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La rete nel cappio

Assange tradito dalla trasparenza

Benedetto Vecchi

Julian Assange può essere estradato in Svezia per essere processato con

l’accusa di «stupro» e «molestie sessuali». Il fondatore di Wikileaks ha annunciato che farà ricorso alla Corte Suprema. Ogni previsione su come andrà a finire lascia il tempo che trova. La sorte di Assange corre infatti sul filo dell’interpretazione della legge inglese e del trattato di estradizione tra il Regno Unito e la Svezia. Quello che preoccupa Assange non è però il processo in Svezia, ma la richiesta di estradizione che pende su di lui da parte del Dipartimento di Stato statunitense, che l’ha accusato di aver attentato alla sicurezza nazionale dopo la pubblicazione di alcuni materiali segreti del Pentagono, in particolare il video che testimonia l’uccisione a Baghdad di alcuni reporter e cameraman dell’agenzia Reuters da parte dall’esercito statunitense.
Per la diffusione di quel materiale è già stato accusato Bradley Manning, marine addetto alla sicurezza del sistema informativo dell’esercito americano in Iraq che aveva però deciso di informare il mondo su quanto accadeva nelle strade di Baghdad, mettendo così fine all’ipocrisia della «guerra giusta». Manning si considerava un patriota, ma era anche un hacker che credeva nella libertà di circolazione del sapere. Aveva scaricato una quantità enorme di documenti e video che testimoniavano la sporca guerra e solo dopo molte esitazioni aveva deciso di passarli a Julian Assange.
Il blocco dei fondi
Se la decisione della magistratura inglese sarà confermata dalla Corte suprema, Assange sarà quindi estradato in Svezia. Gli avvocati puntano infatti sulla differenza tra la legge inglese e quella svedese per quanto riguarda proprio l’accusa di stupro. Assange è stato infatti accusato da due donne con cui aveva avuto rapporti sessuali consenzienti e «protetti» una prima volta. Ma entrambe le donne lo hanno denunciato per aver fatto forti pressioni per fare un’altra volta l’amore; e che quando questo è avvenuto non ha voluto usare il preservativo. La denuncia per stupro e «molestie sessuali» è arrivata quando Assange aveva lasciato la Svezia. Da subito il fondatore di Wikileaks ha gridato al complotto da parte degli Stati Uniti per incastrarlo e avere così la possibilità di poterlo estradare.
La decisione di ieri, tuttavia, ha un significato politico che va al di là delle motivazioni giuridiche illustrate dal giudice inglese. Infatti, l’accettazione della richiesta svedese può rappresentare un vero e proprio colpo mortale a Wikileaks, cioè a un’esperienza che ha terremotato la Rete e messo in difficoltà la diplomazia e i governi di molti paesi. Nella settimana scorsa, Julian Assange aveva convocato una conferenza stampa per denunciare il blocco decretato da MasterCard, Visa e PayPall per le donazioni private alla sua organizzazione. In quell’occasione era stata annunciata la sospensione delle attività di Wikileaks per mancanza di fondi. L’aspetto più inquietante della vicenda è che non c’è stata nessuna campagna o iniziativa da parte dei media sul fatto che il blocco delle donazione è stato deciso su indicazione del governo di Washington, con buon pace della non ingerenza dello Stato nelle attività economiche così fortemente caldeggiata dai cultori del libero mercato, che hanno un forte ascendente nell’amministrazione di Barack Obama. Allo stesso tempo, Julian Assange doveva, deve fare i conti con una caduta di attenzione verso i materiali diffusi da Wikileaks e con il deterioramento dei rapporti con i quotidiani con cui aveva stabilito un accordo per la loro diffusione.
È infatti dei mesi scorsi la notizia della rottura con il giornale inglese «The Guardian» e delle dichiarazioni antipatizzanti verso Assange da parte del direttore del «New York Times», secondo il quale Wikileaks è un milieu poco convincente di virtuosismo tecnologico, radicalismo politico anticapitalista e dilettantismo giornalistico. Allo stesso tempo, il numero dei componenti dello staff di Wikileaks è diminuito.
Il silenzio degli hacker
