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L'urto del pensiero

Bruno Vespa e la civiltà malata

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di PAOLO ERCOLANI

 

Come se il problema fosse Bruno Vespa.

Certo, lui ci ha messo del suo, invitando nel salotto buono della Rai il figlio del capo della mafia. Permettendogli di fare una pubblicità straordinaria al suo libro e, fatto simbolicamente determinante (perché i simboli contano eccome, specie nella società della comunicazione), di poter dichiarare a milioni di italiani, e da un palco d’eccezione, la sua contrarietà all’arresto di quella brava persona che è il padre. Totò Riina.

Naturalmente, in pieno stile di ipocrisia nazional-popolare proprio del nostro infausto Paese, il prode conduttore organizza per la serata successiva una puntata di Porta a Porta su «come combattere la mafia».

La società dell’omologazione

Una riprova, neanche tanto difficile da intendere, di quanto scrivevano Horkheimer e Adorno nella loro «Dialettica dell’illuminismo», laddove parlavano di una «civiltà attuale che conferisce a tutti i suoi prodotti un’aria di somiglianza. In cui tutto e il contrario possono essere contenuti pacificamente (apologia e condanna della mafia, in questo caso), in nome della sottomissione all’unico imperativo categorico che veramente conta: la divinità dell’audience (chiara manifestazione di quella teologia economica che costituisce la cifra morale portante della nostra epoca).

Già, come eliminare la mafia? Per esempio eliminando Bruno Vespa (professionalmente parlando, sia chiaro), suggerirebbe un empito di ironia vagamente ispirato al sillogismo aristotelico. Cioè eliminando quella giostra mediatica che non si fa scrupolo a celebrare il «male» pur di conseguire audience e quindi profitto.

Evidentemente la questione va ben oltre il superfluo (e per questo preponderante) giornalista della Rai.

E naturalmente si spinge decisamente più in là anche rispetto al solito e patetico teatrino, in cui troviamo fieramente schierati da una parte i moralisti («non si invita la mafia in tv!»), e dall’altra i realisti («ha fatto il suo mestiere di giornalista!»).

Il punto vero, piuttosto, ha a che fare con quel quesito sostanziale (e per questo bellamente rimosso dal mainstream mediatico-finanziario) per cui ci si dovrebbe chiedere dove vanno a finire il merito, la giustizia sociale ma anche la deontologia di un sistema mediatico e sociale a cui sarebbe richiesto di combattere la malavita.

Quale credibilità potrebbe avere in un Paese saggio quel sistema informativo che condanna senza appello (e senza una seria e obiettiva analisi storico-critica) gli orrori della furia jihadista salvo poi celebrare in pompa magna il peggio della malavita di casa nostra (e di cosa nostra)?!

Le questioni sostanziali (e quindi rimosse)

Il punto vero non riguarda tanto e soltanto l’aver invitato il figlio del capo della mafia, ma di averlo invitato soltanto in virtù del suo «merito» di essere il figlio del capo della mafia (e per questo garantire un’audience).

Il punto vero riguarda il motivo per cui si rende possibile conferire a un elemento del genere un proscenio privilegiato attraverso cui promuovere il proprio libro, in un sistema in cui ciò è precluso alla maggior parte dei valenti scrittori di libri assai migliori.

Il punto vero, infine, riguarda il messaggio simbolico (ma non per questo meno nefasto, anzi) per cui si concede uno spazio tanto autorevole (e seguito) al figlio del boss mafioso per eccellenza.

In buona sostanza confermando a chi quella mafia la combatte tutti i giorni, spesso al prezzo della propria vita, che i piani alti dello Stato (la Rai è la tv pubblica, fino a prova contraria) e lo stesso potere mediatico sono i primi non solo a non combatterla realisticamente, ma anche a legittimarla e perfino celebrarla con ospitate televisive ai più alti livelli, non giustificate da altro che non sia la ricerca dell’audience e del profitto.

La civiltà malata

In buona sostanza, insomma, il problema centrale che non vogliono farci vedere, è quello di un sistema socio-culturale (il nostro), in cui il dominio della logica quantitativa propria del sistema tecno-finanziario ha di gran lunga sottomesso la logica qualitativa che dovrebbe appartenere al sistema della buona politica, della buona educazione (in senso lato), di un’etica personale e sociale da cui ci si dovrebbe aspettare il primato del riconoscimento dei meriti, della giustizia, della dimensione umana in genere sui dogmi aridi e impersonali della teologia economica.

Una società, un sistema politico culturale, ma anche un’informazione che si sono votate anima e corpo ai diktat dell’audience e del profitto, e che in nome di questi arconti sono pronti a «rappresentare» qualunque scenario purché sia redditizio, non hanno nessuna credibilità etica e morale, nulla da insegnare al proprio popolo.

Nulla che li renda moralmente superiori a qualsiasi Isis o mafia che provenga dall’esterno o prosperi all’interno della nostra civiltà malata.