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Street Politics

Brasile: in strada contro il vandalismo di Stato

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di Giorgio Sica (Rio de Janeiro)

La notte scorsa, a Rio de Janeiro, è accaduto qualcosa destinato probabilmente a cambiare il prossimo futuro del Brasile. La repressione inaudita e feroce di una gigantesca marcia pacifica sta scuotendo le coscienze di un popolo che, questa mattina, si sta chiedendo come una tale violenza sia potuta accadere. Sui social network non si contano le notizie dei feriti, degli arrestati, di quanti hanno bisogno di assistenza sanitaria e legale. Video disperati mostrano blindati delle truppe d’assalto sparare sui manifestanti in ginocchio, poliziotti dalle moto in corsa che lanciano bombe di gas nelle porte spalancate delle case. In ogni quartiere del centro della città, la polizia ha aperto la caccia all’uomo, sparando proiettili di gomma su vecchi e bambini, malmenando studenti e ragazzini, sfasciando bar e locali dove le persone in fuga si rifugiavano. Tutto questo dopo un pomeriggio in cui i cittadini di Rio avevano dato prova di una impressionante protesta democratica, una delle maggiori della storia del Paese. Oltre un milione di persone, un fiume umano allegro e composto, aveva sfilato lungo l’Avenida Rio Branco, l’arteria principale del centro della città, deciso ad arrivare fino al palazzo del Comune, la sede del contestatissimo sindaco Eduardo Paes e della sua giunta che sta sistematicamente reprimendo ogni focolaio di dissenso ai disegni della grande macchina olimpica. Il corteo avanzava con calma, animato soprattutto da giovani e giovanissimi provenienti da ogni classe sociale, fianco a fianco per dire basta alla corruzione e alle menzogne di una classe politica e imprenditoriale asservita alle logiche di un profitto sfrenato e rapace. Il fiume cantava “Senza violenza! Senza violenza!” e proseguiva il suo corso, chiedendo più giustizia e partecipazione sociale, salute e trasporti pubblici, più diritti per le minoranze. In tutti c’era la consapevolezza di essere partecipi di un momento straordinario. Poi, arrivati all’altezza del Comune, qualcosa si è rotto: l’eco dei primi spari e le nuvole di fumo che si alzavano, l’odore del gas lacrimogeno. E’ iniziata la fuga, sempre più scomposta e incredula. E la caccia sistematica, da parte delle forze dell’ordine, dei “vandali”, che in realtà è diventata il pretesto per scatenare la ferocia di una delle polizie più armate e violente del mondo.

I media brasiliani, megafono del PT di Dilma e dei neo-liberisti, contano i danni. Mettono l’accento sugli atti di vandalismo – vetri e orologi stradali rotti, il furgone di una televisione locale bruciato – e sembrano ignorare la violenza della repressione. E, cosa ancora peggiore, nessuno s’interroga sul perché di questi atti vandalici. Almeno sulla stampa ufficiale. Su Facebook, ragazzi nati e cresciuti nelle favelas raccontano che il contatto con lo Stato è sempre, per loro, tensione e violenza. Schiacciata tra il narcotraffico la polizia, un’intera generazione è cresciuta in un clima di brutalità, senza nessuna speranza per il futuro. Stupisce la pazienza, la rassegnazione di questi ragazzi, vittime designate dell’enorme squilibrio tra la borghesia e le classi meno abbienti, costrette a lavori degradanti e sottopagati. Adesso, in questa gigantesca operazione di maquillage in vista della World Cup, molti di loro sono stati perfino cacciati dalle loro case, che andranno demolite per fare spazio a parcheggi, strade, hotel e centri commerciali. Si tratta, finora, di oltre 11mila famiglie. Erano mesi che le loro proteste erano iniziate, ma quasi nessuno aveva avuto voglia di ascoltare la loro voce. Forse, da stanotte, a Rio non si potrà più fingere che questo “vandalismo di Stato” non esiste.