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Nuvoletta rossa

“Batman v Superman”: la continuazione di “Watchmen” con altri mezzi

Ma possono davvero litigare, quei due lì?

Certo che possono. Lo impongono le regole del nuovo cinema di mazzate, ormai settato su una rigorosa dieta di quattro-cinque super-film all’anno. Lo impone una vulgata fumettistica che riporta al misconosciuto Le origini del team Batman-Superman (1958), passando per il tetro Dark Knight di Frank Miller (1986), e successive rivincite più o meno commerciali, da Una morte in famiglia (1989), a Hush (2002) fino a Superman: Red Son (2003) e Batman: gioco finale (2014). Lo impone, soprattutto, la scelta strategica di differenziare i cinefumetti Warner/DC dal tono scanzonato e compagnone dei film Marvel Studios, con il sogno di innescare franchise all’altezza di Batman Begins dopo i troppi fiaschi accumulati negli ultimi anni. E sì, potrebbe essere curioso tornare a leggere queste righe a maggio, dopo l’uscita di Captain America-Civil War, pronta risposta apocalittica e Dark della Casa del Topo a un Team-Up più volte annunciato e rimandato. Nel frattempo, Batman v Superman piomba sugli schermi di inizio primavera carico della responsabilità epocale di cancellare il ricordo dei Batman definitivi di Christopher Nolan, recuperare i 400 milioni di dollari investiti fra produzione e marketing e mettere la sordina a tutti i detrattori che dall’annuncio della pellicola nell’estate 2013 alle critiche delle ultime ore hanno sparato a palle incatenate contro un’impresa giudicata impossibile.

La locandina del film

La locandina del film

Poteva davvero riuscire, il colpo?

Difficile, dopo il mezzo passo falso di L’Uomo d’Acciaio, roccioso reboot di Superman arrivato in sala trentatré mesi fa. Invece, a sorpresa, questo Batman v Superman è un giro di giostra più che discreto. Messo graziosamente all’angolo lo sceneggiatore David Goyer, massimo responsabile degli scivoloni anticlimatici di The Man of Steel e peggior complice possibile per un regista dotatissimo in quanto a senso dell’inquadratura e dell’azione ma incapace di sottigliezze come Snyder, la produzione ha affidato la gestione dei colpi di scena e dei dilemmi di prammatica allo story-man Chris Terrio (Argo). Il resto del film poggia sulle spalle poderose degli eroi di Kane & Finger, Siegel & Shuster (e Marston, e Kirby, e Miller, e Jurgens, e Johns, e Loeb, e, e, e…) nonché su valori produttivi d’eccezione, che trovano un limite solo nella durata e in animazioni digitali non sempre eccelse. È comunque una scala narrativa e visiva degna dello standard IMAX ma in grado di magnarsi a colazione il 90% dei tableaux vivants ammirati in tanti recenti actioner che fa di questo spettacolone di due ore e trentatré un film commerciale non privo di ambizioni epiche, un duello/triello iperviolento, uggioso e indubbiamente troppo viscerale per le anime candide, ma su misura per chi ambisce a qualcosa in più rispetto alla media dei multiplex.

Il punto, in fondo, è tutto qui: nell’impossibilità di battere i Marvel Studios sul piano dell’offerta, la Warner ha puntato tutto sul piano dell’immane e dell’immanente, realizzando pienamente sul grande schermo la vocazione più iconica e larger than life dei fumetti DC. Rispetto ai super-eroi dai super-problemi di Stan Lee, premiati dall’identifìcazione dello spettatore medio con le rogne dei titular characters, qui la partecipazione si sposta sul piano voyeuristico del più grande spettacolo di gladiatori della storia evocato nella trama. in questo senso, il trompe-l’oeil non può che essere colossale, funzionale a una morale da fine di mondo e a un approccio in quattro atti da cinema classico. Muscoli statuari e mantelli da peplum, dunque, con Ben Affleck e Henry Cavill nel ruolo di redivivi Steve Reeves, l’israeliana Gal Gadot nei panni dell’amazzone e attori di vaglia nelle parti di contorno come quella del cattivo Luthor, un Jesse Eisenberg molto caricaturale e a tratti molto in palla. E lungo l’escalation dell’azione, decisamente più articolata di quanto non suggerissero i trailer, provocazioni sul ruolo dell’eroe in un mondo che ogni giorno di più si dimostra esposto ai danni collaterali, sull’irrealizzabilità dell’utopia, sull’esistenza (sovr)umana come maschera tragica e per nulla fumettosa. In questo senso, più che il brutto film precedente, Batman v Superman ricorda il Watchmen realizzato da Snyder nel 2009 a partire dall’irripetibile miniserie firmata negli Anni 80 da Alan Moore e Dave Gibbons. Cinema totalitario e totalizzante, fracassone, messianico, mai consolatorio. Non adatto ai bambini, certo. Ma dopotutto, non di soli colori primari vive l’uomo.

  • Marco Pellitteri

    Ti sei dimenticato il grande Bill Finger :-)

  • http://www.avsl.blogspot.com Andrea Voglino

    Hai ragione. Ma qui ci tenevo a privilegiare gli autori delle storylines… in ogni caso provvederò a correggere :-)