closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
in the cloud

Bossi e Silvio tra bombe, Drive in e sharia

Se di “guerra” si tratta, quella interna alla maggioranza tra Pdl e Lega dice tutto della crisi irreversibile della «Seconda Repubblica».

Non siamo ancora all’epilogo ma i lunghissimi titoli di coda stile star wars narrano di due anziani califfi come Bossi e Berlusconi ormai in balia dei propri clan, assediati da tribù ostili e manovre di palazzo. Due rais senza strategia che dicono schizofrenicamente tutto e il suo contrario su una questione dolorosa ma fin troppo frequente nel mondo post ’89 come la guerra (quella vera).

Ma anche la farsa stanca. Per risolvere la contesa nata sui bombardamenti in Libia perfino un ministro pirotecnico come Calderoli alza le mani: «Dopo il primo raid è tutto più difficile. L’ultima volta ho contribuito a mettere i caveat per arrivare a un parere favorevole. In questo momento, sinceramente, non mi viene in mente niente». Per nascondere il bluff o l’imbarazzo, le sfumature si sprecano: «La politica estera è una cosa, la missione in Libia un’altra, non ci sentiamo legati al programma su questo, anche perché non se ne era mai parlato».

Quando tra persone si parla di regole e non di relazioni, vuol dire che la situazione ha superato una soglia. Bossi nei suoi comizi modula i toni come un Craxi d’antan. Da un lato assicura di non voler far «saltare il governo», dall’altro avverte che se Berlusconi non «cambia idea» sulla svolta interventista «allora potrebbe capitare di tutto, noi non facciamo un passo indietro». Il pallino, dicono tutti sia nella Lega che nel Pdl, sta solo in mano al premier. I berlusconiani giurano che i due troveranno una «sintesi».

Ma l’altolà più serio il senatur alla fine lo lascia filtrare. E non riguarda certo la Libia, i Tornado o il petrolio. «A Milano corre Berlusconi, se si perde, perde Berlusconi», avverte Bossi.

Nella sfida in Padania, il Carroccio punta, anzi deve, superare il Pdl in termini di voti. Letizia Moratti è la linea del Piave per il premier. Il fusibile da far saltare per Bossi per mandare definitivamente in tilt il dominio berlusconiano ed essere ancora decisivo qualunque cosa accade domani.

Il Cavaliere lo sa. In questo caso tace per non alimentare le polemiche e già che c’è occupa tutto l’etere occupabile parlando di Wojtyla e di quanto erano amici e di come andrà tutto bene con i «5 milioni di pellegrini» che invaderanno Roma per la beatificazione del papa polacco. La disoccupazione giovanile schizza al 28%? Allora parliamo del biotestamento. Una linea clericale e baciapile che il premier sintetizza con una svolta inedita perfino per la Dc: «Il parlamento – dice al Gr1 – non dovrebbe mai varare nessuna legge contraria e negativa rispetto ai valori della tradizione cristiana». Ma cos’è, l’inventore del Drive In riscopre la sharia?

Qualcuno a fare il mercante di emendamenti ci prova ancora. Luciano Sardelli, capogruppo dei «responsabili», ha un’idea brillante: «Scriviamo una mozione di maggioranza che consenta i bombardamenti fino al 31 luglio». Evvai. Tanto poi si vede. Al momento Pdl e Lega non sanno come uscire dallo scontro frontale in cui si sono avviate. Sullo sfondo, il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto conferma ufficialmente, per la prima volta, che la missione in Libia finora è costata oltre 150 milioni di euro (missili esclusi). Due milioni al giorno che per tutto l’anno significano un altro mezzo miliardo da aggiungere al miliardo e mezzo già stanziato per le altre guerre in giro per il globo. Una cifra che Tremonti sta già pensando di tagliare a cominciare dal Libano. Certo, sempre se l’Italia avesse una politica estera ed europea in grado di sostenere un «ritiro» del genere.

In un quadro simile, l’inossidabile opposizione per una volta è granitica: «I civili di Bengasi vanno protetti. Se sono missili o bombe non importa». È questo il senso della mozione che il Pd voterà martedì alla camera. Bersani nega il ruolo di «stampella» a Berlusconi (il Def alla camera è passato grazie a 21 assenze strategiche nel Pd) ma rivendica per il suo partito il ruolo di «coagulante» tra progressisti e moderati. L’eterna non-scelta di Pds-Ds-Pd.

È più importante «verificare la maggioranza» (così dicono i democratici) che costruire un’alternativa in proprio. Ma c’è sempre qualcuno più centrista di te. E infatti arriva il paradosso di Roberto Rao, l’alter ego di Casini, che dice che l’Udc potrà votare sia la mozione del Pd che quella del Pdl purché stia con l’Onu e la Nato «senza se e senza ma». Poi, infine, forse più pazzi, forse più profeti, ci sono i finiani come Italo Bocchino. Che dopo aver perso tutto il 14 dicembre vedono nel fumo libico la nascita di una nuova maggioranza «destra-centro-sinistra» che espropri Lega, Di Pietro e berlusconiani e getti le basi di una oscura «Terza Repubblica». Buona notte. E buona fortuna.

dal manifesto del 30 aprile 2011