closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
in the cloud

Bianco, rosso e… verdoni

Bianco, rosso e… verdoni. Il giorno dopo l’uscita di Roberto Calderoli contro le celebrazioni per l’unità d’Italia a In mezz’ora di Lucia Annunziata, il piccolo centro di Casini e Rutelli, il Fini «rosso» e il verde «padronale» di Luca di Montezemolo si uniscono in coro attorno alla riconciliazione nazionale contro l’estremismo padano. Un caso, forse, più che un disegno organico. Ma tre indizi somigliano tanto a una prova. Di un polo moderato post-berlusconiano che per dirla con Montezemolo alla Luiss «chiuda questa transizione e la chiuda adesso».

Nel giorno in cui si inseguono le voci sulle dimissioni di Scajola e Fini prova a strutturarsi sul territorio, i primi a dare fuoco alle polveri sono Carlo Calenda e Andrea Romano del think tank montezemolato «Italia futura». L’attacco al Carroccio è durissimo, come non si sentiva da anni: «E’ tempo di archiviare la benevolenza verso la strategia della Lega – affermano sul sito della fondazione i due politologi – è un partito che merita di essere trattato per quello che è: un’organizzazione ideologica che mira al governo del Nord contro il resto del paese e dunque alla rottura volontaria dell’unità nazionale». Di più: la Lega è «una versione nostrana del Fronte Nazionale di Le Pen», un partito «votato da 2.750.000 cittadini» che tiene in mano «il timone dell’agenda politica e di governo dell’intero paese». «Gli altri venti milioni e passa di italiani che non hanno votato Lega si trovano di fatto ostaggio – concludono i due – di un’organizzazione straordinariamente coesa e lucida nelle sue intenzioni che non trova alcun argine né a destra né a sinistra (corsivo nostro, ndr) dello schieramento politico».

Parole precise e non casuali. Che se non guardano a un piccolo cabotaggio centrista non possono essere lette in altro modo che come una scomposizione dei poli esistenti in un’orizzonte post-berlusconiano e post-leghista. E’ un obiettivo che Fini ha riconosciuto da tempo ma messo in pratica solo di recente. E un traguardo in sintonia «furbetta» con la scelta di Pier Casini di indicare proprio nel dominio leghista sul governo il primo ostacolo a un ritorno dei centristi nella casa berlusconiana.
Fini, Casini, Rutelli, Montezemolo… la squadra dei «perdenti» o la rosa dei «pretendenti» a palazzo Chigi?

Tutti e quattro lottano contro quelle che Montezemolo ha chiamato «leadership del declino», e cioè « leadership capaci di gestire la paura ma incapaci di mobilitare la speranza». Qualcuno di loro, forse, si troverà per qualche tempo a essere perfino il possibile «papa straniero» invocato da Repubblica per un Pd all’ultimo stadio.

Pier Casini alle 8 parla al Tg1 e liquida le liason con Fini come «tutte chiacchiere». Ma intanto ribadisce che entro l’anno nascerà «un nuovo partito, un partito della riconciliazione nazionale e dell’unità della nazione». Il leader Udc sottolinea anche che le riforme «bisogna farle», ma «bisogna che si passi dalle parole ai fatti». Il tempo non manca ma non è infinito. E’ ormai chiaro che le elezioni anticipate al 2012 e forse al 2011 sono inevitabili. E l’esito del voto passa inevitabilmente per l’approdo della piccola scialuppa centrista.

Prima di parlare dei vari «papi» però bisogna capire che ne pensano i cardinali. E la Cei di Angelo Bagnasco torna a farsi sentire a difesa dell’unità d’Italia e dunque, indirettamente, contro le derive indipendentiste della Lega. La prolusione del vescovo di Genova e capo dei vescovi difende il carattere unitario e perfino nazionale della chiesa italiana. Anzi, esaltando la figura di don Sturzo ne rivendica l’egemonia sulla Costituzione. «E’ evidente a tutti – dice Bagnasco – che la storia di questi 150 anni di unità politica d’Italia testimonia in modo inequivoco come, a condizione di una elevata tensione morale, anche nei momenti più difficili, certo non meno di quelli attuali, sia possibile perseguire e conseguire accordi che per lunghi periodi consentono una convivenza civile di grande qualità». Accordi, va da sé, che «non sono mai eticamente neutri» ma «patti di amicizia civile consapevolmente contratti e fondati su specifiche opzioni di valore». E’ sulle proprie discriminanti che i vescovi chiedono alla politica l’intesa.

Un proposito che cozza un po’ con il «nordismo» leghista e moltissimo con la «laicità» di Fini. Ma che inguaia parecchio i centristi di Casini, che nel 2008 Ruini (e Boffo) volevano alleati di Berlusconi e oggi nella rotta finiana troverebbero invece molte ragioni per rivendicare la scelta del terzo polo. Tutto si muove. Destra, centro e sinistra, per ora sembrano palline in un flipper. Per capire dove e chi andrà in buca basterà seguire i movimenti sulla legge elettorale.

(da www.ilmanifesto.it)