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Berlusconi, il Pdl “no Fli zone” e la paura del voto

Allarme rosso nel partitone berlusconiano. Tutti in fila a palazzo Grazioli: il 15 aprile si chiudono le liste. Dopo Mantovano e La Russa anche Cicchitto nel tritacarne. L’ex ministro Scajola segue le orme di Fini. Il premier lancia l’urlo di Prodi: «State uniti».

Dopo il caos e gli insulti, nel Pdl arrivano anche le botte. Metaforiche, si intende. Perché di ora in ora la crisi del Pdl si aggrava sempre di più. E visti gli incidenti degli ultimi giorni, rischia di trascinare con sé anche il governo. «Unità, basta divisioni», ripete Berlusconi come faceva Prodi in mezzo alla tempesta.
Il Pdl deve essere una «no-Fli zone», dichiara Gaetano Quagliariello: ovvero le correnti vanno bombardate, perché rischiano di terremotare il partito. «Ci sono tutte le condizioni per arrivare alla scadenza della legislatura», aggiunge Cicchitto. Se si sente così tanto il bisogno di ribadirlo vuol dire che è vero il contrario.

Dopo le consultazioni al Quirinale Pd, Udc e Idv sono sicuri: «In queste condizioni si torna a votare». Se il governo non governa ma deve correre alla camera per votare perfino un verbale di seduta siamo vicini a un definitivo e catastrofico cedimento strutturale.

La cronaca delle ultime ore è un bollettino di guerra per il Cavaliere. Nel mirino del premier non solo La Russa, ma anche Cicchitto e i capigruppo alla camera Corsaro e Baldelli, colpevoli di aver affossato in poche ore la manovra avvolgente del ministro Alfano sulla giustizia. Quel blitz è andato in fumo. Rallentando la corsa al «delfinato» del giovane guardasigilli siciliano.

E’ noto pure ai sassi che – con Fini e Tremonti impegnati in altre partite – Alfano avrebbe raccolto un bel dividendo per aver portato al premier pluri-imputato la somma di ogni scudo giudiziario possibile immaginabile. La stizza con cui il ministro di Agrigento ha mancato il voto alla camera è il sigillo che su «processo breve» e Ruby si gioca la partita della vita.

Invidie, voglia di protagonismo, timori. Il gruppo azzurro è una ciurma in rivolta. Da cui trapelano voci incontrollate e interessate di prossime «purghe». Cicchitto potrebbe andare al governo (alle politiche Ue) ed essere sostituito al vertice del gruppo. «Tutti ormai chiedono a Berlusconi di mettere mano al partito ma in questa situazione non può cambiare nulla, se tocchi uno e lo sposti da un’altra parte crolla davvero tutto», racconta sconsolato un ex An.

I triumviri scricchiolano e la balcanizzazione del Pdl non si può sanare con la retorica dell’unità quando le priorità di ognuno sono schiacciate su quelle del capo. Il nucleo storico ex forzista è ormai dilaniato. Il gruppo dei Martino, Pisanu, Urbani e Pera è ai margini da tempo. Poi si è sfilato il siciliano Miccichè, poi i ministri di «Liberamente» (Frattini e Gelmini su tutti), poi Scajola. Un’eruzione che non risparmia la vecchia An, quasi tutta abbarbicata attorno a un La Russa non in stato di grazia e orfana di Mantovano al governo, capofila nazionale dell’area di Alemanno.

Divisioni rese più abrasive dalla calata dei barbari «responsabili» in cerca di mercede e dalla chiusura, entro il 15 aprile, di liste e candidature per le amministrative.

Il problema di Berlusconi è che Gianfranco Fini aveva ragione, prima di infilare la porta. Regole, tessere, poltrone, deleghe, sono essenziali per un partito. La teoria «carismatica» del capo che tutto vede, tutto sa e tutto può, soprattutto quando ha 75 anni e diversi processi sul collo, è un’invenzione che non congela la realtà.

Il «caso Scajola», soprattutto, rivela una dinamica identica a quella che portò all’espulsione di Fini un anno fa.

L’ex ministro chiede un ruolo interno al partito che gli viene negato. Prova a trattare in privato con le buone e non funziona. Appena scoppia il caso La Russa parte una mezza raccolta di firme che però viene stoppata (lo stesso fece fare Fini a Bocchino nel 2009). Un avvertimento a cui seguono generiche dichiarazioni sulla debolezza del partito, l’assenza di regole e di tessere sul territorio, su chi decide i posti che contano (a Roma e non solo). Si rafforzano le fondazioni (Fare futuro e Cristoforo Colombo). E poi uno slogan: «Non moriremo fascisti», ha detto l’ex divo Claudio ai suoi. Un grido di battaglia speculare al «non moriremo berlusconiani» dei finiani della prima ora. E’ possibile che Scajola non uscirà dal Pdl tra pochi mesi come accadde a Fini. Certo è che il Giornale, a firma Sallusti, non è tenero con l’ex ministro.

Si è detto tante volte che Berlusconi fosse arrivato alla fine. Anche stavolta forse non sarà così. Però tra molte somiglianze non mancano le differenze.

Il 10 aprile i parlamentari avranno diritto alla pensione. Soprattutto, la Lega oggi ha ottenuto il federalismo, come faceva notare a tutta pagina in solitaria la Padania di ieri esultando per l’approvazione del fisco regionale.

In autunno tutto è possibile. Finora non si è mai votato per via della finanziaria. Ma con le nuove regole adesso si fa a luglio. E in quella partita l’arbitro sarà Tremonti, uno che di scontenti intorno ne ha già a bizzeffe. In molti, non solo nell’opposizione, pensano che sia meglio staccare la spina.

Per Berlusconi la partita immediata – processi a parte – sono le amministrative di maggio. Se perde, le scosse potrebbero diventare incontrollabili. Non è un caso che ieri abbia deciso di essere ancora una volta il capolista al comune di Milano. La strada è in salita. E’ costretto a pedalare sempre più forte se non vuole cadere. Ma potrebbe anche scoprire di aver fatto tanto strada per ritrovarsi al punto di partenza.

dal manifesto del 2 aprile 2011