Alcuni di loro, come il tedesco Daniel Domscheit-Berg, hanno lasciato polemicamente Wikileaks a causa della gestione accentratrice e autoritaria di Assange (l’attivista berlinese racconta il suo travagliato rapporto con Assange nel volume Inside Wikileaks, Marsilio editore). Altri, invece, hanno preferito lasciare Wikileaks senza troppo clamore, ma come testimonia anche l’autobiografia non autorizzata scritta dai giornalisti investigativi de «The Guardian» David Leigh e Luke Harding (Wikileaks, Nutrimenti Edizioni) lo staff di Wikileaks si è ridotto drasticamente, omettendo però di aggiungere che è sempre stato così e che le «defezioni» più numerose sono arrivate dai collaboratori e dai volontari che hanno aiutato non poco l’organizzazione a funzionare abbastanza efficacemente. L’aspetto meno indagato, per il momento, è se il consenso dei gruppi hacker militanti verso Wikileaks è venuto meno. Da quando è cominciata la diffusione dei materiali «riservati» molti gruppi hanno manifestato la loro solidarietà a Julian Assange, al punto che non pochi hacker hanno compiuto azioni in rete contro siti di imprese e governi considerati suoi persecutori.
Il gruppo più noto è quello di Anonymous, che ha scelto come simbolo di una attitudine in favore di una radicale libertà di espressione e di condivisione dell’informazione la maschera indossata dal protagonista del film cult «V per Vendetta», indossata anche da molti attivisti durante le manifestazioni studentesche inglesi dello scorso autunno, dagli indignados spagnoli o italiani il 15 Ottobre. Ma se all’inizio le azioni a sostegno di Wikileaks venivano annunciate e successivamente rivendicate, negli ultimi mesi la galassia di Anonymous ha sempre meno fatto riferimento a Wikileaks nei loro documenti e video diffusi nel Web, concentrandosi invece sull’operato di questo o quel governo per quanto riguarda le limitazioni della libertà di espressione, le repressive in difesa della proprietà intellettuale o, cosa molto più significativa, la critica alle politiche di austerity e l’aiuto alla banche e alle imprese finanziarie, considerate a ragione responsabili della crisi economica, messe in atto dai governi europei e statunitense (nei giorni scorsi alcuni hacker di Anonymous hanno lavorato con «OccupyWallStreet»).
Una serie di difficoltà che ha determinato di fatto la paralisi di Wikileaks, visto che l’interruzione della diffusione dei materiali è antecedente alla decisione di sospendere l’attività. È presto per dire se Wikileaks è al tramonto. Sta di fatto che ha perso la sua forza propulsiva. E tuttavia ha raggiunto gran parte dei suoi obiettivi. In primo luogo, la denuncia che il segreto di stato, o industriale, mette in discussione la natura democratica dei paesi che ne fanno ampiamente uso. Una antica verità che Wikileaks ha reso attuale. Meno convincente è la convinzione da parte di Julian Assange che la totale trasparenza sia sinonimo di maggiore libertà. Da questo punto di vista, Wikileaks non ha saputo registrare il fatto che trasparenza non è sinonimo di libertà, perché l’aumento della mole di informazioni – l’entropia – non comportava certo il default del web, ma l’impossibilità di discernere il rumore di fondo prodotto dal chiacchiericcio nella Rete dalla comunicazione «sensibile», cioè riferita al governo della cosa pubblica. Gli stessi materiali messi in Rete da Wikileaks sono un insieme di informazioni banali e informazioni invece rilevanti. L’inflazione dei materiali ha così ridimensionato la portata delle informazioni diffuse.
Il sogno di un liberale
Da qui prende avvio la crisi di Wikileaks, che è diventata evidente quando la strategia dei governi per neutralizzare la sua opera di informazione ha scelto l’esercizio di un soft power. Nessuna censura, né azioni per colpire i server dove sono memorizzati i materiali ancora in possesso di Julian Assange, bensì la limitazione delle risorse economiche per Wikileaks, assieme alle pressioni sui media affinché lo tsunami dei cablogates – i dispacci delle ambasciate ai rispettivi dipartimenti di stato o ministeri degli esteri – fosse contenuto, come testimonia il comportamento ambivalente del «New York Times».
Le contraddizioni, i vicoli ciechi che hanno caratterizzato Wikileaks non ridimensionano tuttavia la portata della sua esperienza, che ha appunto raggiunto il suo obiettivo – la messa in discussione del segreto di stato – senza però che questo significasse l’inzio di una democrazia reale perché tutti i cittadini sono ampiamente informati per prendere le giuste decisioni. Il sogno liberale di Julian Assange ha dovuto fare i conti con i rapporti di potere esistenti dentro e fuori la Rete. Non si è accorto che erano cambiati e che la realtà stessa del web era mutata grazie a Wikileaks. Rimanendo così prigioniero del personaggio che ha interpretato: l’hacker che voleva cambiare il mondo, ma che non è riuscito però a creare quella condivisione indispensabile per cambiare proprio il mondo.

articolo apparso su il manifesto del 3 novembre