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Berlusconi: niente bombe su Gheddafi

Le chiacchierate notturne con i giornalisti stranieri non bastano più. Completamente tagliato fuori dall’asse sempre più evidente tra Usa, Gb e Francia sulla Libia, Berlusconi punta i piedi e in consiglio dei ministri sposa senza esitazione la linea isolazionista del Carroccio.

L’Italia non bombarderà la Libia con nuovi aerei da combattimento e non fornirà armi ai ribelli del Consiglio di Bengasi. «Facciamo già abbastanza – sentenzia Berlusconi a Palazzo Chigi – considerata la nostra posizione geografica e il nostro passato coloniale non possiamo partecipare ai bombardamenti, un nostro maggiore impegno diretto sarebbe incomprensibile, restiamo in linea con la risoluzione Onu e daremo comunque il massimo appoggio con le nostre basi».

Il premier assicura al resto del governo che questa posizione «è stata capita e apprezzata dagli alleati». Quelli internazionali ma soprattutto quelli domestici. «Abbiamo condiviso e sostenuto, anche perché era la nostra, la posizione del presidente del consiglio di non estendere oltre il nostro intervento in Libia», dichiara Calderoli soddisfatto dopo la riunione.

Una decisione comunque sofferta. La Russa ha rappresentato al governo la richiesta di bombardieri da parte della Nato come fu fatto in Kosovo. Un cambiamento, secondo il ministro della Difesa, che non avrebbe nemmeno avuto bisogno della conta tra Lega e Pdl in parlamento perché formalmente già autorizzato dalle camere.
Il niet del premier e del Carroccio è stato irremovibile. Così La Russa si è presentato tutto solo ai giornalisti in sala stampa dicendo che la posizione che riferirà al capo del Pentagono Robert Gates nel loro prossimo incontro è inequivocabile: «Non useremo nuovi Tornado con le bombe né utilizzeremo in maniera diversa o con altro armamento gli aerei finora messi a disposizione».

Diversamente dai piani elaborati a Washington, Parigi e Londra, l’Italia non fornirà nemmeno armi ai ribelli del Cnt. Secondo la Farnesina non daremo mezzi «né offensivi né letali» ma solo tecnologie di comunicazione, strumenti di intelligence e sistemi satellitari.

Il premier ha anche annunciato ad alcuni ministri che il numero delle missioni militari all’estero e dei contingenti andranno rivisti. Sia per il costo economico abnorme e sproporzionato per il nostro paese sia perché la Lega chiede un maggiore impegno della Marina nel pattugliamento delle coste contro l’immigrazione. Tra gli indiziati dei tagli maggiori c’è la missione Unifil in Libano, che ha 1.780 soldati in campo.

Le missioni militari all’estero costano 4.167.403 euro al giorno. Con un voto quasi unanime (a eccezione dell’Idv), il parlamento ha appena votato il rifinanziamento fino al 30 giugno delle 14 missioni principali: 7.155 gli uomini impegnati contemporaneamente con un costo annuale che supera il miliardo e mezzo di euro. Quasi tredici volte il budget totale per i dottorati di ricerca che è di appena 120 milioni.

Contro il ridimensionamento delle missioni si schierano subito sia l’Udc che Fli. Casini è drastico: «Pensare oggi, mentre l’Italia è in grave crisi di credibilità internazionale, di ridimensionare la nostra presenza nelle missioni di pace significa fare un atto di autentico harakiri politico. Queste missioni – insiste il leader centrista – rappresentano l’unico biglietto da visita serio del nostro paese nel mondo. Mi auguro che il governo non commetta questo errore compiendo l’ennesimo tributo alla demagogia e all’improvvisazione».

Sulla stessa linea i finiani, mentre il Pd chiede timidamente un dibattito in parlamento. «Voglio sperare che Berlusconi si renda conto che non si può sollevare in modo così episodico il tema delle missioni all’estero – dice il capogruppo in commissione Esteri Francesco Tempestini – tanto meno con l’intenzione di fare cassa. C’è senz’altro bisogno di una riflessione in parlamento tesa a dare coerenza alla nostra politica estera. Noi la chiediamo da tempo ma il governo non si è mai impegnato». Mentre Massimo Rossi, portavoce della Federazione Prc-Pdci, chiede al governo di avviare un’iniziativa diplomatica all’Onu sul Mediterraneo e di sospendere le missioni italiane sulla Libia.

In visita di stato a Bratislava, Giorgio Napolitano critica pur senza citarla direttamente la svolta leghista di Berlusconi. Secondo il presidente della Repubblica le missioni militari «contribuiscono alla pace e ai diritti umani nel mondo»: «Non illudiamoci di fare dei nostri confini una fortezza inespugnabile, oggi le minacce e il contagio dell’instabilità non si arrestano ai vecchi confini».

dal manifesto del 16 aprile 2011