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Bossi spernacchia l’Udc e manda Silvio all’ospizio

La Lega puntella il governo almeno per un altro po’. Ma anche l’ultimo baluardo rimasto al Cavaliere non è dei più sicuri. Bossi punta a chiudere la partita sul fisco municipale concedendo a Calderoli e comuni inviperiti un’altra settimana di tempo per arrivare a una mediazione accettabile. Dopo di che dà la rotta a chi, nelle opposizioni, vede in lui e Tremonti i possibili artefici del «ribaltone».

Berlusconi non si dimetterà mai, dice ai cronisti perché il «terzo polo» intenda: «Sanno bene che quella roba lì non la fa. È inutile chiedere cose che non servono». Di più, quando si accenna alla proposta di Pd e Udc di concedere al Carroccio addirittura sei mesi in più per la delega sul federalismo (che scade a maggio) il senatur risponde con una sonora pernacchia in perfetto stile napoletano. Il ministro leghista non è nuovo a performance di questo tipo (a settembre spernacchiò pubblicamente chi gli chiedeva di Fini come presidente della camera).

Le speranze di un tradimento padano ne escono incenerite. La linea leghista è quella di sempre: se il federalismo va avanti, va avanti anche la legislatura, sennò liberi tutti e si torna al voto. Ufficialmente non trapela nessuno spiraglio per un nuovo governo senza Berlusconi. Ma certo l’imbarazzo leghista è quasi incontenibile. Mercoledì scorso Maroni ha detto in faccia a Berlusconi che si aspetta delle scuse per le critiche inaccettabili alla polizia sulle perquisizioni «indegne» e sui mancati «preavvisi» al governo (scrive il Corsera ieri non smentito). Stesso malumore espresso dall’ultra cattolico ex An Alfredo Mantovano (sottosegretario all’Interno) che è il primo esponente di governo a chiedere a Berlusconi di andare dai pm e chiarire la sua posizione.

Anche Bossi, pur difendendo il premier, («l’hanno controllato da tutte le parti ma mica è un mafioso»), ci mette il carico quando gli dà un consiglio pubblico e sfrontato: «Si vada un po’ a riposare da qualche parte. Qui ci pensiamo noi della Lega».
Insomma si va avanti tutti insieme ma non troppo. Perché alle camere la situazione è quella che è: se non ancora di sfascio come minimo di stallo assoluto.

Basterà l’aiuto del gruppo dei responsabili? «Non sono mica un mago», celia il senatur, da sempre sostenitore della realpolitik e dunque ultraconsapevole che quella mossa è pura propaganda e una strategia di sopravvivenza personale di un manipolo di sbandati di tutti i partiti. Tanto balorda che un politico di lungo corso come Calogero Mannino pur avendola caldeggiata si è guardato bene finora dall’entrarvi.

La marea di mugugni monta. Al punto che perfino una creatura di Berlusconi come il governatore della Sardegna Ugo Cappellacci dopo l’impugnazione in consiglio dei ministri di una legge regionale chiede in una lettera al premier di «nominare un ministro sardo»: un «segnale di impegno, di ricettività rispetto alle sollecitazioni che vengono dalla nostra isola». Se pure Cappellacci si mette a discutere sul «rimpasto» la maionese pidiellina è proprio impazzita.

Il manico berlusconiano non è più quello di un tempo. Ma l’opposizioni non sanno ancora bene come sfilarglielo. Il Pd lancia una raccolta di firme che Casini bolla subito come una «mossa propagandistica». Rintuzzata la manovra sul federalismo, il «terzo polo» ritira i pezzi dalla scacchiera e chiede a Fini di rinviare di una settimana anche l’altra partita, quella sulla sfiducia a Bondi (originariamente era tutto previsto in votazione il 26).

Per evitare un’altra sconfitta in aula, Udc e Fli prendono tempo con la scusa di una votazione in Consiglio d’Europa (il 27) contro le persecuzioni dei cristiani nel mondo. «Un argomento che impedirebbe ai deputati centristi che ricoprono ruoli importanti nel Consiglio di partecipare ad una votazione che sta a cuore a tutti gli italiani, non solo ai cattolici», scrive il vicecapogruppo dell’Udc Galletti. Si vedrà la settimana prossima nella capigruppo.

Berlusconi, sempre più isolato politicamente, resiste come può alla procura milanese. Come ovvio, Ghedini e Longo hanno ufficializzato ieri la scelta di non presentarsi all’interrogatorio. Una decisione legittima ma non rilevante per i pm, che depositeranno entro metà febbraio la richiesta di giudizio immediato per concussione e prostituzione minorile.
Il premier punta tutte le sue carte sulla campagna mediatica. In consiglio dei ministri ha sacramentato a lungo su «Annozero» e subito dopo è tornato di corsa a palazzo Grazioli, disertando perfino il funerale di stato del soldato morto in Afghanistan.

da www.ilmanifesto.it – uscito sul manifesto del 22 gennaio 2011