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Antiviolenza

Batti e ribatti sul post #Paestum

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C’è un forbito dibattito intorno a quello che è successo a Paestum quest’anno. C’è chi fa finta di nulla, chi cerca di ripristinare i confini abbattuti, chi dà addosso alle Femministe nove (F9) per la “presa della Bastiglia” quando sono salite sul palco, chi ribadisce che l’autocoscienza ci porterà alla liberazione totale, e chi invece accetta di dialogare con un diverso modo di sentire e un differente modo di procedere, al di là dei dati anagrafici. E la sollecitazione a scrivere qui e oggi, mi viene proprio da uno degli interventi più lucidi in questo senso, ovvero quello di Pina Mandolfo sul blog di Paestum (riportata integralmente in fondo), di cui apprezzo la schiettezza e il coraggio. D’altronde non è certo colpa delle più giovani ma neanche delle “medie” (come siamo state ribattezzate), se la realtà che ci si ripropone davanti è quella di una potente controffensiva di un potere patriarcale mai distrutto e con il sapore di scenari passati. E non è responsabilità nostra se chi ci dice che oggi dobbiamo ancora “stare ferme” in una stanza a confrontarci sul nostro “sentire”, ha in parte fallito (almeno come pratica unica e prevalente), dato che proprio la realtà e le condizioni di vita materiali delle donne oggi, ora, adesso, sono quelle che sono in Italia e nel mondo. Per questo, e per la decisione profonda di affermare il desiderio e il diritto a un mondo diverso, che la risposta dell’azione politica allo “stato delle cose” attuale, non è dettata dall’angoscia o da problemi esistenziali ma da una ratio lucida e spietata, determinata a una scelta coraggiosa e forse inevitabile: quella di combattere in prima linea, alzando la voce non dentro casa o in luoghi chiusi, ma fuori, pubblicamente e con forza.

Corpi usati, stracciati, strumentalizzati, fatti a pezzi, tutti e indistintamente: giovani, vecchie, medie, ragazze e bambine, storie di vita agghiaccianti, fuori dalla comprensione umana che si consumano ogni istante in una qualsiasi parte del mondo sul corpo di una donna. Ora, adesso, e in nome di quella discriminazione che sostenuta culturalmente diventa pratica su ogni circostanza di vita di una donna. Ma se la discriminazione è il marchio pressato a fuoco sulla pelle di chi nasce femmina, e se questo marchio te lo porti addosso finché campi, bello, grande, stampato sulla faccia, la via d’uscita qual è se non fermare la mano che imprime quel marchio? Eppure bisogna essere consapevoli che avere questo marchio in faccia fa di te una schiava. E allora si potrebbe pensare a un intreccio, a un sostegno tra pratiche di autocoscienza e pratiche politiche “esterne”, in cui l’una non esclude l’altra, e in cui ogni forma di lotta viene inclusa per dare l’avvio a un fronte femminista grande, forte e implacabile contro il potere maschile. Un vero soggetto politico che sappia dire e incidere sulla realtà. Che sappia cambiare davvero il modo di pensare, con una consapevolezza che permetta di rintracciare stereotipi nascosti nelle pieghe profonde della società e così tanto radicati da risultare quasi invisibili. Stereotipi che sono parte integrante del nostro modo di vivere, e che pongono uomini e donne su piani di superiorità e subalternità in base al sesso, e senza alcuna altra motivazione, condizionando pesantemente le relazioni umane e la vita. Ruoli definiti, stereotipati, che sono l’humus su cui proliferano la discriminazione e la violenza sulla donne. Una discriminazione che è già una forma di violenza perché riduce noi tutte a oggetto da conquistare, possedere, controllare, ed eventualmente sopprimere. Una condizione che ci accomuna nelle diverse consapevolezze e che è terreno per tutte le forme di lotta, perché ognuna di noi ha bisogno dell’altra, soprattutto se è contro questo potere e desidera una trasformazione dell’esistente.

Allora ci vuole elasticità, apertura, capacità reale di ascolto e soprattutto tanta pazienza. Prendere il meglio di quello che c’è stato prima, pensando però anche a qualcosa di nuovo, e avviando un dialogo reale, senza steccati o pregiudizi: “questo si fa, questo invece non si fa”. Altrimenti di quale libertà parliamo? E’ invece, credo, partendo da obiettivi comuni e dalla capacità di accogliere davvero le differenze, che potrà avvenire quel riconoscimento di autorevolezza non formale ma reale, sentita, vera, da parte di chi ha lottato prima di noi. Un riconoscimento, però, che deve essere reciproco. 

