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losangelista

California Unter Alles

Stockton

Sotto il peso schiacciante della crisi il laboratorio di innovazione e’ diventato l’epicentro della bolla subprime. Il paziente ‘zero’ del contagio finanziario globale – la California – continua ad esportare trend ma oggi perlopiu’ sono quelli negativi. Forse il peccato originale del fallimento e’ stata la “rivolta fiscale” nata qui negli anni ’70. Allora un famigerato referendum  (prop 13) ha congelato le tasse sulle case e gettato le basi ideologiche per la defiscalizzazione che sta azzoppando gli stata occidentali. Il movimento no tax nasceva allora come forza politica creando il mantra liberista e il  precetto inviolabile della destra antistatalista, linfa reaganiana  e neocon. L’opposizione alle tasse ha sotteso il trentennio sfociato nell’attuale dilagante populismo  transnazionale che caratterizza  l’involuzione politico economica a cui assistiamo. Un altro referendum californiano tentera’ ora di invertire quella rotta: il 6 novembre qui si votera’ anche su un aumento delle tasse per salvare l’istruzione pubblica che asfissiata da una penuria cronica di fondi pubblici e’ a rischio assai reale di collasso. Il governatore Jerry Brown (per sempre caricaturato da Jello Biafra come insopportabile radical chic  in un altra epoca) sottoporra’ al suo malconcio elettorato una proposition che aumenterebbe le tasse dei contribuenti per destinare dai $6 agli $8 miliardi alle scuole pubbliche ridotte in pietose condizioni di parcheggi di studenti in caduta libera nelle classifiche internazionali di attitudine scolastica. In pratica Brown, rieletto dopo trent’anni come governatore “tecnico” chiede ai Californiani di autotassarsi. L’unico modo per risollevare le finanze pubbliche devastate da trent’anni di veti repubblicani a qualunque nuova imposizione fiscale e’ infatti quello di oltrepassare il parlamento e sottoporre la drammatica situazione direttamente ai cittadini a cui Brown prospetta in caso contrario la chiusura non solo di centinaia di scuole ma anche di servizi pubblici da uffici postali a biblioteche. Una situazione greco-californiana che racconta il fallimento della democrazia parlamentare e come scrive su questo sito Rossana Rossanda ““la più volgare riduzione dell’economia a una contabilità dello stato, mutilata dalle entrate un tempo assicurate dalla più vasta platea occupazionale”. La tax revolt infati e’ andata abbastanza bene fin quando la crescita suppliva al minore gettito che entrava all’erario. Ma quando alla crescita effettiva si e’ sostituita quella finanziaria  e specie quando quest’ ultima si e’ rivelata un gioco di specchi a base di bolle speculative (l’ultima quella immobilare) il giocattolo e’ scoppiato e  lo stato si ritrovato sull’orlo del baratro cmoe un qualunue misero paese sudeuropeo, ma con una rete sociale ridotta semmai acora piu’ in brandelli.  Solo negli utlimi tre mesi tre citta’ californiane hanno dichiarato la bancarotta, operano ormai in amministrazione  controllata i municipi di San Bernadino, Big Bear e Stockton, altri potrebbero seguire a breve. Nella lista della poverta’ nazionale appena emersa dal censimento spiccano citta’ come Fresno, Bakersfield, Modesto, gia’ floridi centri del paniere agricolo ridotte oggi a capitali della decrescita. Una popolazione vessata, salassata e regredita (gli altri dati pubblicati questa settimana riguardano la durata della vita in USA scesa in media di quattro anni fra ceti disagiati per la prima volta in decenni)  si trova oggi a tentare di bipassare finanza e l’ignavia del proprio stesso parlamento per evitare il disastro. Tutto il mondo e’ sempre piu’ paese.