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losangelista

Banksy: l’ultimo falso?

Il film evento dello scorso festival di Sundance, Exit Through the Gift Shop, e’ il miglior film attualmente nelle sale americane. Il film e’ un “mockumentary” un documentario assai probabilmente apocrifo anche se non e’ mai chiaro dove finisce la “realta’” e dove inzia la finzione, come si addice perfettamente cioe’ a Banksy, la primula rossa della street art, che su questo equivoco ha costruito la propria carriera e la propria produzione artistico-concettuale. “Mockumentary” dicevamo di indeterminata identita’ ma che ufficialmente e’  la storia di Thierry Guetta. Tipo eccentrico: francese trapiantato a LA, mercante di vestiti usati con basettone  e faccia rubiconda da avventore assiduo di bistrot, aspetto buffo quanto il denso accento francofono che impasta il suo inglese pieno di luoghi comuni e banalita’ sul mondo dell’arte underground che lo ossessiona. Guetta, ci racconta lo stesso  Banksy, volto oscurato e voce digitalmente alterata tipo gola profonda, e’ un “videomane” che anni fa si e’ fissato sul mondo della street art entrando in confidenza con molti artisti da strada tramite suo cugino, il writer francese Space Invader, poi Shepard Fairey e infine l’elusivo Banksy stesso. La compulsione fa di Guetta uno Zelig dello street art, fra lo stalker e il groupie che diventa  accompagnatore di scorribande notturne nelle capitali d’America e d’Europa con la telecamera sempre accesa e poi col secchio di colla alla mano, via via sempre piu’ complice degli artisti. “Ci stava sempre intorno, documentava le  azioni e alla fine e’  diventato un amico” continua  Banksy mentre la soggettiva si snoda in attacchinaggi abusivi e arrampicamenti sui tetti. Quando pero’ gli artisti infine chiedono a Guetta di montare un documentario su di loro il risultato e’ un inguardabile frenetico montaggio di due ore, Guetta e’ tanto affascinato dai suoi soggetti/eroi quanto incapace di raccontarli. Qui Banksy ci spiega di aver preso in mano il materiale e il montaggio mettendo al centro del film proprio Guetta che nel frattempo ha deciso di improvvisrarsi  lui stesso “street artist”  come i suoi idoli,  assumendo artisti “veri” per produrre le opere che espone e vende a migliaia di dollari in una megamostra a Los Angeles. Il successo di Guetta artista “falso” mette in crisi quelli veri, Banksy e compagni, che nel finale si interrogano sul significato dell’arte e della sua sovversione. Si chiedono gli street artist: dove finisce la dissacrazione e  dove inzia la truffa? Intanto a noi  spettatori sorge assai lecito il dubbio che il film setsso sia una montatura di Banksy e dei suoi compari – un falso d’artista come quelli cui ci ha abituato e forse proprio per questo un colpo di genio.