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losangelista

Baseball e Coprifuoco a Baltimora

Gli Orioles di Baltimora hanno incontrato i White Sox di Chicago l’altroieri, nella prima partita a porte chiuse nella storia del baseball. Placido sport direte, questo che ha atteso oltre un secolo per la prima partita a stadio vuoto, vero apice di civiltà agonistica a confronto dei nostri incontri armati di calcio conditi di daspo, assalti all’arma bianca in cui la sanzione degli spalti deserti è rito acquisito una domenica si e l’altra pure. Si da il caso che gli Orioles giochino a Camden Yards nei pressi del vecchio porto riqualificato a due passi dai ghetto messi a ferro a fuoco in questi giorni dai residenti neri che ne hanno avuto abbastanza di essere trattati come sacchi per l’addestramento dei pugili o sagome per il tiro a segno degli agenti del Baltimore PD.

Lo stadio è vanto della città, il primo impianto a lanciare negli anni novanta il movimento degli stadi retrò, non imponenti anelli di cemento ma strutture leggere con spalti che arrivano fino all’erba, un progetto aperto con tettoie pensili modellati su quelli di inizio secolo, universalmente acclamati per come ridanno allo sport nazionale “quell’atmosfera di una volta”. La nostalgia infatti è il motore principale del baseball, dalle uniformi poco cambiate dagli anni ruggenti di fine ottocento, gli strilloni che lanciano pop corn agli avventori, l’organo che incita il tifo, l’inno nazionale cantato in piedi da pubblico e giocatori, lo “stiramento” del settimo inning quando ci si rimette (di nuovo, come a messa) tutti in piedi e si canta l’altro inno quello dello stesso baseball (“…take me out to the ball game…”). Nella variante post- 11 settembre si aggiunge “God Bless America” per ribadire, coi cappelli in mano, il primato manifesto fra le nazioni.

Un rito cresimale atto a riconfermare ad ogni match il legame con l’America di una volta, quella tramandata di nonno in figlio in nipote a botte di micidiali hot dogs e taniche di coca cola. Ce n’è di che scoraggiare chi magari il baseball gli piace pure, soprattutto se si mette in conto la sciropposa retorica sugli atleti epigoni di moralità per “i nostri ragazzi” tenuti alle photo-op coi bambini malati in ospedale e celebrati come esempi di etica protestante per come non mancano mai un giorno di allenamento….

A furia di romanticizzare i bei vecchi tempi però, è noto, coi lucciconi si rischia di dragare anche qualche detrito maleodorante. Nella fattispecie ci sono alcuni Americani che hanno meno da rimpiangere dai tempi andati di altri. Metti quelli a cui per i primi 60 anni o giù di li era vietato mettere piede sullo stesso diamante dei colleghi bianchi. Si da il caso anche che lo sport nazionale infatti una volta fosse regolato dall’apartheid delle leggi Jim Crow, quindi diviso in campionati neri e bianchi. Una volta integrato a fine anni ’50 ha contato nei suoi ranghi fior di leggendari campioni afro americani, da Jackie Robinson a Willy Mays a Hank Aaron. Ma in anni recenti ha perso parecchio lustro col target black. Come racconta bene Chris Rock nel video sopra ormai è più facile trovare un nero che giochi a lacrosse che a baseball, e dagli spalti sono praticamente spariti i visi scuri che ormai seguono di preferenza esclusivamente football e basket.

Ed eccoci tornati a Baltimora attuale fulcro della malaise razziale che sta scuotendo l’America. Come racconta qui The Nation, le folle che gremiscono lo stadio nel quartiere nero sono interamente bianche. Dai residenti la partita a porte chiuse è stata recepita quindi come una coprifuoco istituito per tutelare gli avventori bianchi e non altro. Un ulteriore lampante ammonimento delle cesure che nel 2015 continuano a dividere la città e il paese.