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Ceci n'est pas un blog

Brutti, sporchi e cattivi

Ieri sera prima che ascoltassi della morte di Ettore Scola leggevo un articolo sul Messaggero che denunciava “la favela con vista su San Pietro” usando la solita retorica indignata sul degrado. E mi è venuto in mente, in automatico, che proprio su una di quelle collinette, precisamente Monte Ciocci, Scola girò quel capolavoro lumpen che è “Brutti, sporchi e cattivi” premiato per la miglior regia a Cannes nel 1976. Pensavo a mille campi abusivi che sono sorti e prontamente sgomberati a Roma come dappertutto. Pensavo al fatto che ormai quasi più a nessuno, che si occupi di giornalismo, di cinema o altro, interessa più capire cosa accade in quei posti, da chi sono abitati, quale umanità si agita.

No. Ormai è degrado quindi vergogna, squallore e tutto ciò che disumanizza chi ci vive. Non sanno che allora, come oggi, dentro quei campi ci abitano molti di coloro che troviamo nei cantieri, in una cucina di un ristorante, a prendersi cura di un anziano. Scola provò a raccontare questo spaccato. Ci provò attraverso una storia cruda, senza moralismo, dove “quegli scarti della società”, uomini e donne migrati dal sud o autoctoni, provavano a sopravvivere mentre la crisi tagliava in due l’Italia.

Su questo spazio abbiamo più volte parlato dell’ideologia del decoro che ha nella lotta al “degrado” la sua arma. E sorrido amaramente pensando a quel Monte Ciocci di Scola, al Messaggero o ai sindaci democraticidisinistra che proprio su questo tema stanno fondando e fonderanno le proprie campagne elettorali. Si continua a sgomberare, a denunciare, questi nuovi mostri metropolitani, non dissimili da quelli descritti da Scola perché non si vuol guardare in faccia la realtà: è il nostro modello di sviluppo a creare le favelas. Oggi come ieri come domani. Se volete che esista Casal Palocco o l’Olgiata allora dovete riconoscere l’esistenza delle baracche degli emarginati, degli esclusi, dei poveri, riconoscere il fatto che continueranno a sorgere L’unica differenza è che non c’è quasi ormai più nessuno che li racconta: registi o scrittori non escono mai dalle loro ambientazioni borghesi o dal loro mal di vivere borghese. Al massimo arrivano dietro casa mia al Quadraro, ormai assunto come il nuovo set cinematografico di periferia, come se il Quadraro fosse ancora periferia, come se quel quadrante di città non fosse in trasformazione. A sta gente non rimane ormai che agitare un Pasolini, tra Valle Giulia e Accattone, accontentandosi di chiudere gli occhi su quel che la metropoli produce oggi.