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Poltergeist

Boston Legal – La storia del telefilm attraversata da William Shatner

“Maledetti democratici! Sempre a protestare contro la guerra, contro le armi… Se vinceste voi nessuno sparerebbe più contro nessuno! E allora, dove andremmo a finire?” Con questa battuta il protagonista della serie Boston Legal se la prende con un amico perché si rifiuta di promettere di ucciderlo quando l’Alzheimer lo avrà ridotto un vegetale. Patetico e attempato donnaiolo, nonché immorale avvocato di successo, a recitare in questa nuova serie è William Shatner, lo stesso attore che impersonava il capitano Kirk, il garante dell’ordine intergalattico di Star Trek. Dagli anni ’60 a oggi la televisione americana si è trasformata di pari passo con la carriera di Shatner, e da mezzo di rassicurazione di massa si è trasformata in abile portavoce di campagne politiche.

Nel 1966, mentre Shatner si teletrasportava in galassie lontane sulla NBC, alla CBS Perry Mason catturava l’audience con la sua rassicurante infallibilità. Nel ’76 Shatner ha poi vestito i panni di un affascinante assassino dandy in Colombo, la serie in cui il tranquillo tenente era inseguito dalle telecamere mentre incastrava raffinati criminali per i quartieri ricchi di Los Angeles; intanto, qualche isolato più in là, la polizia del mondo reale inseguiva i dimostranti dell’ennesima disobbedienza civile. Passato all’ABC nell’86, l’ex capitano indossò la divisa e divenne l’irreprensibile e atletico poliziotto T.J. Hooker, il sergente che rifiutava le promozioni per ripulire personalmente le strade dalla “feccia criminale”, mentre in Miami Vice Don Johnson lottava contro i narcotrafficanti con i capelli al vento su potenti macchine da corsa. Negli anni ’90 Shatner cambia radicalmente immagine e, passato attraverso l’autoironica parodia del capitano Kirk in Una famiglia del terzo tipo, è approdato nel 2004 a Boston Legal dove ha perso tutta la dignità di personaggio esemplare. Ora è grasso e alcolizzato e, quasi demente, guida la più importante ditta di avvocati di Boston. È da un tale scranno che predica in favore di Bush. “Quando pensi di aver perso, convinciti invece di aver vinto: funziona per il nostro Presidente.” La ridicolizzazione di un’icona televisiva del recente passato è uno dei modi attraverso cui la televisione sta trasformando i metodi di rappresentazione della realtà.

Sulla scia di una politicizzazione sempre più consistente dei telefilm da prima e seconda serata, il pubblico è bombardato da campagne contro la pena di morte (in Boston Legal un avvocato apostrofa così la Corte Superiore del Texas: “L’anno scorso avete comminato il 50% delle condanne a morte dell’intero Paese. I vostri criminali sono peggiori di tutti gli altri?”) e in generale contro la politica di Bush. The West Wing, la serie della NBC incentrata su un Presidente democratico, il 5 Ottobre 2001 mandò in onda un episodio che ridiscuteva il comportamento di Bush l’11 Settembre. In quella puntata il Presidente della fiction (Martin Sheen) lamentava lo stato della politica: “Il nostro mondo è un rifugio di sicurezza in cui nessuno si prende le sue responsabilità. Dovremmo chiederci perché ci stanno attaccando.” In Weeds, serie sullo spaccio di marijuana in un quartiere bene di Los Angeles, un personaggio si rifiuta di andare in guerra in Iraq: “Bush ha invaso un Paese indipendente contro le disposizioni dell’ONU. È un criminale di guerra e ora io dovrei essere uno dei suoi teppisti usa-e-getta con un fottuto bersaglio dipinto sulla faccia? Tu, amico mio, sei pro-Bush perché compravi la marijuana da sua moglie all’università.”

La nuova televisione non vuole e non sa più rassicurare e ha invertito i ruoli con l’attivismo politico che era entrato in un profondo torpore dopo le rivolte degli anni ’60. Oggi la rivoluzione sta passando attraverso gli schermi televisivi e sono i tre maggiori network a guidare la battaglia politica. Su ABC, NBC e CBS, canali via cavo che possono essere però captati anche con una rudimentale antenna, dall’inizio degli anni ’90 si è combattuta la guerra degli ascolti a colpi di telefilm. ABC e NBC si sono poste più a sinistra, mentre CBS, tradizionalmente “il” canale delle news, propaganda un’ideologia conservatrice in cui trionfa la famiglia, la sicurezza e l’interpretabilità univoca degli eventi. Se, infatti, Boston Legal (della ABC) ricorda che “i fatti non esistono: esistono solo racconti più o meno riusciti”, il protagonista di CSI, la serie sulla polizia scientifica della CBS, sostiene che “gli assassini lasciano immancabilmente delle tracce e si scoprono sempre i colpevoli analizzando i fatti.”

La NBC, dal canto suo, ha prodotto tra il 2002 e il 2003 la serie Boomtown, che raccontava storie da nove punti di vista contemporaneamente. È stato il tentativo meglio riuscito di portare una narrazione alla Rashomon a un pubblico di massa ed è l’esempio di una nuova importante tendenza di passaggio dell’innovazione contenutistica e stilistica dalla televisione al cinema. Negli ultimi anni meno attori e più sceneggiatori (specialmente televisivi) sono diventati registi in un trasformarsi della comunicazione dal linguaggio dell’apparenza a quello della rappresentazione e in particolare della rappresentazione complessa, senza soluzione esplicita e senza dogmi. Paul Haggis, sceneggiatore televisivo, ha scritto Million Dollar Baby e firmato la sceneggiatura e la regia di Crash, un film sull’imponente elusività delle nostre certezze in cui l’illusione di poter capire, prevedere o anche solo immaginare le intenzioni e le azioni degli altri si disperde in una moltitudine di schegge narrative. È evidente il debito di Crash verso Boomtown, che ha educato il pubblico a pensare la realtà in modo critico: l’interpretazione dello spettatore è cruciale per rimettere ordine nella dispersività dei punti di vista dei protagonisti.

