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Napoli centrale

Aspettando il mister

 
«La mia disposizione è a non candidarmi», e qualcuno per un attimo ci crede davvero, dopo Walter Veltroni ecco un altro pilastro del post Bolognina a scricchiolare. Massimo D’Alema però immediatamente precisa: «Mi candido solo se me lo chiede il partito. E’ il Pd a decidere, io non mi sono mai candidato». Ma Pierluigi Bersani potrebbe mai lasciarlo fuori se Renzi dovesse perdere? Lo scontro tra le anime del Pd è aperto. E il presidente del Copasir lancia un altro affondo fuori dalla Feltrinelli di Napoli, dove è arrivato per presentare il libro di due senatori, un tempo veltroniani, Giorgio Tonini e Enrico Morando, L’Italia dei democratici, sottotitolo: «Un nuovo manifesto politico per rilanciare il Pd». Sembra quasi fatto apposta, dopo la bomba lanciata a Che tempo che fa dall’ex sindaco di Roma, proprio nel giorno in cui Pier Luigi Bersani apriva a Bettole la sua campagna per le primarie.
Nella sala c’è tensione, un paio di uditori interrompono a più riprese, finché quando inizia a parlare D’Alema un uomo indispettito si alza in piedi urlando: «Ma voi vi ammoccate (vi bevete, ndr) tutto quello che dicono?». E l’ex presidente del consiglio, stizzito: «Se si può presentare il libro, altrimenti andiamo a casa». In sala perde la pazienza anche la senatrice Maria Grazia Pagano («Ora basta!), poi è un coro di «vattene provocatore», e l’amico viene invitato ad alzarsi. «Siamo comunisti facciamo così da 60 anni», scherza qualcuno. Mentre D’Alema, che non può ascoltare i commenti delle retrovie, riprende il suo consueto aplomb e lancia il secondo attacco: «Nulla è falso come l’immagine oligarchica del partito che si è data. Questo è proprio un modo di farci del male – dice pacato – Io difendo solo la nostra storia che deve avere una dignità propria. Il limite ai mandati fu il secondo punto del programma dell’uomo qualunque di Giannini. Facciamo argine a questa ondata e dopo me ne vado tranquillo». Quando? «Alla fine delle primarie e prima delle elezioni».
Una promessa, una minaccia? Di sicuro il sindaco di Firenze ha creato una falla nel sistema Pd, le facce dei dirigenti campani sono scure perché lui cavalca l’ondata dell’antipolitica. D’Alema però non è alle prime armi, in questo caso ce l’ha anche con il segretario, è da Bersani che si aspetterebbe una netta presa di posizione contro la smania rottamatrice del sindaco fiorentino. Ma a chi, al suo arrivo alla Feltrinelli, gli chiede se è d’accordo con Rosy Bindi, che secondo un retroscena di Repubblica (che però l’interessata ha voluto smentire) avrebbe proprio detto che «il partito ci deve difendere», D’Alema risponde: «Assolutamente non sono d’accordo. Come vedete io sono stato difeso dagli attacchi di Renzi da rettori di molte delle principali università, non dal partito. Non è il partito, sono gli elettori che ci difendono». Un modo per ribadire, insomma, che il vertice del Pd deve battere un colpo.
Non manca un passaggio sul documento firmato da 700 sindaci, intellettuali, imprenditori apparso ieri su una pagina a pagamento dell’Unità: «Rafforza il mio impegno». Poi, a proposito del passo indietro di Veltroni: «Rispetto le motivazioni personali, non le discuto. Ha usato parole nette sulla barbarie della rottamazione», ma «capiamo con chi viene sostituito chi esce. E’ un modo normale di lavorare collettivamente come si fa in un partito. Questo è un discorso serio, e mi scuso se ne faccio di questi tempi. Non cerco lavoro. Sono responsabile culturale del partito socialista europeo».