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Bossi vede il fondo

A Roma premier desaparecido e governo in freezer. Grandi manovre sul federalismo. Governo pluri-battuto alla camera. Oggi il primo vertice Bossi-Berlusconi dopo il voto e la «crisi libica» La Lega ammette la sconfitta e avverte il Pdl: «Non ci faremo trascinare giù». Se i ballottaggi andranno male, mani libere, se andranno bene, più potere al Carroccio. Anche Confalonieri striglia l’amico Silvio. E Tremonti prepara la conquista del Sud

Dopo tre giorni di black out milanese Umberto Bossi torna a Roma e ritrova la favella. Con Berlusconi ormai il matrimonio è di puro interesse. Mentre il Pdl nega l’evidenza il Carroccio ammette la sconfitta e si prepara ai ballottaggi: «Per ora abbiamo perso, ma non ci faremo trascinare a fondo», certifica il leader leghista. Certo, Bossi predica prudenza: «Sulla caduta del governo non fatevi illusioni», dice laconico in Transatlantico.

L’anali del voto fatta a via Bellerio è stata impietosa. Il centrodestra frana in tutto il Nord. E anche lo sganciamento preventivo dal Pdl (vedi Gallarate) non è bastato a evitare il riflusso delle camicie verdi.

Quella di Bossi è una mossa spregiudicata ma inevitabile. Se Pisapia vince al ballottaggio allora, davvero, tutto torna in gioco e il Carroccio avrà le mani libere. Se invece Moratti facesse il miracolo nonostante l’assenza di Berlusconi (o meglio, grazie ad essa) allora Bossi potrebbe ipotecare quel risultato a proprio merito massimizzando il profitto (vedi l’iper attivismo di Matteo Salvini, che ha quasi doppiato il vicesindaco larussiano Riccardo De Corato alla conta delle preferenze).

La Lega mantiene aperte tutte le opzioni: il 19 giugno a Pontida potrà comunque santificare qualunque “nuova” linea: sia quella con-il-Pdl-ma-sopra-il-Pdl, sia quella di sganciamento dalle macerie berlusconiane.

Il bivio al quale si trova Bossi è evidente e difficile da aggirare. Il Carroccio deve scegliere se puntare su Roma e trasformarsi fino a diventare un possibile partito-guida nazionale. Oppure può decidere di tornare a essere anti-sistema e provare a dettare legge (come negli anni ’90) solo nei suoi territori tradizionali. Bossi e lo stato maggiore leghista preferirebbero di gran lunga la prima strada: capitalizzare il disastro del Pdl al Nord per contare di più a Roma e nel sistema finanziario. Ma per la pancia leghista questa è una mossa contro natura e elettoralmente non ha pagato.

Una parola decisiva su questo avranno il privilegio di dirla gli elettori milanesi al prossimo ballottaggio.

Tenere il piede in due staffe è insostenibile. Anche perché nell’entourage del senatur la confusione è massima e solo l’emergenza cela i dissapori. Aumentati dai «congressi nazionali» (cioè regionali) che si dovrebbero celebrare in estate-autunno. In Veneto, per esempio, la lotta Tosi-Zaia sull’asse Verona-Treviso è ormai all’arma bianca. E in Lombardia non va meglio. Molte candidature sconfitte sono state espresse da un’intesa Maroni-Calderoli contro il parere del «cerchio magico» bossiano. Anche quel conto, prima o poi, andrà saldato.

Berlusconi dal canto suo non ha ancora rotto il lutto post-elettorale. Una novità assoluta degli ultimi 17 anni. Di fatto ha congelato l’attività parlamentare e di governo al minimo indispensabile per non creare danni. Gli è andata male, e il governo è stato pluri-battuto alla camera. Del resto:  Scajola scalpita, Miccichè prepara il suo gruppo sudista, «falchi» e triumviri sono nel mirino di chiunque, i «responsabili» in rivolta, Mara Carfagna minaccia di votare con il Pd… in due giorni di tutto di più.

La coperta del Cavaliere non basta più a coprire il disastro. Nelle commissioni alla camera è il deserto dei Tartari. La parola d’ordine è rinviare: serve tempo. Anche l’amico di una vita, Fedele Confalonieri, lo striglia un po’: «Ha esagerato un po’ nel metterla sul piano nazionale», quasi «un referendum su di lui, e anche con toni un po’ eccessivi».

Il «grande comunicatore» compulsa sondaggi per capire se il suo ritorno nella campagna elettorale può servire alla causa o meno. Di certo, però, la settimana prossima il G8 francese lo terrà impegnato nei giorni immediatamente precedenti al silenzio elettorale. L’unica possibilità – a parte telefonate o apparizioni tv – è un comizio finale a Milano al fianco di Bossi. Il tema sarà affrontato oggi dopo il consiglio dei ministri nel primo faccia a faccia tra i due dalla «rottura libica» di fine aprile.

Un consiglio dei ministri, tra l’altro, convocato solo per discutere un decreto del federalismo fiscale caro alla Lega e a Tremonti, quello sulle sanzioni contro sindaci, presidenti di regione e provincia che sforano i conti. A parte concedere alla Lega l’argenteria di Palazzo Chigi, l’unica mossa plausibile del Cavaliere è disperata: tentare il riaggancio con i «moderati» di Casini. Ma dopo averli sbeffeggiati in lungo e in largo per tutta la campagna elettorale la missione è tanto spregiudicata quanto difficile. A meno che…

Qualcuno che lavora nell’ombra nel Pdl c’è. Ma non è chiaro per chi. Dopo aver promosso (e rimosso) Mario Draghi mandandolo alla Bce, Giulio Tremonti prepara un’altra mossa delle sue. La prossima settimana è pronto ad annunciare fondi straordinari per il Sud.

Il grimaldello è il via libero definitivo al decreto sul federalismo che riguarda i cosiddetti interventi speciali (in sostanza per il Mezzogiorno). Il Pd (che ieri ha votato la proroga a novembre di tutta la riforma federalista) aveva chiesto che il 5% del Pil fosse destinato proprio alla perequazione. Giorni fa, in bicameralina, Fitto e Tremonti hanno bocciato quella proposta grazie a una mediazione generica dell’Udc. Ora, dopo aver ottenuto come volevano il via libera al parere sul decreto, ripresenteranno quell’idea intestandola a nome del governo. La cifra è importante. Ma saranno “soldi veri”? Nisba: si tratta dei vecchi fondi Fas riverniciati come «fondi di coesione nazionale». Idea brillante per la fine della campagna elettorale.

dal manifesto del 19 maggio 2011