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losangelista

Bruno

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Sono cominciate le anteprime di Bruno – l’atteso ritorno agli schermi di Sasha Baron Cohen alias Borat, in cui il comico inglese porta sullo schermo un altro dei personaggi sviluppati sull’Ali G Show prima alla televisone inglese ed in seguito sulla HBO. In questo caso appunto, Bruno, il giornalista di moda austriaco gay che come Borat percorre le retrovie della cattiva coscienza americana seminando panico e smascherando un assortimento di preconcetti, piccolezze, cattiverie e ipocrisie. Il film e il personaggio riprendono lo stile comico-kamikaze di Borat, in cui Cohen costruisce “happening” situazionisti ed altamente infiammabili con personaggi che stavolta comprendono coloni israeliani ortodossi e combattenti palestinesi, polizia, bigotti, fanatici di ogni risma piu’ un vasto assortimento di “vittime” la cui colpa maggiore e’ l’ignoranza (soprattutto riguardo la vera identita’ di Bruno). Cohen ha il talento slapstick naturale di un Jerry Lewis o un Jim Carey ma la forza principale della sua commedia dadaista del terrore e’ proprio la palpabile sensazione di una violenza sempre a fior di esplosione, in cui Cohen rischia ripetutamente di brutto l’osso del collo (seguendo in questo ancora una volta i geniali passi di Andy Kaufman – precursore del genere con le performance da finto/vero lottatore di wrestling davanti a platee inferocite). Lo avevamo visto nel rodeo di Borat e qui Bruno cita Kaufman apertamente in una agghiacciante sequenza di extreme fighting davanti ad un pubblico che lo vorrebbe fare a pezzi. La miscela e’ resa ancora piu’ combustibile che in Borat dall’identita’ omosessuale estrema di Bruno spiattellata come provocazione universale e felicemente illustrata da una sequenza iniziale assai pornografica. Una commedia strettamente imparentata in definitiva con la performance art per come si move negli interstizi di verita’ e reality sabotando le convenzioni acquisite di “format” cinetelevisivi anche se qui lo smalto della novita’ si e’ un po’ appannato e si intravede a tratti l’affanno della provocazione forse  gratuita. E’ una critica inutile naturalmente in un genere la cui forza intrinseca sta esattamente nella trasgressione libera da ogni moderazione – e in questo Cohen e’ del tutto coerente. Piu’ preoccupante invece per le fortune commerciali del film il fatto che nella proiezione che abbiamo visto le risate fossero ben piu’ rade che nel suo predecssore.