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Horror Vacuo

Incontro con Guillermo Del Toro

HORROR VACUO FEAT. GUILLERMO DEL TORO

San Diego, 23 luglio 2011

I del Torismi, così come i fellinismi di cui scrive Angelini in Controfellini – alcuni appena abbozzati come la “fatalona” volubile , l’Angelo azzurro di terz’ordine “che meglio si delineerà, mutando il sesso” – meritano grandissima attenzione. Un messicano cattolico influenzato da Dick Smith (L’esorcista) sa già che, nelle attenzioni dei produttori cinematografici, coesiste una specie di narcisismo per il proprio mestiere, una faccenda molto pittoresca illustrata bene dagli hipsters (“sempre in posa per farsi fotografare” direbbe Arbasino) o da Le follie di St-Germain-des-Prés 1947, che ha permesso a Guillermo del Toro il magico salto dalla lampada a petrolio alle luci al neon. L’interesse del pubblico americano per il Guillermo del Toro regista ed il del Toro produttore significa che, per la maggior parte degli americani, Collodi è ancora capace di tirar fuori il verme dalla Mela (Pinocchio uscirà nel 2014), la Spagna fascista è alla portata del puritanesimo untuoso (Il labirinto del fauno, 2006) e la guerra tra alieni e robot pilotati da umani non cessa di prendere in giro le coscienze (Pacific Rim, 2013). Ma la serietà di del Toro, in tutte le sue fortunate produzioni, non è mai esagerata. Si ritorna spesso al mito, riuscendo a ridere di tutto od a spalancar la bocca e gli occhi per la messa in scena di creature fantastiche, esseri millenari, dimensioni parallele e fumettistiche. Ed in tutti i posti in cui il regista di Hellboy ci ha portato, alligna una forte luce lampeggiante, quella che lo stesso del Toro, al Comic Con di San Diego (dove lo abbiamo incontrato), ribattezza come “Gothic tale, una storia gotica”. Nel 2010 il cineasta messicano, in mezzo a una folla di ragazzini, anticipava la produzione di un progetto ambizioso che, un anno dopo, chiude il cartellone del Los Angeles Film Festival. Il filone gotico – sverginato dalla prima parte del suo romanzo-trilogia (La progenie, Mondadori 2009) – conquista anche il fumetto per Dark Horse, con The Strain, e riscalda i motori del remake di Don’t be afraid of the dark (Non avere paura del buio).

Basato su un efficace film tv del 1973, con Kim Darby e Jim Hutton, il film scritto e prodotto da del Toro ha un budget di 12 milioni e mezzo di dollari ed è distribuito da Miramax Films. Uscirà ufficialmente nel 2012 ma le prime immagini invogliano a condividerne l’attesa. Nel cast moderno subentrano Katie Holmes, Guy Pearce e Bailee Madison. “Ho visto il film originale in Messico quando avevo solo dieci anni – racconta del Toro – spaventò terribilmente me e i miei fratelli. Quello che trovavo terrorizzante era il fatto che creature così piccole riuscissero a risultare ricche di risorse, imprevedibili, spiazzanti. Ho un debole per come fu realizzata l’articolazione, non scorderò mai il modo insano con cui perseguitano la bambina protagonista e continuano a chiamarla per nome: Saaaaally!”. Per del Toro gli anni Settanta sono l’epoca d’oro, anzi “l’epoca del Toro”, scherza su. “Sono stati fatti dei film immensi, da Bad Ronald a Night Stalker fino alla Trilogia del Terrore o Something Evil. Dan Curtis e le produzioni Lorimar sono i primi che mi vengono in mente se devo pensare a chi citare. Hanno anticipato i grandi Studios nel collocare l’horror in ambienti urbani o nella cosiddetta ‘suburbia’. Ciò che inseguo ora è un filone gotico, che ho sempre amato per la sua eleganza classica e moderna. Storie come questa, in cui i nuovi inquilini di casa affrontano mostri e fantasmi nell’oscurità. D’altronde, siamo appena stati bollati con un divieto ai minori, e non perché Don’t be afraid of the dark contenga scene di nudo o violenze gratuite, semplicemente perché fa paura. Questo mi fa piacere”. Nel suo futuro da produttore, l’autore spera di “continuare a finanziare opere del calibro di Orphanage e proseguire nel sentiero delle magioni stregate. Ho co-scritto Don’t be afraid of the dark con Matthew Robbins pensando di dirigerlo io stesso, prima di passare il timone a Troy Nixey. Avere un budget da film più o meno indipendente ti permette di mantenere più controllo e libertà creativa”. Ma, alla libertà, ci si arriva? “E’ come quando guardi uno di quei reality di Sci-fi Channel, tipo Ghost Hunters, dove i documentaristi rimangono intrappolati per fare audience. Nella realtà è diverso. Nella realtà della crisi economica, quando hai riposto tutti i risparmi di una vita nell’acquisto di una casa, che poi si rivela infestata, è più difficile volersene andare. Si lotterà pur di restarsene in pace”.

HORROR VACUO FEAT. TROY NIXEY

Viene dalle praterie canadesi con un background che tiene le code del Batman di Mike Mignola o gli amori di Neil Gaiman e Matt Wagner. Ma nel suo curriculum stazionano anche Bart Simpson’s Treehouse of Horror ed una serie, Detective Comics, degna della Stranalandia di Pirro Cuniberti. Intanto è il regista più mediato degli ultimi tempi: ha una casa infestata da inquadrare tutto il tempo ed un rapporto repellente con il beato novero dello stile video-clip. Troy Nixey dirige Don’t be afraid of the dark sotto l’ala protettiva di Guillermo del Toro e certo non lo intimorisce guidare una bambina nei meandri della follia. “I protagonisti sono due. La casa e la bambina. E’ semplice dirigere un personaggio come Sally che, in fondo, non sente di appartenere ai suoi veri genitori, che trasforma la solitudine in un’oscura inquietudine”. E’ assodato, Nixey non lavora per sottrazione: “Oh, vedrete le creature in tutta la loro mostruosità, a pieno schermo. L’incedere mozzafiato della pellicola vi avvicinerà a qualcosa di veramente spaventoso”. 48 giorni di riprese più sei mesi in Australia (dalle parti di Mount Macedon, fuori dall’ottocentesca Melbourne) per la costruzione della facciata della casa, hanno aiutato Nixey e la troupe “a tessere la geografia dell’abitazione, così da farti sapere sempre dove sei, ma non con chi stai. E avere come produttore del Toro ha facilitato le cose: è così generoso, così aperto. Katie Holmes, invece, è un’attrice intelligente oltre che avventurosa”.