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losangelista

Apocalypse Then

Mentre ancora si sta asciugando l’inchiostro celebratorio dopo la vittoria Oscar di Hurt Locker e quella storica della sua regista, sta per arrivare nelle sale americane un’altro film che riporta lo sguardo del cinema sulla guerra irachena. Green Zone dell’inglese  Paul Greengrass (Bloody Sunday, Bourne Ultimatum) e’ un  adattamento drammatico del bel Imperial Life in the Emerald City, il libro di Rajiv Chandrasekaran pubblicato nel 2006 sui primi mesi dell’occupazione americana a Baghdad, ed e’ un film duro e molto piu’ politico di quello di Kathryn Bigelow.  La forza di Locker, un film  dallo sguardo “indie” e dalle salde radici ‘di genere’ nel miglior senso della parola, sta nei suoi personaggi, in particolare nel protagonista, il sergente artificiere William James la cui  passione patologica per il proprio ‘mestiere’ ci trascina nella zona d’ombra fra dovere e assuefazione alla guerra. E James sta a rota: un personaggio hemingwayiano che e’ parente non lontano del colonello Kilgore  – Robert Duvall in Apocalypse Now – e la sua passione per l’aroma mattutino di napalm. Bigelow e il suo sceneggiatore Mark Boal usano ad effetto gli archetipi della narrativa di guerra, giocando sull’ambiguo confine fra romanticismo e banalita’, abbastanza almeno per suscitare almeno una protesta ufficiale del Pentagono – anche se la regista sul palco degli oscar sulla guerra e’ rimasta scrupolosamente neutrale, limitandosi a ripetere  l’augurio di un pronto ritorno a casa delle truppe. Ben diverso il tono di Green Zone, un action movie sullo sfondo della prima occupazione Bush-Halliburton diretta dalla reggia di Paul Brenner accampata nei palazzi imperiali di Saddam Hussein, quando la zona verde era cittadella imperiale fortificata del reggente americano e della sua corte di petrolieri, contractor, mercenari  e faccendieiri. Il libro e’ la lucida cronaca di quelle prime settimane di proconsolato, e di come le nuove province vennero amministrate dal comando “texano” inebriato dal senso di illimitata possibilita’ di quella vergine frontiera petrolifera.  Sotto lo sguardo lucido di Chandrasekaran, all’epoca bureau-chief del Washington Post, i contractors si  dividono le spoglie a bordo piscina. Mentre fuori dalle mura scoppiano il caos e le bombe, la piccola America nella cittadella fortificata va avanti a fast food e barbeque (sempre abbondante la carne di maiale), video porno e rap a palla – mentre il governo del paese disperato oltre le mura e’ lasciato in mano a tecnocrati incompetenti e soprattutto fedelissimi del  partito repubblicano premiati  con arbitrari comandi.  Sullo sfondo di questi  fasti proconsolari, Greengrass inventa  un thriller attorno alla pattuglia del tenente Miller (Matt Damon) incaricato di rinvenimere le armi di distruzione di massa che l’intelligence assicura siano nascoste a Baghdad. Ma i conti non tornano per niente e Miller si trova navigare (compresa un inquietante visita al campo di tortura di Abu Grahib) il groviglio di spie e servizi che, con agganci molto in alto, gestiscono la “narrativa” della guerra.  

Ne risulta un ibrido interessante – avvincente comunque nella parte del thriller politico che contiene,  e senza compromessi nell’affresco di un conflitto che e’ estensione ideologica della destra americana,  politico quanto e piu’ del Vietnam. “Non e’ facile”, mi diceva prima dell’Oscar Alessandro Camon, produttore  e scrittore padovano nominato quest’anno per la sceneggitura di The Messenger, il bel film sul fronte interno che e’ il Coming Home del conflitto iracheno. “Riuscire  a raccontare a caldo questa guerra fiche’ e’ ancora in corso”.  Ora che questo conflitto che dura ormai piu’ della seconda guerra mondiale, e’ stato ereditato da un nuovo presidente,  il cinema comincia tuttavia a rompere il silenzio delle versioni ufficiali. E Green Zone si preannunica ben piu’ controverso di Hurt Locker.