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Atreju e l’autunno del patriarca

Berlusconi ai giovani Pdl: «Nessun passo indietro. Durerò fino al 2013 e riformerò la giustizia. Poi Alfano andrà a Palazzo Chigi e Gianni Letta al Quirinale». Dopo vent’anni il sogno del «meno tasse per tutti» scolorisce in un vaghissimo «codice fiscale più semplice». Il premier esclude intese con la sinistra «anti-italiana» e stringe il pugno sulla Rai. Il bunga bunga? «Non cambierei nulla di quello che ho fatto. Nessuno mi può ricattare»

Alfano a Palazzo Chigi, Gianni Letta al Quirinale. Silvio Berlusconi ripete alla festa di Atreju, di fronte ai giovani del Pdl, il «sogno» confidato a Repubblica l’8 luglio scorso.

L’addio alle armi è ufficiale, è ufficioso, è solo una speranza? «Vedremo prima delle elezioni a seconda della situazione – puntualizza il premier pensando ai sondaggi – in ogni caso io farò quello che è necessario fare».

Certo dopo «vent’anni nella trincea della politica sarei giustificato se rinunciassi alla candidatura». In ogni caso, scommette prendendosi l’applauso più forte della serata, «sono sicuro che nel 2013 i moderati prevarranno su una sinistra che non ha una sola personalità degna di fare il presidente del consiglio».

Silvio Berlusconi si presenta abbronzatissimo, inceronato e dimagrito alla platea giovanile guidata da Giorgia Meloni. Nell’afa romana, a due passi dal Colosseo, dice che non farà nessun passo indietro. Ma sembra di assistere all’autunno del patriarca. Di fronte a lui ragazzi venuti da tutta Italia, rigorosamente vestiti con la camicetta nera della Giovane Italia.

Il lungo racconto del premier non dimentica nessuno dei luoghi comuni del ventennio berlusconiano: la sconfitta del comunismo nel ’94, gli attacchi alla stampa, l’obiettivo di «cancellare» il «potere incontrollabile dei giudici», la «sovranità popolare in mano ai pm di Magistratura democratica», il governo «che non ha nessun potere e non può decidere nulla», la difesa del nucleare, la lotta a una pubblica amministrazione «pletorica», il potere di veto esercitato da Fini e Casini, e poi la legittimazione democratica del Msi, la normalizzazione della Lega secessionista.

Effettivamente, sono passati decenni. Stesse battute di sempre (come la «legge purosangue» che alla fine dell’iter parlamentare diventa «un ippo-potamo») e tanta, tanta determinazione. Berlusconi ha nostalgia del ’94 ma ormai il tono è quello di un’eredità. La platea lo ama, lo applaude composta. Alcuni particolari si notano: l’antica promessa di «meno tasse per tutti» si trasforma in quella di un unico «codice fiscale più semplice».

C’è la crisi? Berlusconi dice ai giovani di essersi informato, ha telefonato ai suoi «amici banchieri», quelli che «mi hanno aiutato nel mestiere di imprenditore»: la colpa è delle «banche americane che hanno deciso di disinvestire nell’euro». Che tra le altre sia stata Deutsche Bank ad aver venduto 8 miliardi di Btp non lo sfiora. In ogni caso, è in ginocchio «un’Europa dal corpo grande e dalla testa piccola». A sorpresa, il premier stavolta invoca più Europa, più Europa nelle politiche di difesa, più Europa nella lotta all’immigrazione, più Europa anche sul welfare:

«Se Bruxelles chiedesse a tutti i paesi di portare l’età delle pensioni a 65 anni o a 68 come in Germania, credo che nessun governo potrebbe dire di no».

Approvare la manovra in queste condizioni – ribadisce – «è stato un miracolo» che solo una «sinistra anti-patriottica e anti-italiana» non riconosce.

Mercoledì la manovra sarà approvata dalla camera. E a chi gli chiede se il governo tiene, Berlusconi risponde che durerà sicuramente fino al 2013: «18 mesi», scandisce, utili per fare le riforme. Prima quella della giustizia, poi quella dello Stato e per ultima (nota bene) quella fiscale. La strada è impervia: «Non ho nessuna certezza che ci riusciremo, diciamo che lo spero».

L’orizzonte è sempre più stretto. I giovani in camicia nera forse non lo sanno ma in quelle stesse ore non solo la sinistra e l’Udc ma anche i vescovi, Confindustria e perfino la Cisl di Bonanni chiede a Berlusconi di farsi da parte. Di consentire la nascita di un governo tecnico che affronti l’emergenza e cambi la legge elettorale.

Il premier però seppellisce in tono calmissimo le larghe intese: «Non vedo in giro tecnici autorevoli più capaci di me. L’enorme debito pubblico italiano è stato accumulato dai governi del compromesso storico». Resistere, perciò. Forse.

Più verace, il ministro Giorgia Meloni fa il poliziotto cattivo: «Profumo e Montezemolo vogliono andare contro la sovranità popolare – scandisce senza che il premier accanto a lei faccia una piega – è penoso farsi fare la morale da un banchiere e da un capitano d’industria, basta nemici dell’Italia che dall’Italia lavorano contro questo paese».

Il ricordo della perfida Albione è a un passo e Berlusconi, più abile, non fa nomi ma ripete che arriverà «sicuramente» alla fine della legislatura.

Nel frattempo la situazione può precipitare. I giovani cloroformizzati gli chiedono delle intercettazioni. «Sono sfoghi umani che possono capitare, le conversazioni riportate sui giornali violano la privacy e dimostrano che questo non è un paese completamente libero». Perciò, l’anomalia di una magistratura «incontrollabile» va «cancellata».

E il bunga bunga? «E’ una cosa innocentissima, tutte invenzioni, del resto non ballo, non fumo e non gioco nemmeno al totocalcio, quell’altra cosa che non considero un vizio mi è rimasta e spero che mi rimanga ancora a lungo. Non c’è nessuno che mi possa ricattare e di tutto quello che ho fatto nella vita non cambierei nulla».

Tanto sfoggio di sicurezza stride con la maggioranza in affanno ma corrisponde al potere smisurato che il premier ha ancora in mano. Gli ispettori ministeriali si muovono contro i pm napoletani e il premier starebbe pensando perfino di non presentarsi all’interrogatorio fissato per martedì.

Mentre l’Italia precipita, l’informazione Rai è ridotta a un cadavere. Se sarà veramente defenestrato Corradino Mineo a Rainews24, a parte il Tg3 tutte le testate radiotv del servizio pubblico saranno in mano a un unico partito. Un evento che non si verificava da mezzo secolo. Fare ciò che può in 18 mesi, puntare su Alfano e vincere le elezioni per il premier è l’unica possibilità di sopravvivenza. Si sappia che la eserciterà fino in fondo.

dal manifesto del 10 settembre 2011