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losangelista

California: Scarcerazione Obbligatoria

La corte suprema degli Stati Uniti ha ordinato alla California di liberare fra i 30 e i 40000 detenuti – l’equivalente circa di tutta la popolazione delle prigioni del Nigeria – per alleviare condizioni di sovraffollamento che ha ritenuto palesemente anticostituzionali, inumane  e lesive dei piu’ elementari  diritti civili. I numeri danno il senso della macchina penale di cui abbiamo gia’  scritto. L’assolato gulag californiano con una capienza ufficiale per 80000 prigionieri ne ospita attualmente 140000,  piu’ di ogni altro stato e la fetta piu’ consitente degli oltre 2 milioni e mezzo di carcerati in America – il paese che detiene il record mondiale di detenuti proporzionalmente alla  popolazione  (714 per 100000 abitanti); per dare un’idea la Cina che ne ha in tutto un milione e mezzo,  si attesta sui 118 per 100000, la Russia  (763000) 532, l’Italia 98 (qui le statistiche mondiali).  Abbiamo gia’ avuto modo su queste pagine di occuparci del complesso carcerario industriale californiano – gli interessi economici che vi girano attorno servono certo a capire e origini di un sistema penale cosi’ ipertrofico; in questi giorni si parla con facilita’  di una sorta del  “moralismo giustizialista” americano.  Piu’ rilevante per comprendere   l’anomalia americana  e’ frutto il  contesto culturale manicheo-biblico,  la concezione punitiva della giustizia e la consuetudine di utilizzare la carcerazione come strumento di “ingegneria sociale” per rimuovere “l’elemento negativo”  senza alcuna reale idea di riabilitazione . Abbinata alla deriva  populista della politica, una miscela che ha determinato  l’adozione di leggi sempre piu’ “draconiane” come la famigerata three- strikes che obbliga i giudici a comminare maxi sentenze alla terza condanna, fosse anche per reati minori come furti e naturalmente consumo e piccolo spaccio di stupefacenti . Negli ultimi 20 anni la “guerra alla droga”  ha sbattuto in galera decina di migliaia di condannati per crimini non violenti che ora lo stato dovra’ liberare o almeno scaricare su altre amministrazioni penali (penitenziari muncipali  e provinciali e l’altrettanto gigantesco  sistema di liberta’ vigilata). La sentenza federale e’ un onta morale per la California (anche se in realta’ potrebbe risultare  in notevoli risparmi per uno stato sull’rolo del collasso finanziario).  Fin quando pero’ il paese non riuscira’ ad invertire fondamentalmente la filosofia penale, la situazione e’ destinata a rimanere immutata.

  • Methodologos

    Caro Celada, ottimo articolo. Chissà come mai le dimensioni della “repressione carceraria” degli Stati Uniti ( il Paese della libertà… ) sono così assenti nel mainstream giornalistico. Eppure intere minoranze sono tenute costantemente sotto il ricatto della galera. I neri non sono più discriminati ma, semplicemente, chiusi frequentemente in prigione. Il risultato non cambia ma nessuno può dire: “Che vergogna!” Una volta si diceva che è una giustizia “di classe”. Ora non va più di moda.
    Un consiglio: dia qualche informazione ai lettori su come funziona il sistema giuridico nordamericano. Ho la sensazione che molti lettori non abbiano ben idea di quale sia la differenza tra una sentenza e un verdetto o, ugualmente, su come operino i prosecutor e qual è il ruolo della polizia.

  • http://lucacelada.com Luca Celada

    Grazie del commento. Le singolarita’ del sistema giudiziario americano – e le differenze che, nel bene e nel male, lo distinguono da ordinamenti eruopei – meriterebbero effettivamente un volume a parte. Ci limitiamo qui a riferire una notizia di oggi atta ad illustrare “l’attitudine punitiva” di cui sopra. La California ha solo rcecentissimamente (e gia’ questo la dice lunga) introdotto la possibilita’ del “medical parole”, il rilascio condizionale per detenuti affetti da malattia grave o terminale. Il primo caso esaminato ieri dal’apposita commissione e’ stato quello di Steven Martinez di 42 anni condannto a 157 anni di reclusione per il violento stupro di una donna di San Diego. Dieci anni fa in prigione Martinez e’ stato a sua volta attaccato a coltellate da due altri detenuti riportando ferite che l’hanno lasciato totalmente paralizzato dal collo in giu’ e incontinente. Si sarebbe detto cioe’ l’esatto modello di caso contemplato dalla nuova legge, tenendo conto che piu’ che la “compassione medica” questa come, altre riforme ora all’esame, e’ stata motivata da motivi di risparmio economico: le cure di Martinez costano allo stato $625000 l’anno. Ebbene la commisione ha respinto la sua richiesta di scarcerazione definendolo una persona “ancora violenta e pericolosa” (!) in base al suo maltrattamento verbale delle infermiere che lo accudiscono e la “possibilita’ che possa affidare a terzi nuove eventuali azioni criminose”. Ci sembra un’illustrazione didascalica della congenita resistenza alla clemenza insita nella concezione americana.