in pace. Direi che la storia non stia dalla parte della pace. È tragico che sia così ma credo anche che quando fai un film sulla guerra impari qualcosa su te stesso cominci davvero a riflettere sulla guerra e in definitiva sul ruolo che il tuo paese ha nelle guerre”.

Bradley Cooper in "American Sniper"

Bradley Cooper in “American Sniper”
  • Paolo Scatolini

    liquidare il patriottismo americano come “fascista” è stupido come lo è accusare clint di sciovinismo