closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
in the cloud

Burning Love a Firenze, in un diluvio biblico Springsteen ritrova l’arca del rock ‘n roll

Who’ll stop the rain? Fermare la pioggia che martella Firenze è l’unico miracolo che non riesce al Boss. Anzi, più diluvia più Bruce Springsteen e la E Street Band spingono a tavoletta fiati, drum e chitarre. La cover dei Creedence Clearwater Revival è l’ultimo tassello di una notte indimenticabile per i 44mila fan che hanno resistito alle intemperie e a una maratona di tre ore mezzo di musica gioiosa e vibrante.

Prendi l’autenticità dei concerti del ’78, aggiungici l’energia degli stadi anni ’80 e i videowall del XXI secolo. Poi mescola tutto con l’esperienza della migliore rock band del mondo e avrai una pallida idea di Firenze 2012. Una scaletta di 33 canzoni e ben 7 cover, da Jimmy Cliff (Trapped) a Elvis (Burning love) fino agli Stones (Honky Tonk Woman) e a uno splendido Apollo Medley fatto di Motown e Wilson Pickett.

Da oltre quarant’anni Springsteen è un’enciclopedia vivente della musica americana bianca e nera, un juke box umano che nonostante i lutti (Danny Federici e soprattutto l’insostituibile Clarence «Big Man» Clemons, il gigantesco sassofonista scomparso l’anno scorso) e l’età che avanza (Bruce e la sua «band of brothers» sono ormai oltre le 60 primavere) continua a divertire le platee di tutto il mondo in «house party», feste a conduzione familiare tanto minimali nell’allestimento quanto potenti nel suono e nell’energia.

Rispetto alla prima italiana di San Siro (quasi 4 ore, secondo i fan il suo concerto più lungo di sempre dopo quello, leggendario, del capodanno del 1980 al Nassau Coliseum) la scelta dei brani di Firenze è meno strutturata. Perle rare come Be true si alternano a cavalli di battaglia come The River e Backstreets fino a una Born in the U.S.A. suonata nella versione da stadio dell’85. Un inno amaro sulle ombre dell’America vera finalmente rivendicato e non più di cui vergognarsi.

L’impianto del tour basato su Wrecking ball (7 canzoni che non sfigurano con i classici) muta in una semplice festa rock’n roll fino al Twist and shout finale. Eseguito da una E Street Band mai così compatta, accompagnata da una sezione fiati e coriste sontuosi.

Mai visto uno Springsteen così sorridente, felice e in forma. Innumerevoli i «vi amo, vi amo, vi amo» rivolti al pubblico inzuppato fino al midollo. Chissà, forse c’entra la presenza sugli spalti di sua moglie Patti Scialfa (i due hanno festeggiato il 21mo anniversario di matrimonio sabato sera a Villa D’Este), forse è il legame inesauribile del Boss col suo pubblico italiano, omaggiato anche stavolta dall’inno di apertura di C’era una volta in America.

Sta di fatto che Springsteen ha passato metà concerto sotto l’uragano, in mezzo al «pit», interpretando al massimo livello umanamente possibile tutto il campionario dei concerti rock, dal ballo con una ragazza delle prime file alle scivolate in corsa, con cori, mani alzate a ritmo, Waitin’ on a sunny day cantata da un bambino e le luci di mille accendini nelle pochissime ballate della serata.

Al sindaco Matteo Renzi, incrociato dopo il concerto, parlerà di «live incredibile sotto la pioggia grazie al feeling enorme con il pubblico». Ma il vero miracolo del Boss è ripetere i trucchi del mestiere sera dopo sera da decenni senza perdere in gioia e autenticità. In mezzo a tanta festa, il muto omaggio a Clemons deve quasi essere spiegato: «This is the important part», avverte il Boss prima del minuto di immagini del sassofonista che spezza a metà una scatenata Tenth Avenue Freeze Out.

Ai tempi della peggiore crisi dal ’29, è uno Springsteen molto ciarliero e a sorpresa poco «politico». L’omaggio in italiano ai terremotati dell’Emilia e a tutti coloro «che lottano» è stato una parentesi rispetto alla voglia straripante di ballare mezzi nudi sotto la pioggia.

«Frenzy in F’renzi», urla all’inizio dell’impresa. E tre ore dopo, quando vede che il prato è ancora pieno nonostante il diluvio, fa una risata di cuore agitando la chitarra verso la folla: «You’re a fucking die hard».

Chissà, forse ai tempi delle banche «too big to fail» e della fine dell’euro il miglior antidoto all’avidità e alla crisi è un sano rock’n roll ballato insieme a decine di migliaia di sconosciuti. Forse, com’è scritto in No Surrender, il segreto è tutto lì: «we’re ready to grow young again».

dal manifesto 12 giugno 2012

Le foto sul sito ufficiale di Bruce Springsteen