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Bossi e Berlusconi, dal Nord l’inizio della fine

In città e nelle valli sconfitta profonda di Pdl e Lega. Il referendum del Cavaliere è fallito. E il governo trema.

Una sconfitta è una sconfitta. Ma perdere voti in queste proporzioni – da Cagliari a Trieste – è un risultato storico. Simile a quello che capitò a D’Alema a palazzo Chigi nel 2000. Un lungo ciclo politico è finito lì dov’è nato. Perfino ad Arcore, comune brianzolo piccolo ma noto in tutto il mondo, Pdl e Lega sono costrette al ballottaggio e il Pd diventa il primo partito.

Mentre scriviamo i dati sono lungi dall’essere definitivi ma la sconfitta del centrodestra comincia da Nord ed è totale e senza ombre. Se il voto di 13 milioni di italiani doveva essere un referendum sul governo Berlusconi l’esito è inequivocabile: basta così.

A via dell’Umiltà, quartier generale del Pdl, sapevano da giorni che la sfida di Milano sarebbe stata in salita. Ma il vero punto di svolta in negativo, almeno secondo i sondaggi riservati circolati ai piani alti berlusconiani, è stata l’«idiozia» (così la definisce un alto dirigente del Pdl) di LetiziaMoratti sul passato remoto giudiziario di Giuliano Pisapia. Quello scivolone nel faccia a faccia con l’avvocato vendoliano ha segnato per la sindaca uscente l’inizio della fine.

Certo, a Milano e non solo l’esito finale è ancora aperto perché bisognerà attendere i prossimi ballottaggi. Ma già alle 17 la teoria dei «vasi comunicanti» tra Pdl e Lega (se perde il primo, cresce la seconda) è entrata in crisi. Neanche la strategia del «correre da soli» contro il Pdl ha salvato la Lega dalla Waterloo del centrodestra. L’effetto Berlusconi (in negativo) si rispecchia anche nei primi calcoli delle preferenze: le stime dicono che il premier raccoglierà appena 22-23mila voti, meno della metà di cinque anni fa. Ci ha messo la faccia e ha perso. Lui. Personalmente.

Anche Bossi resta chiuso a via Bellerio e il nervosismo parla più dimille parole. «Stupito», «nervoso», «irritato», lo descrive chi l’ha visto: il Carroccio perde consensi ovunque. Precipita di cinque punti a Milano rispetto al 2010 (quando aveva il 14,5%) e cala di sette nella marca trevigiana di Luca Zaia.

Assiste a un ecatombe perfino nei suoi feudi storici. Nel bergamasco perde Sant’Omobono Terme e conserva i sindaci che aveva a Caravaggio, Cologno al Serio e Palazzago perdendo però tra il 10 e il 14% dei voti. Nel bresciano va peggio: perde CastelMella e Ospitaletto. Malissimo anche nel varesotto: lascia Albizzate e probabilmente si andrà al ballottaggio anche a Varese, la città di Bobo Maroni.

Nomi di paesi magari piccoli, che però soltanto tutti insieme possono dare il quadro del falò di voti bruciato in pochi mesi dal senatur e dal Cavaliere.

Perfino nelle regioni in cui governano Zaia e Cota il potere logora chi ce l’ha. In Piemonte quasi sicuramente si andrà al ballottaggio a Novara (città vinta 5 anni fa col 61% dei voti), a Domodossola (espugnata col 59% nel 2006) e perfino nella provincia di Vercelli (che fu vinta col 67%).

A via dell’Umiltà e via Bellerio lo sconcerto è massimo. Radio Padania è muta. Il sito Web del comune di Gallarate con i risultati non entusiasmanti della leghista Bianchi Clerici si spegne misteriosamente verso le 21.

La prima testa a rotolare sarà quella di Ignazio La Russa, plenipotenziario milanese del Pdl inviso ormai anche al suo partito. Il ministro e coordinatore nazionale si è speso per il suo vice sindaco Riccardo De Corato e invece il leghista Salvini potrebbe scippargli la palma di più votato dopo re Silvio. Anche Roberto Lassini, l’uomo dei manifesti-scandalo sulle «Br in procura», sarebbe fuori da Palazzo Marino.

E’ il capolinea… di una linea. E la resa dei conti interna è già partita. Una scossa aMilano fa inevitabilmente vacillare le mura di Roma.

Claudio Scajola ricorda i fasti di quando il Pdl lo governava lui. «Serve una scossa», avverte l’exministro. L’attuale deus ex machina del partito, Denis Verdini, accusa il colpo: «Un risultato così non ce lo aspettavamo». Nel mirino i «falchi»: le Santanché, gli Stracquadanio. «La verità è che Berlusconi non basta più», si sfoga sulle agenzie un dirigente azzurro che preferisce restare anonimo.

Il mutismo di Bossi non nasconde nulla di buono. In altri tempi di fronte a un crollo simile il leader leghista avrebbe staccato la spina senza pensarci due volte. Ora, ovviamente, ci sono i ballottaggi e tocca lottare. Ma se vuole sfilarsi in tempo dalle macerie il Carroccio agirà in fretta e con criterio.

dal manifesto del 17 maggio 2011