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Berlusconi vuole resistere, Bossi lo dà in pasto ai mercati

Tempo, tempo. Pdl e Lega hanno solo bisogno di tempo. Tra ministri e deputati non ce n’è uno disposto a scommettere che il governo arriverà al 2013. Sono le elezioni a primavera il vero nodo del contendere nella maggioranza. «Embé, che vuoi? Mica possiamo fare un governo tecnico», borbotta Umberto Bossi seppellendo così la suggestione di un governo Letta o Schifani appoggiato dal centrodestra ma aperto all’Udc.

Al di là della propaganda e della compravendita, il giocattolo politico che ha trionfato nel 2008 si è rotto con l’addio di Fini e non si può più aggiustare. Bossi e Berlusconi sono soli con le loro magagne.

Tra un borbottio, il solito insulto indegno ai giornalisti e uno sguardo obliquo, il senatur auspica le elezioni anticipate e rivela allo stesso tempo tutta la debolezza della presunta intransigenza leghista. Vorrebbero rompere da tempo – Bossi e Maroni – ma sono incerti e forse divisi sul come. Le pensioni, come la Libia, sono un terreno fertile per l’offensiva leghista.

Nel merito, Bossi la dice giusta: «Abbiamo un sistema pensionistico che è più a posto di quello francese e tedesco». La lettera della Bce «è una fucilata a Berlusconi. Chi fa quella roba lì è un italiano (Draghi, ndr)». L’analisi della Lega coincide con quella di Bersani, secondo cui, «in realtà l’Europa sta chiedendo un passo indietro» al Cavaliere, «il problema è la credibilità».

Le pensioni dunque c’entrano poco. Perché i conti fatti all’Economia dicono che nel 2020 il sistema pensionistico italiano sarà già il meno generoso d’Europa. E poi, la pensione di vecchiaia a 67 anni qui scatterà dal 2017 per gli autonomi e dal 2023 per i dipendenti, in Germania dal 2029. Anche sulle vituperate pensioni di anzianità la differenza con la Germania è di un solo anno: noi siamo a quota 97 (60 anni, 35 di contributi più 1 di «finestra»), la Germania a 98 (63 anni più 35). E’ probabile che sarà simile a questa la proposta che Berlusconi porterà a Bruxelles.

Oltre la Lega non va: «Le pensioni di anzianità non si toccano, altrimenti la gente ci prende a calci in culo» (Calderoli). «Se le portiamo a 67 anni ci ammazzano» (gli fa eco Bossi dimentico che l’hanno già fatto nella manovra di agosto).

Il Carroccio – in sintonia con Tremonti – pare dire no a tutto: pensioni, condoni e patrimoniale. Per questa assenza di strategia il rischio di crisi resta altissimo. Ma non c’è nessuno che abbia un’idea né per il dopo né per l’adesso. Se potesse, la Lega avrebbe fatto come sulla Libia, tirare al massimo senza rompere davvero.

Come nelle tragedie greche, è il deus ex machina a sciogliere un intreccio senza via d’uscita. E in questo caso sono le borse, l’Europa, la Bce e gli altri governi.

Se fosse per loro Pd, Udc e anche la Lega, sarebbero pronti ad andare al voto anticipato. I primi per cercare il governo, la seconda per provare a «cannibalizzare» il fallimento del Pdl senza Berlusconi. Ma ad oggi nessuno ha la garanzia reale che un eventuale esecutivo balneare-natalizio non tocchi anche la legge elettorale. O che sgombri il campo a richiesta, giusto il tempo necessario per fare liste e coalizioni e aprire le urne. Perciò serve tempo. Quello che tutti, da Napolitano a Confindustria e sindacati, da Bruxelles a Parigi e Berlino, dicono essere «scaduto».

Lo scontro italiano si sposta oggi in Belgio, con la doppia e ingombrante presenza del premier e di Napolitano. Il Cavaliere parte da solo, senza nessun incoraggiamento né sostegno in patria e senza che l’opposizione gli faccia da stampella.

Per preparare l’incontro della vita, a Palazzo Grazioli si tratta nella notte. «Vediamo cosa dice l’Europa», avverte Bossi sinistro prima di entrare. Come se il verdetto finale spetti ad altri e la Lega la spina l’avesse già staccata. La crisi più che un’eventualità è una certezza. Ma quando?

dal manifesto del 26 ottobre 2011