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Berlusconi e Tremonti, un Milanese per due

Domani il voto della camera sul braccio destro di Tremonti. Il governo rischia tutto: quota 316 è lontana. La Russa smentisce il corteo anti-pm. Napolitano a Bossi: «Secessione fuori dalla storia»

La «debolezza politica è dovuta al fatto che il governo con la maggioranza numerica non è in grado di reggere i pesi dei problemi che incombono e il Parlamento non è in grado di cambiare il governo. Di qui l’enormità del problema politico italiano». Il romanzo kafkiano dipinto da Beppe Pisanu si può tradurre così: Berlusconi è prigioniero della sua maggioranza (che gli consente di fare poco o nulla) e la sua maggioranza è prigioniera di Berlusconi (non può sostituirlo senza autodistruggersi). In altre parole, conclude l’ex ministro dell’Interno del Pdl, «si è stabilito un intreccio perverso tra la crisi economica e la crisi politica: l’una alimenta l’altra».

Detto ancora più chiaramente, non si può sostituire Berlusconi senza toccare anche Tremonti. Colpendo di rimbalzo anche l’unico vero «cuscinetto» tra i due rappresentato da Bossi. Bisognerebbe cambiare tre leader in un colpo solo. Un crollo paragonabile solo a quello del «Caf» dopo Tangentopoli.

Silvio Berlusconi tace e resta chiuso ad Arcore. Com’è noto, ha disertato l’assemblea generale dell’Onu a New York su Libia e Palestina per dedicarsi alle vicende domestiche. Dal suo punto di vista, finché ha la maggioranza alle camere, questa «stabile instabilità» può anche prolungarsi all’infinito. E poco importa che alla vigilia della votazione sull’arresto del braccio destro di Tremonti Marco Milanese, il governo venga battuto cinque volte alla camera. E sia stoppato in tempo reale dal Quirinale su un decreto lampo per la crescita da varare al consiglio dei ministri di giovedì. Un testo che in queste condizioni come minimo caotiche sarebbe poco più che «maquillage».

Venerdì e sabato Tremonti volerà a Washington, dove per la prima volta nella storia, le ex colonie potrebbero «salvare» gli antichi padroni europei. E’ all’interno del Fondo monetario, infatti, che i cosiddetti «Bric» (Brasile, Russia, India e Cina) metteranno sul tavolo 340 miliardi di dollari da investire nella disastrata Europa. Una somma che per il ministro delle Finanze brasiliano Guido Mantega potrebbe addirittura arrivare fino a 840 miliardi.

E’ di fronte a questo livello di problemi, che la maggioranza prova a serrare i ranghi. Lamberto Dini (oggi nel Pdl) si riscopre riserva della Repubblica e detta un programma di governo perfetto per gli anni ’90. «Massiccio programma» di privatizzazioni: municipalizzate, immobili, società finanziarie, BancoPosta e due canali Rai più l’abolizione secca delle pensioni di anzianità. Su chi deve adottare questo programma ultraliberista Dini non ha dubbi: «C’è un governo che ha la maggioranza ed è questo governo che deve agire, si può fare in un anno, un anno e mezzo». Niente primi ministri tecnici, dunque. Al massimo un nuovo ministro dell’Economia al posto di Tremonti.

Cartina di tornasole dei vecchi e nuovi equilibri è il voto segreto su Milanese. La Lega ha rimandato da ieri a oggi la riunione con Bossi del gruppo alla camera. Ufficialmente, sia Roberto Maroni che il capogruppo uscente Reguzzoni dicono che quello che deciderà il senatur si farà poi in aula. Ma nel segreto dell’urna tutto è possibile.

Per Milanese, in effetti, i problemi maggiori potrebbero venire più dai malpancisti del Pdl che dal Carroccio. La maggioranza balla. Lo stesso Tremonti quel giorno potrebbe essere già in volo. E con Papa in carcere quota 316 è impossibile da raggiungere. Senza contare che alemanniani, scajoliani e frondisti potrebbero cogliere al volo l’occasione per dimostrare al governo che della loro opinione bisogna tenere conto. Segnale importante, il salernitano Gerardo Soglia che nelle prossime ore potrebbe passare dal Pdl a Fli, facendo mancare un altro voto al centrodestra.

Anche un vecchio cavallo di battaglia del premier come la grande manifestazione popolare anti-pm sembra più un segnale di disperazione che una strada realmente perseguibile. A via del’Umiltà, con l’aria che tira e i sondaggi in picchiata, non sembra ci sia la fila a immolarsi per il premier. Non a caso, lo stesso Ignazio La Russa parla di un’idea che «non è mai stata esaminata in sede politica dal Pdl».

Domani per la maggioranza è un giorno cardine e la situazione è ancora molto fluida. Anche il Quirinale prova a vederci chiaro e ieri ha ricevuto separatamente sia Maroni che i capigruppo del Pdl Cicchitto e Gasparri.

dal manifesto del 21 settembre 2011