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Rovesci d'Arte

Biennale 54, mini-manuale anti-overdose

Ha un budget complessivo di tredici milioni, dato che la Biennale Arte si autofinanzia per un suo 87%. Il ministero elargisce solo 6 milioni e sono da utilizzare per tutti i settori, quindi una cifra davvero irrisoria. Nonostante questa premessa un po’ malinconica, la kermesse sta per partire – alla guida fra le Corderie, l’Arsenale e i Giardini – c’è Bice Curiger, curatrice svizzera formatasi alla scuola di Harald Szeemann. Ha scelto il titolo Illuminazioni per la sua mostra, uno «spleen» da 89 artisti provenienti da tutto il mondo, con una buona quota di giovani talenti e un’altra di concettuali doc, maestri dell’installazione e della trasfigurazione architettonica degli spazi. Intorno al principale evento – apertura al pubblico il 4 giugno, chiusura il 27 novembre – una miriade di mostre collaterali, un’abbuffata che ogni anno disorienta e fa girare la testa al visitatore. L’affollamento sembra anche maggiore rispetto alle scorse edizioni: palazzi storici, luoghi emergenti, non ufficiali, ufficialissimi, tutti concorrono al puzzle del contemporaneo. Un po’ troppo forse. Alla fine, dopo aver valutato la proposta di Curiger e aver fatto lo slalom fra i padiglioni nazionali (segnaliamo il Giappone con Tabaimo, gli Usa con la coppia Allora e Calzadilla che porterà in Biennale gli atleti olimpici, la Francia con Christian Boltanski, ma anche le new entry, come Bangladesh, Iraq e pure il padiglione dell’Egitto che all’inizio si pensava non potesse essere in Laguna) si può pescare nel «mucchio» e costruirsi un itinerario fai-da-te, cercando di evitare brutte sorprese e corse contro il tempo. Consigli spassionati: Schnabel al Correr, chi vuole, lo può saltare senza sensi di colpa. Invece soffermarsi a Punta della Dogana e anche a Palazzo Grassi per vedere l’allestimento delle collezioni può essere una buona idea. Così come «rifocillarsi» con Francis Bacon e le sue sette opere su carta esposte vicino alla Fenice, oppure con Marisa Merz alla Querini Stampalia, con Pascali e i «suoi» a palazzo Palazzo Bianchi Michiel o Pier Paolo Calzolari alla Ca’ Pesaro. Ma il pezzo forte in Laguna si preannuncia essere la rassegna «panarabica» ai Magazzini del Sale con una «flotta» di artisti che protetti dal titolo The Future of a Promise producono installazioni, performance, fotografia, video, scultura, pittura. Si incontrano qui, fra i tanti nomi, Ziad Abillama (Libano), Mona Hatoum (Libano), Yto Barrada (Marocco), Ayman Yossn Daydban (Palestina), Driss Ouadahi (Algeria), Emir Jacir (Palestina), Kader Attia (Algeria). Di mostre, nel mazzo, se ne possono capare ancora una infinità, rischiando la nausea da overdose… Lasciamo la sorpresa della scoperta al lettore. Buona fortuna agli infaticabili.

  • http://www.giorgio-biotti.de biotti giorgio

    Lasciamo perdere. Oppure impara l’arte e mettila da parte. Quale arte e da quale parte metterla? Povera e nuda vai filosofia….ma l’arte non è più vestita di quella ed è povera, non c’è dubbio, E chi paga tutto questo sciupio di materiale? di palazzi? di stanze? di effetti speciali? È un omaggio all’arte.
    Leonardo fatti da parte. Sei troppo pieno di te. Questo è il pozzo senza fondo dove vanno a finire tanti risparmi dei cittadini. Ma è interessante !! Sono progetti !!! Che cosa vuol dire “interessanti” che cosa la parola “progetto”?