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Bush 3: Partenza “soft”

Former Florida Gov. Jeb Bush, upper left, poses for a selfie with a supporter as he signs autographs from the window of a food truck after he formally announced that he would join the race for president with a speech at Miami Dade College, Monday, June 15, 2015, in Miami. (AP Photo/Wilfredo Lee)

Former Florida Gov. Jeb Bush, upper left, poses for a selfie with a supporter as he signs autographs from the window of a food truck after he formally announced that he would join the race for president with a speech at Miami Dade College, Monday, June 15, 2015, in Miami. (AP Photo/Wilfredo Lee)

Fino a qualche mese fa, a marzo ad esempio, quando vantava ancora 10 punti di distacco dal concorrente più vicino, Jeb Bush sembrava predestinato a vincere la nomination repubblicana per la casa bianca. Forte di un alone di prestigio, un curriculum da governatore di uno stato chiave e del nome di una dinastia politica, la sua candidatura sembrava solo un prologo formale ad un’epica sequel Clinton-Bush che tutti, o almeno i titolisti dei giornali, davano ormai per scontata.

Anche in virtù di questo ragionamento gli strateghi di Bush hanno preferito deferire l’annuncio per non dover sottostare ai limiti sui finanziamenti di candidati ufficiali. Per mesi hanno invece preteso di esser solo in “fase esplorativa” incamerando intanto enormi cifre in una lucrosa campagna di fundraising. Ora dell’annuncio ufficiale di lunedì però, il panorama politico repubblicano è sensibilmente mutato. Bush non è più il “front runner” ma divide i consensi della destra americana con una mezza dozzina di altri candidati, risultando in molti sondaggi dietro a nomi come Scott Walker e Marco Rubio.

Quello che doveva esser un pre-coronamento ha quindi assunto toni di urgenza che gli strateghi non avevano messo in conto. Gli stessi “advisor” di Bush – un mix di collaboratori dei tempi da governatore (della Florida dal 1999-2007) e di fedelissimi del padre e del fratello maggiore, George e Goerge Jr – pronosticano ora una “dura battaglia” che si protrarrà probabilmente per vari mesi con i concorrenti repubblicani. In altre parole da ora e durante l’autunno Bush dovrà passare all’attacco di Walker, Rubio e Rand Paul (ma i candidati potenziali potrebbero alla fine essere una ventina) per recuperare posizioni ora delle prime primarie, a gennaio 2016. Non a caso nel suo discorso tenuto sul campus del Miami Dade College, Bush ha menzionato i “molti che sono molto bravi a parlare” aggiungendo che i problemi però bisogna saperli risolvere “coi fatti”.

Ma l’immagine di statista moderato che avrebbe dovuto bastare per un capolista potrebbe non essere sufficiente nello scontro diretto con candidati forse meno presentabili ma più mediatici dell’opaco Bush. E l’immagine di conservatore “ragionevole” pronto a contendere Hillary il centro politico potrebbe non sopravvivere le primarie in cui conta sempre di più la retorica populista mirata alla base. Non è stato di buon auspicio in questo senso che l’annuncio di Bush sia stato interrotto da un gruppo di manifestanti a favore di una riforma dell’immigrazione. Proprio il possibilismo di Bush su una regolarizzazione dei 12 milioni di immigrati clandestini, lo espone a dure critiche da parte della base anti immigrati – un esempio del pericolo che implica il posizionamento come moderato.

In teoria una delle principali qualità di Bush è proprio il potenziale appeal all’elettorato ispanico. Come ogni repubblicano della Florida Jeb Bush ha storici legami con la potente lobby degli esuli cubani e attraverso la politica di Miami con le oligarchie economiche del Sud America. Questo Bush parla inoltre correntemente lo spagnolo ed è sposato ad una facoltosa Messicana, presupposti insomma che, se sommati ad una apertura sull’immigrazione, potrebbero potenzialmente incrinare la Obama coalition in una delle sue componenti chiave. Ma è anche un’argomento che fa infuriare lo zoccolo duro della destra e sottovalutare la deriva xenofoba e populista della base conservatrice potrebbe rivelarsi un pericoloso errore di calcolo.

Intanto urge differenziarsi dagli illustri parenti, il 41mo e 43mo presidenti. È indicative che lo stemma ufficiale della campagna rechi il solo nome “Jeb!” omettendo il cognome di due presidenti che non hanno esattamente lasciato un retaggio di di ammirazione fra i conservatori. Per quanto Jeb Bush abbia voluto criticare la “disastrosa politica estera” di Obama. Clinton e Kerry, la realtà è che la guerra irachena scatenata sotto falso pretesto dal fratello è ancora più impopolare e legata com’è al nome di famiglia rischia di danneggiare proprio la sua candidatura. Quando gli è stato chiesto se ritenesse giustificata in retrospettiva la campagna irachena ha dapprima detti si si poi si è contraddetto ed infine dichiarato inutile fare ipotetiche speculazioni. Una defaillance che ha dimostrato il potenziale dannoso di chiamarsi Bush.

Alla fine l’apertura di campagna da cui erano indicativamente assenti il padre e il fratello (c’era solo la madre/matriarca Barbara Bush) si è risolta in una serie di vaghe promesse elettorali sulla ripresa economica (19 milioni di nuovi posti di lavoro) parole a vanvera insomma senza alcun dettaglio specifico e con tema generale di “porre fine al privilegio” di Washington. Detta da un rampollo di una dinastia patrizia della politica USA è stato a dir poco risibile.