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losangelista

Art For Obama

Manifest Hope

Meriterebbe una piu’ attenta analisi la recente pubblicazione  di Art for Obama: Designing Manifest Hope and the Campaign for Change di quella che gli ha dedicato qualche giorno fa  Federico Rampini in una recensione di seconda mano che copia e incolla una critica del Washington Post.

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Il volume da poco uscito in America , edito da Shepard Fairey e Jennifer Gross, raccoglie centinaia di quadri, collage e dipinti, parte della enorme  produzione grafica ispirata dalla campagna presidenziale di Barack Obama e realizzate dal collettivo Manifest Hope, una rete di artisti pro-Obama che faceva capo allo stesso Fairey, designer dell’ubiquo manifesto simbolo della campagna.

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Quel poster e lo tsunami di annesse immagini del candidato su muri, adesivi, per le strade e nelle finestre di mezza America furono la traccia grafica del fenomeno Obama, l’indizio del peso culturale che trascendeva e trascende tuttora la portata prettamente politica della sua campagna e della sua amministrazione, l’indice dell’entusiasmo suscitato da una candidatura ed una vittoria senza precedenti – l’espressione visiva delle possibilita’ che incapsulava e i lavori prodotti dagli artisti di Manifest Hope ebbero un ruolo attivo nel renderle concrete. Nella stima del recensore del Post (Philip Kennicott) citato da Rampini, la gran mole di  “iconografia obamiana” rappresentata  dalla collezione ha invece connotati nocivi non visti “dai tempi di Che Guevara e Mao Zedong” e i manifesti sono numerosi “come quelli di Assad sulle strade di Damasco”.  Il pezzo lamenta l’ossessione “totalitaria” dell’art for Obama e sottolinea la legittima problematica del’arte quando diventa troppo schierata o ossequiosa. E l’irritazione per una campagna diventata moda puo’ anche essere comprensibile, entrando nel merito artistico pero’ critica il “kitsch” che esprimono opere “cosi’ derivative di altre scuole e tradizioni”,  mancando cosi’  del tutto l’ironia di lavori che citano l’arte popolare naif, i manifesti rivoluzionari, e volendo si, anche il kitsch dell’arte politica in un intenzionale recupero dell’agit prop e degli artisti del New Deal.

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Tutti quegli elementi insomma che erano cosi’ evidenti nei lavori di Fairey e molti suoi accoliti come Ron English, Ocean Clark e Sueraya Shaheen nella mostra organizzata dal gruppo  durante la convention democratica a Denver nel capannone industriale requisto per l’occasione vicino downtown, teatro non solo delle migliori feste della convention ma anche epicentro di un movimento artistico vicino al “writing” e all’arte undergound che servi’ a sottolineare l’originalita’ di un irripetibile momento politico.