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Berlusconi vuole “resistere, resistere, resistere”

Prepariamoci al peggio. Già da stamattina Berlusconi inizierà (su Canale5) il suo tour de force mediatico (prima ancora che politico) anti-giudici.

Per una volta il premier Zelig sembra voler mantenere le sue promesse. Aveva detto che avrebbe ammorbato gli italiani con tutti i dettagli della sua persecuzione giudiziaria. E lo farà. Aveva detto che avrebbe continuato a racimolare puntelli parlamentari per andare avanti. E lo farà.

Secondo l’attivissimo Francesco Pionati «la prossima settimana il gruppo dei responsabili ci sarà e sfonderemo ampiamente il tetto dei 20 deputati. Vi sorprenderete di questi numeri, preparatevi a un lungo elenco», dice ai giornalisti dopo l’ennesimo vertice a palazzo Grazioli.

Per tutto il giorno Berlusconi è rimasto a casa sua. Accanto a lui il vero uomo macchina del Pdl, Denis Verdini, il ministro della Giustizia Alfano e i capigruppo parlamentari Cicchitto e Gasparri. Dopo la bocciatura del legittimo impedimento da parte della Consulta, il premier non ripete lo show di piazza dopo la bocciatura del lodo Alfano. Tantomeno Roma è blindata e col fiato sospeso come allora.

E’ tutto uno stanco già visto. La mediazione sulla sentenza il premier l’aveva già messa nel conto da un pezzo. Del resto i giudici avrebbero dovuto bocciare in un colpo solo sia la firma del capo dello stato che quella dell’attuale vicepresidente del Csm Vietti (autore dello scudo temporaneo).

Il peggio a cui prepararsi dunque non è chissà quale scatto da «caimano». Ma il continuo logorarsi di ogni tenuta istituzionale. Il Pdl, infatti, incassa volentieri «il bicchiere mezzo pieno» della sentenza. E cioè che il premier può essere salvaguardato da una norma ad hoc. Poi agirà mediaticamente per far bere il mezzo bicchiere restante ai magistrati sovversivi. Un doppio binario visibilissimo già nelle prime reazioni. Il ministro in bilico Sandro Bondi è il primo ad andare giù pesantissimo: «La Consulta ha stabilito la superiorità dell’ordine giudiziario rispetto a quello democratico, rimettendo nelle mani di un magistrato la decisione ultima in merito all’esercizio della responsabilità politica e istituzionale. Siamo di fronte al rovesciamento dei cardini non solo della nostra Costituzione, ma dei principi fondamentali di ogni ordine democratico». Ci si aspetterebbe che il placido ministro salisse in montagna a oliare i fucili. E invece da palazzo Grazioli danno l’ordine di alternare indignazione a cupo rispetto. «La decisione della Corte Costituzionale non avrà ripercussioni su un premier che per tre volte in tre anni è stato scelto dalla maggioranza degli italiani», spiega il portavoce del Pdl Daniele Capezzone. Sarà così: un’alternanza di botto e rimbrotto.

Perché molto altro Berlusconi non può fare. Dopo il 14 dicembre la prospettiva di un governo tecnico è tramontata (nel migliore dei casi rinviata all’autunno). E quindi o governa o torna al voto. Purtroppo per lui (e soprattutto per noi) non può fare facilmente nessuna delle due cose. Sta preparando il ritorno alle urne ma non è ancora pronto. Sta limando il nuovo simbolo, il Pdl (vedi il caso Roma) è una polveriera di odi tra ex An, antichi forzisti e pasdaran berlusconiani. I ministri tra di loro si accoltellerebbero volentieri (vedi casi Prestigiacomo, Carfagna, Galan, etc.) e nulla possono contro l’uomo forte della maggioranza che è Giulio Tremonti. Anche la Lega finché c’è il federalismo tira avanti. Non a caso quasi non ha più bisogno di parlare col premier ma preferisce trattare direttamente (tramite Calderoli) con Pd, enti locali e «terzo polo». Una navigazione solitaria sul federalismo che ha bisogno di altro po’ di tempo (tre mesi) per essere completata.

Berlusconi resta il presidente del consiglio ma più che lamentarsi e urlare contro la sorte non può fare. Deve, assolutamente, riattirare i riflettori su di sé. Marchionne glieli ha tolti pure troppo. La ricreazione è finita ma i suoi «ragazzi» non lo stanno più a sentire. E’ costretto ad alternare il volto di chi ha la situazione in pugno e ha sbaragliato gli avversari a quello di chi subisce le peggiori ingiustizie della storia.

Gli ex An sono uno sciame di colonnelli che deve ancora trovare un equilibrio dopo la liberazione dal giogo finiano. E gli ex forzisti assistono impotenti al muro di pretoriani che circonda la leadership berlusconiana. E’ sulla comunicazione (ma di cosa?) che il premier può ancora contare: giudici, comunisti, il repertorio è quello dal ’94. Ha deciso che ai 35 finiani ribelli preferisce i 19 «sbandati» guidati dall’ex sindaco di Colleferro Silvano Moffa, l’ex Udc Saverio Romano, il repubblicano anti-La Malfa Nucara, l’ex pastonista del Tg1 Pionati, l’ex leghista veltroniano Calearo. In tasca ha dodici poltrone di governo da offrire. Se la legislatura dura un altro anno un po’ di potere e di auto blu è un bel boccone per deputati in cerca d’autore. Ma di ministri-parlamentari ne ha già tanti e i numeri alla camera sono ancora ballerini.

Intanto cerca di rubare a Fini anche il decimo senatore. Così Fli a palazzo Madama sparirebbe. E dovrebbe raccogliere le firme in caso di ritorno alle urne. Fini ai banchetti per strada. Il sogno berlusconiano è quasi tutto qui.

da www.ilmanifesto.ituscito sul manifesto del 14 gennaio 2010