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  • (da http://paestum2012.wordpress.com/)

Una Risposta a “19 ottobre: Dopo Paestum alla Libreria delle donne di Milano”

di Pina Mandolfo

Mie care, fatemi essere drastica. Da Paestum 2013 mi sono portata a casa, nel mio lavoro, nella mia città, la delusione di quella che mi è sembrata un’altra occasione perduta. Per non dire dell’inutile diatriba tra femministe dell’ultima ora e storiche, che ha riempito il dibattito. Diatriba che si è spostata, a tratti con un livore malsano, nel folto gruppo su “Democrazia, autogoverno e istituzioni delle donne”. Cosa dire della frustrazione di molte, tra quelle che si erano iscritte, che fino alla fine abbiamo, inutilmente, sperato e tentato senza esito, che il battibeccare di poche donne “autorevoli”, che nulla aveva a che fare con diritti e cittadinanza, ritornasse nel suo alveo?

Io oggi penso, e non sono la sola che: ”L’illusione del femminismo sia stata quella che ciascuno di noi, individualmente o a piccoli gruppi, avrebbe cambiato la realtà. Ma non abbiamo mai immaginato, né lavorato per costruire un modello di società, di stato o di partito veramente alternativi a quelli esistenti. Soprattutto non ci si è misurate con il potere considerandolo un tabù. Tra ragionamenti sofisticati e divisioni, pur con la nostra libertà individuale, oggi siamo soggetti politici solitari e impotenti”.

Bene, ribadisco quello che ho scritto pensando a Paestum. Forse ancora una volta parliamo ossessivamente delle stesse cose senza pensare che sia giunto il tempo di confrontarci e proporre strategie possibili per un cammino verso una reale libertà femminile. A che serve decantare la libertà senza pensare ai modi di guadagnarla? Mentre noi ancora parliamo da decenni delle stesse cose, oggi, in un’epoca di grande restaurazione, chi si occuperà dell’inarrestabile oltraggio simbolico che colpisce il genere femminile? Del fatto che i nostri figli non portano il nostro cognome? Del mancato riconoscimento che il corpo femminile appartiene alle donna? Che il lavoro di cura non è un obbligo di natura? Che la lingua e i linguaggi negano l’esistenza delle donne? Che i canoni culturali e didattici legittimano la creatività maschile? Che il corpo femminile è inviolabile? Che i nomi delle strade valorizzano solo gli uomini? Che i corpi delle donne come il mondo intero sono uno scenario di guerra perché luogo di scambio e di possesso maschile? Delle oscenità che la pubblicità riesce ad immaginare usando i corpi delle donne? Chi imporrà la pace in quella guerra tra i sessi che ha luogo nelle case, in seno alle famiglie, nelle relazioni sentimentali, in quei luoghi nei quali da millenni le donne immaginano di essere al sicuro?

Io credo che solo quando noi, le nostre figlie e i nostri figli, la nostra vicina di casa e suo marito, il nostro caporedattore e la sua segretaria, la donna che fa la spesa al supermercato o che si occupa dei nostri anziani genitori, la bambina che viene indottrinata dalla sua maestra, e tutti gli uomini autoimposti là dove si “comanda”, si troveranno di fronte ad una rappresentanza equa dell’autorità, anzi del potere – che nomino senza rischiare di sporcarmi la lingua – quando vedremo scorrere le immagini di tante donne sui banchi della politica, un numero di donne pari se non oltre alla guida delle istituzioni, delle multinazionali, della finanza, dei partiti, quando i nostri figli e le nostre figlie porteranno il nostro cognome, quando leggeremo per le strade delle nostre città i nomi delle donne taciute dalla storia. Quando tutti e tutte nomineranno le donne nei discorsi privati, istituzionali, e didattici, quando i canoni letterari faranno posto alle donne solo allora avremo la coscienza che possiamo prendere in mano il mondo e starci dentro come soggetti liberi.

Pensavo che a Paestum, questa volta, fosse indifferibile pensare ad azioni, proposte, strategie “eversive” formulate a gran forza, per guadagnare una vera libertà femminile e infrangere uno schema simbolico arcaico e misogino.

Ma mi sbagliavo.