La mancanza di una catarsi, forse la caratteristica che più distingue la nuova televisione dalla vecchia, sta rivoluzionando il modo attraverso cui gli americani interpretano la loro storia recente. È più difficile oggi convincere il pubblico che il mondo è diviso in buoni e cattivi e che “tutto è bene quel che finisce bene”: i buoni non sempre hanno ragione e gli americani, come popolo, non sono più i buoni nel loro immaginario collettivo.

In questo senso, Over There merita un posto d’onore nella nostra trattazione. Telefilm spietatamente realistico sulla guerra in Iraq, è probabilmente la serie più coraggiosa degli ultimi anni. Nell’episodio pilota una giovane madre che sta partendo per la guerra dice al figlio di un anno: “Guarda: la saliera è dove sei tu. La fetta di pane è dove sta la nonna e la mamma”, dice prendendo in mano uno yogurt, “starà laggiù, nella spazzatura” e lo lancia nel bidone. Il coraggio e la bravura di trasformare la loro cronaca recente più drammatica in storia, testimonia dell’inizio di quello che si potrebbe definire un neorealismo americano.

Nonostante la loro breve vita Boomtown e Over There, insieme ad un pugno di altre serie, hanno cambiato radicalmente il linguaggio televisivo e con esso la società stessa. La rinascita di un attivismo politico che sembrava esser morto per sempre dopo l’era reaganiana, è dovuta anche a quei telefilm che sera dopo sera spingono gli spettatori ad esercitare un giudizio critico sulla realtà. Dismessi gli abiti dei pacificatori degli animi, gli sceneggiatori televisivi hanno introdotto il dubbio nella morale americana un tempo monocorde. Quello che si sta formando è un popolo sempre più complesso e critico che si lascia informare dai telefilm sulle battaglie politiche e sociali più rilevanti. Le prossime elezioni vedranno un elettorato schierato specularmente alle posizioni dei loro telefilm preferiti. La differenza la farà Dick Wolf, il creatore di Law & Order, un complesso esperimento che mostra fianco a fianco il lavoro della polizia e quello dei pubblici ministeri nello sforzo, a volte ai limiti della legalità, di incastrare coloro che appaiono colpevoli. La serie non ha un indirizzo politico determinato e sembra porsi a metà tra i democratici e i repubblicani. È anche la serie più seguita e longeva della storia: per questo motivo chi vincerà le elezioni sarà il partito che avrà vinto gli sceneggiatori di Law & Order.

  • Dario

    Commento ridicolo. E’ sicuro di aver capito bene di cosa parla Boston Legal? Ha mai sentito parlare di sarcasmo? Boston Legal e’ chiaramente filo-democratico e il personaggio di Shatner e’ una chiara presa in giro delle politiche repubblicane. La sua analisi e’assolutamente destituita di fondamento, magari avra’ visto un paio di puntate e, da buon pseudo-giornalista, spara sentenze superficiali e ignoranti. Certe critiche fanno piu’ male delle serie tv che tanto disprezza perche’ perpetrano le piu’ viete tendenze italiote. EVVIVA l’ignoranza.

  • manuela

    Ma come si fa a giudicare la tradizione delle serie televisive americane, quando la nostra produzione annovera tra i suoi capolavori Don matteo e i cesaroni…questa persona che scrive non ha visto Boston Legal se parla cosi’ e forse non sa che Wwest Wing, la serie televisiva sull’attivita’ della presidenza democratica del presidente (nella fiction)Joshia Bartlet (signora o signore se lei l’avesse davvero vista la serie il presidente lo chiamerebbe per nome), e’ un prodotto che nasce da autori dichiaratamente repubblicani. Ha visto gli episodi di boston Legal in cui Alaln Shore (il compagno e amico fedele di Shatner, che e’ uno dei protagonisti principali) combatte e vince ad armi impari contro le grandi lobby farmaceutiche o della produzione del tabacco, o quando Candice Bergen (altra grande attrice e protagonista del telefilm chje lei non cita perche’ diciamici la verita’ lei non l’ha visto) fa un’ arringa contro certi contenuti televisivi che non tengono piu’ conto del pubblico anziano che e’ un consumatore e che forse avrebbe diritto a programmi piu’ consoni alle loro esigenze e ai loro desideri.
    Signora o Signore lei scambia la politicizzazione con la liberta’ di espressione, perche’ a forza di fare il suo lavoro in italia non sa piu’ cosa sia. Vuole la televisione oppio della massa…allora continui pure a guardare i Cesaroni e Don Matteo e Lasci la Tv Librea a chi e’ abbastanza preparato per apprezzarla!
    Se censurerete questo post mi confermerete solo di aver fatto bene ad andare via dall’italia!

  • carlo

    Tutto l’articolo mi sembra tirato per i capelli.
    Condivido le opinioni pubblicate (in particola di Manuela) e mi permetto di aggiungere che i film dell’epoca staliniana erano esattamente come quelli USA , con una netta distinzione tra buoni e cattivi e dove il fine giustificava tutto ( o quasi)
    Il sig. NEFELI mi pare affetto dal diffuso strabismo di chi vede solo l’America e non anche la tv degli altri Paesi.

  • http://tiscali paola sirio

    l’ho seguita la serie e devo dire che e’ molto bella.e poi william shatner mi piace moltissimo. criticatemi se vi fa piacere farlo, ma io me ne frego