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Big Hero 6: il Robo-Toon

Baymax - eroe di "Big Hero 6"

Baymax – eroe di “Big Hero 6”

A 30 anni da Terminator (celebrati l’altro giorno con James Cameron alla American Cinematheque) Hollywood metabolizza la crisi identitaria nel mezzo della terza rivoluzione tecnologica. L’effetto singularity è dilagante sugli schermi da Trasformers a Her e fotografa un immaginario pre e post apocalittico, sempre più stretto fra zombie e androidi. Nel mezzo arriva anche Big Hero 6 l’ultimo lungometraggio Disney di era Lasseter che rielabora l’archetipo del robot amico avvicinandosi alla grazia di precedent illustri come il Gigante di Ferro. A differenza di quel capolavoro di Bard Bird, Hero ha un DNA marchiato Marvel, adattato dal omonimo fumetto “anomalo” della casa Comix inglobata dalla Disney. Ma con Lasseter a fare da produttore esecutivo abbondano anche le derivazioni Pixar, quindi forti affinità con gli Incredibles ad esempio (più che col cliché fiabesco e lowbrow alla Frozen). Il sci-fi tecnofilo si svolge a “San Fransokyo” una San Francisco talmente esposta sul Pacific Rim da essersi ibridata con Tokyo – nell’architettura e nella popolazione. E’ anche un arcadia maker, capitale di una West Coast cooptata da Silicon Valley, in cui il 12enne Hiro pass ail tempo a smanettare sui suoi robot da combattimento fatti in casa. Suo fratello maggiore Tadashi invece studia al politecnico e convince il fratellino ad applicare il proprio genio nerd per maggior meritocratico profitto in vista dell’inevitabile startup. Senonchè il progetto di microrobotica di Hiro cade nelle mani sbagliate e ben presto il Golden Gate è minacciato dall’ennesimo Kaiju. Il cuore dell’avventura comunque è l’amicizia fra il ragazzo e il robot – un prototipo di androide-infermiere di silicone gonfiabile – Baymax – che a tratti è all’altezza, per mimica minimalista, del miglior robot Pixar: Wall-E. I registi, Don Hall e Chris Williams dimostrano un gusto per le gag giocate sul movimento, la fisicità e platsicità dei personaggi, specie il robot-bibendum che riesce con l’unico ausilio di due punti neri come occhi, a trasmettere ogni emozione. Un animazione primordiale che attinge alle origini – dalle Silly Symphonies a Tex Avery e che ci ha ridato fiducia nelle ultime leve della toon factory di Burbank, malgrado alla fine, anche in questo caso, vengano piegati alle regole del mercato dai geni del reparto marketing che impongono la formula action su quello che avrebbe potuto essere un perfetto cartoon. Un ultima buona notizia infine per gli appassionati è il corto che, almeno nelle sale USA, verrà proiettato prima di Big Hero 6. Feast , è opera del giovane talento esordiente Patrick Osborne che si è fatto le ossa come animatore su Bolt e Tangled prima di entrare nel workshop Disney per nuovi registi di short. Il suo delizioso corto è un racconto ad altezza di caviglia dal punto di vista di un cucciolo di Boston Terrier salvato dalla strada e rifocillato da uno scapolo mai inquadrato, a cui il cane renderà il favore con un assist romantico. Un omaggio a classici come Lilli e il Vagabondo che che abbina il meglio della tradizione all’innovazione e beneficia di uno splendido tratto grafico, dimostrando un inventiva che qualche anno fa a alla Disney sembrava in via di estinzione.

"Feast"

“Feast”